People i know
Regia
: Dan Algrant
Sceneggiatura : Jon Robin Baitz
Cast : Al Pacino, Tea Leoni, Kim
Basinger, Ryan O'Neal, Richard Schiff, Mark Webber, Sophie
Dahl, Andrew Davoli

La New York di Rudolph
Giuliani tanto decantata da più parti da questa sponda
dell'Oceano come modello di rigore e ordine pubblico, ci
viene implacabilmente smantellata da questo People I know,
storia di un famoso P.R. in declino, Eli Wurman, che si
destreggia tra le sue innumerevoli conoscenze per
organizzare una serata in favore di un gruppo di colore
ingiustamente messo all'indice dall'amministrazione
Giuliani. Nell'inseguire la realizzazione dell'evento,
simbolo della frenesia del sindaco-poliziotto nel gettare i
delinquenti in gattabuia al minimo sospetto, Eli si
imbatterà, fra voltafaccia e favori, squillo e
telecamere-videogames, nei meandri di una società divisa in
potenti clan che tramano sotto la superficie pulita e
ordinata di New York.
Produzione indipendente,
con un cast eccezionale (non solo Al Pacino, ma una
provocante Tea Leoni, Kim Basinger, splendida e soave, il
redivivo Ryan O'Neal), People I know mostra fin dalle prime
battute il coraggio di affrancarsi dallo stile narrativo
hollywoodiano fatto di banali botta e risposta e un ritmo
incalzante, in favore di scene lunghe e prolisse, il cui
punto di vista e protagonista assoluto coincidono nel
formidabile Al Pacino. Il film si basa quindi su due
semplici assunti. Uno tematico: descrivere, su di uno sfondo
di aperta polemica contro il sindaco Giuliani, la cinica e
spietata alta società newyorkese. L'altro, stilistico: fare
tutto ciò incentrando la visione sugli occhi di un
personaggio onesto e di sinceri valori che vive per
professione immerso in quel letamaio.
La produzione ha trovato
enormi difficoltà nel distribuire la pellicola nelle sale
americane: sembra che nel film più persone si siano
riconosciute e che alcune storie ricalchino fatti realmente
accaduti a New York. Tant'è, ma la vera sfida del film non
sta nel primo assunto, appunto quello di polemica denuncia,
ma nel secondo, quello cioè di concentrare un'ora e mezza
di proiezione su di un solo personaggio. Il regista ha in
questo modo dato carta bianca ad Al Pacino e gli ha lasciato
minuti su minuti per dar forma, come un cavatore d'altri
tempi, al personaggio dalla rude piattezza della
sceneggiatura. Quella che ne viene fuori è un'ottima
personale interpretazione, un viaggio nelle 24 ore di un
P.R. affogato dai farmaci, dall'insuccesso, dalla caotica
Grande Mela, in uno stato semionirico dove invece tutto è
reale. Il problema è che, al di là degli occhi stralunati
di Al Pacino, la realtà che gravita attorno al suo
personaggio per più di un'ora e mezza è la monotonia più
assoluta. Sembra che, in aperto contrasto con la già citata
tendenza sintetica dei dialoghi americani, il regista abbia
voluto ridurre al minimo tutto ciò e lasciare così
sterminate praterie ai monologhi del pur bravo Al Pacino,
tanto che sempre più insistentemente ci si chiede cosa
veramente voglia dire questo film alla platea o se sia solo
un fiume di parole senza direzione. Niente di male, perché
la parte finale e le riflessioni che ispira danno senso e
valorizzano tutto quanto li precede, ma per lo spettatore
impaziente, entrato in sala con un certo tipo di aspettative
indotte da certa pubblicità e una certa abitudine alla
forma dei film americani, è una frustrante battaglia contro
i propri nervi che spiega le uscite di scena in corso
d'opera di alcuni fra i meno temprati. Forse qualche punto
in sospeso in più, anche una leggerissima forma di suspence,
o più semplicemente qualche piccolo accorgimento ritmico
(una goccia nell'oceano la scena dell'omicidio), non avrebbe
rovinato lo spirito del film. Del resto: movere, va bene,
docere, perfetto…e il delectare?
Francesco Rivelli