Otto donne e un mistero
di Ozon
Sceneggiatura:François Ozon
e Marina de Van (da una pièce di Robert Thomas)
Fotografia:Jeanne Lapoirie Scenografia:Arnaud de Moleron
Mamy: Danielle Darrieux Gaby: Catherine Deneuve
Pierrette: Fanny Ardant Augustine: Isabelle Huppert
Catherine: Ludivine Sagnier Suzon: Virginie Ledoyen Louise: Emmanuelle Beart
Ma.me Chanel: Firmine Richard
Difficile credere che il regista di questo
delizioso racconto corale sia lo stesso che ha debuttato nel
1998 con l'orribile "Sitcom". Eppure, gia' nella
malriuscita opera prima di Francois Ozon (coccolato dalla
critica fin dai cortometraggi di esordio), ci sono tutti gli
elementi che contraddistinguono la sua cinematografia: la
dissacrazione della famiglia, una certa morbosita' nel
delineare le pulsioni umane, il gusto del grottesco, la
contaminazione di stili. Elementi che ritroviamo, con ben
altra armonia, nel riuscitissimo "Otto donne e un
mistero". Il regista riesce infatti ad amalgamare con
ironia atmosfere da giallo all'Agatha Christie, una passione
per il cinema come dispensatore di sogni e un pizzico di
contagiosa follia. La storia vede riunite otto donne in una
casa isolata al cospetto di un uomo accoltellato.
L'assassina pare essere inevitabilmente una di loro e la
forzata prigionia fara' riemergere conflitti familiari mai
sopiti. Raccontato cosi' sembra il classico film di
impostazione teatrale, dove le apparenze ingannano, i
parenti si rivelano serpenti, bla, bla, bla. Invece Francois
Ozon riesce ad imprimere al lungometraggio un taglio
personale esplicitando fin dai floreali titoli di testa le
sue intenzioni: giocare con il cinema. Ma non si accontenta
di un citazionismo spicciolo, riproducendo fedelmente
atmosfere in technicolor degli anni cinquanta e facendo
muovere le attrici come dive del passato. Non tenta,
insomma, la carta dello svecchiamento fine a se stesso, ma
dona nuova vitalita' ad un immaginario solo temporaneamente
accantonato. Qualcosa di simile all'operazione compiuta da
Todd Haynes in "Far from heaven", con la
differenza che si partecipa al film di Ozon con un
prolungato sorriso ironico, mentre il lungometraggio di
Haynes finisce con il raffreddarsi prendendosi sul serio.
Alla divertita e divertente riuscita di "Otto donne e
un mistero" contribuiscono la cura dei dettagli, nelle
scenografie e nei costumi, e una sceneggiatura ad
orologeria, dove gli improbabili colpi di scena si succedono
a ripetizione, inframmezzati da canzoni che diventano un
piacevole e mai noioso intermezzo. Ovviamente, grande plauso
al cast che riunisce alcune muse del cinema francese:
radiosa Fanny Ardant, ironica e sempre sperimentatrice
Catherine Deneuve (nonostante qualche impaccio nei
balletti), bellissima (ma non solo) Emmanuelle Beart e
mitica la veterana Danielle Darrieux. Isabelle Huppert e' la
piu' caricaturale, ma e' sempre un piacere vederla recitare,
Virginie Ledoyen esce dal glamour di ragazza copertina
dimostrando di saper recitare e le meno famose Firmine
Richard e Ludivine Sagnier sono una piacevole sorpresa. Tra
le righe emerge una buona dose di misoginia e l'Uomo appare
quanto mai fragile e vulnerabile: l'unico che si intravede
e' morto e nei rapidi flashback e' sempre di spalle. Chissa',
forse un simbolo dell'anonimato della figura maschile alla
completa merce' degli intrighi orditi con inganno, arguzia e
poco amore dalle calcolatrici, avide e per nulla romantiche
donne, anzi, Femmine. Una visione non per forza
condivisibile, ma condotta con brio, humour e passione
cinefila contagiosi.
Luca Baroncini
Il giovane regista francese
Ozon è difficilmente inquadrabile ma di sicuro talento.
Ogni sua nuova pellicola è diversa dalle precedenti, in
tutte traspare un infinito amore per la settima arte e una
sensibilità spiccata nella messa in scena.
8 donne e un mistero (il film rappresenterà la Francia all'Oscar)
è tratto da una commedia gialla degli anni settanta di
Robert Thomas.
Un delitto, dell'unica figura maschile del film, è lo
spunto per rivelare il substrato di menzogne e inganni che
accompagna la vita delle otto protagoniste.
Il gioco al massacro delle accuse reciproche alla ricerca
del colpevole, mette in luce la parte nascosta, non
visibile, delle relazioni che intercorrono all'interno della
famiglia.
Ozon si diverte a
ricreare un'atmosfera da technicolor anni è50 con abiti di
fine sartoria, scenari carichi di colori, dialoghi brillanti
alla George Cukor, inserendovi un intreccio giallo alla
Agatha Christie.
L'impossibilità dei personaggi di uscire dalla villa,
ricorda il Bunuel dell'Angelo sterminatore.
Le otto splendide protagoniste sono obbligate a confrontarsi
con il lato oscuro della loro personalità, con i vizi, le
ambizioni, troppo spesso celate per il quieto vivere
borghese.
Il film ricco di battute fulminanti , di un sano cinismo,
scorre svelto, accompagnato da una regia invisibile, come
nel miglior cinema da studio Hollywoodiano.
Otto donne e un mistero non è però un film citazionista,
nostalgico, ma anzi riprende uno stile classico per
combinarlo, metamrfizzarlo, aggiornarlo.
Gli innesti che opera il regista sul corpo filmico sono
interessanti: il musical, dinamico, effervescente, irreale,
si scontra con la razionalità matematica, claustrofobica
del giallo. Ogni attrice con un suo ìassoloî musicale
rivela qualcosa di se, rendendo ancora pi_ spuria e libera
(con un occhio anche a Truffaut) la forma.
Il contenuto spregiudicato,
incesto, lesbismo, gravidanze segrete, riaggiorna il tutto
ai giorni nostri, quasi come in una Soap opera contemporanea.
La pellicola è anche un
viaggio attorno alla femminilità, alle sue mille
sfaccettature.
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