IN DIFESA DEL CINEMA ITALIANO

UN LEONE NEL WEST

saggio di

Roberto Donati

L’ERBA DEL VICINO E’ SEMPRE PIU’ VERDE

"Rischi di non saperlo mai"

Charles Bronson a Henry Fonda

in C’era una volta il West

Anche noi rischiamo di non sapere mai per quale motivo il nome di Sergio Leone non sia annoverato accanto a quelli dei maggiori registi mondiali di tutti i tempi, per quanto tempo ancora questa grave lacuna non verrà colmata e per quanto ancora la stessa Italia che l’ha partorito non gli sarà riconoscente per ciò che ha dato al cinema e alla vita di chiunque abbia visto i suoi film. Forse la vanagloriosa e intellettuale Italia (e sia beninteso con Italia la critica cinematografica, e la cultura in generale, italiana) – che tanto ha difeso e osannato autori italiani DOC quali Rossellini, De Sica, Antonioni (lo stesso Antonioni che Orson Welles non esitò a definire, più pragmaticamente, "l’apoteosi della noia") – non ha mai potuto soffrire quell’omone barbuto che sembrava uscito da una pagina di Hemingway e che, come tale, si dichiarava più americano di un americano, tradendo così il suo legame con la patria d’origine che forse, ripeto, non l’ha mai perdonato per questo.

O forse, ancora, sempre la stessa Italia si è sentita superiore alle "bambinate" di un regista che intendeva il cinema come una forma di spettacolo soprattutto, e si è sentita in dovere di snobbarle.

"E continuiamo a farci del male" avrebbe detto Moretti per commentare questo spirito di auto-denigrazione tipicamente italico, questo cupio dissolvi culturale che ci spinge, in modo preoccupante, verso l’arte estera e mai verso la nostra, magari più povera ma spesso più autentica e fresca.

Ma non è un’apologia né una rivalutazione in toto – che richiederebbe maggior tempo e maggior spazio a disposizione e che non spetta nemmeno a me fare – quella che voglio scrivere in questo breve saggio; voglio piuttosto seminare dubbi, porre quesiti, lanciare appelli che trovino, magari, risposte più valide e competenti delle mie, che inneschino un processo di riabilitazione che Leone merita veramente e a cui spetta di diritto.

La modestia non è sempre una buona cosa, soprattutto quando finisce per far sminuire i propri prodotti a vantaggio di quelli del nostro vicino: invece, è proprio quello che è accaduto nel caso di Leone. I nostri occhi – e, peggio ancora, il nostro modo di pensare – sono ormai quasi del tutto estero-dipendenti e, in particolare, sono assuefatti al mito degli Stati Uniti d’America: non è un caso se sono americani i vari Ford, Peckinpah, Mann, Penn, Boetticher, considerati tra i più grandi registi e i maestri indiscussi del genere western.

Certo, il western è un genere tipicamente e originariamente americano; anzi è di più, è la quintessenza dell’America, con il suo mito della nuova frontiera da esplorare, quella terra vergine da fecondare che sta alla base del sogno americano, con i suoi personaggi caratteristici e i paeselli deserti che stanno per diventare città.

Altrettanto innegabile, però, è il fatto che Leone aveva capito quel mondo e quel genere più a fondo di uno stesso americano, perché li aveva guardati con amore, rispetto e dedizione, con gli occhi – increduli ma, in più, accorti e non gelosi – dell’uomo che vede la sua erba sempre meno verde di quella del suo dirimpettaio e aveva capito, come forse può capire soltanto un uomo estraneo al mondo che sta studiando, le profonde contraddizioni che agitano dall’interno questo mitico eldorado dei sogni. E si è impadronito di quel mondo, lo ha fatto proprio – sicuramente anche attraverso la visione dei film "americani" di Ford (di cui si dichiarava discepolo intimidito) – e ne ha saputo utilizzare, e travalicare, i temi archetipici per dare vita a un genere, sprezzantemente appellato spaghetti-western (quasi come a voler indicare film che appagano il fisico ma non la mente), che si è imposto in modo altrettanto rapido e prolifico con la forza iperbolica e iper-realistica delle sue immagini.

Leone aveva già capito, nel 1964, che se magari si fosse chiamato Sergius Lion avrebbe incontrato il favore della critica e del pubblico: non a caso, per il suo primo western si spacciò per un certo Bob Robertson (ossia, come è noto, figlio di Roberto Roberti, nome del padre regista) e con lui tutta la troupe assunse pseudonimi anglofoni per mascherare le tracce di un film – girato in Spagna se non a Manziana, alle porte di Roma – che altrimenti nessuno sarebbe andato a vedere.

Con la fama e i soldi ha potuto firmare i successivi film col suo vero nome ma, in generale, se il pubblico gli ha sempre arriso, la critica ha storto il naso e gli ha perlopiù preferito i western classici, senza valutare l’immenso impatto sociologico e fenomenologico, prima ancora di quello più strettamente cinematografico (altrettanto rivoluzionario), dell’opera di Sergio Leone: tanto per dire, non si può assolutamente trascurare l’intervento di Stanley Kubrick (e con Stanley Kubrick intendo riferirmi al più importante regista che il primo secolo di cinema abbia avuto) che ebbe a dire, in materia di rappresentazione della violenza, che senza Sergio Leone forse un film come Arancia meccanica non ci sarebbe mai stato; e simili parole le pronunciò anche Sam Peckinpah.

Senza dimenticare, ovviamente, chi è diventato, in seguito, quel tale Clint Eastwood, perfetto sconosciuto scoperto nelle praterie di Rawhide dal lungimirante regista.

 ALL’OVEST NIENTE DI NUOVO

Con questo, io non voglio assolutamente disprezzare il lavoro degli altri registi citati (ci mancherebbe!), ma soltanto affermare che se deve esistere un maestro (o un esponente principale) di un genere che è epica, mitologia, sogno, archetipo e spettacolo come il Western, ebbene, signori, quel maestro è inevitabilmente lui, quel romano col cinema nel sangue capace di studiarsi un film intero inquadratura per inquadratura prima ancora di comparire fugacemente in Ladri di biciclette, quel sognatore a occhi aperti che attingeva da Omero e dalla Grecia classica per comprendere quel Lontano Ovest che molti avevano già calpestato e che molti ancora batteranno in lungo e in largo, mai senza la sua convinzione e la sua assiduità.

Ma forse alcune dichiarazioni del regista saranno più utili per illuminare la sua poetica e la sua concezione del cinema:

Il western americano era arrivato alla fine degli anni ’50 a un tal punto di romanticismo che aveva perso la sua autentica fisionomia. Non si può fare del romanticismo sui bounty-killer, sui cacciatori di taglie, che venivano chiamati i becchini del West. Si può a un certo punto del film mandarli a passeggiare lungo le rive del fiume con la figlia del giudice o a far la serenata alla tenutaria del saloon? Suvvia, cerchiamo di non essere ridicoli.

E a chi lo accusa di avere girato film cinici, sadici, auto-compiaciuti, sensazionalistici, esclusivamente maschili e maschilisti, non si può fare a meno di consigliargli di riguardare C’era una volta il West, splendida elegia funebre e film veramente crepuscolare sul tramonto di un’epoca e sul difficile passaggio verso un’altra che precede – anche se nessuno sembra essersene accorto – Il mucchio selvaggio e nel quale il protagonista centrale attorno al quale ruota tutto è Jill, donna eroica e fragile che rappresenta la vita, l’acqua, il futuro.

Inoltre, può essere considerato cinico un film che trasuda poesia e saggezza da ogni dialogo e che soggioga la mente con la sua combinazione irripetibile di immagini preziose e musiche indimenticabili?

EAST IS EAST

Quando stavamo sceneggiando Per qualche dollaro in più chiesi a Luciano Vincenzoni: ‘ Che cosa ti è piaciuto di più in un western come Winchester ’73?’ E Vincenzoni: ‘C’era una scena che raggiungeva una punta massima di paradosso ed era quella in cui James Stewart lanciava in aria una moneta bucata e sparava facendo passare il proiettile nel foro della moneta senza neppure scalfirlo’. Bene, allora mettiamo assieme tante di queste scene e otterremo una punta massima d’attenzione continua.

Questo è Sergio Leone, questo è lo spaghetti-western, questo è il cinema.

Qualcuno ha definito, con impressionante mancanza di fantasia e di senso pratico, i suoi spettacoli "fumo negli occhi" e un suo film "cult-movie per ragionieri in vena di poesia". Al proposito, vengono da pensare tre elementari cose:

1 – il cinema è nato innanzitutto come spettacolo per divertire ed emozionare;

2 – anche il poeta Montale era un ragioniere (e, sia detto per inciso, anch’io lo sono): è forse da disprezzare?;

3 – peccato, ma d’altronde anche Mozart, quando morì, fu sepolto fra ladri e prostitute.

IN CONCLUSIONE: UN COLLOQUIO IMMAGINARIO

Passaggio di consegne

JOHN FORD: "ragazzo, sei diventato ricco"

SERGIO LEONE: "siamo diventati ricchi"

J.F.: "no, tu solo e te lo sei meritato"

S.L.: "e la nostra società?"

J.F.: "un’altra volta!"