Il pianista
di Roman
Polanski
Durata: 148'
Wladyslaw Szpilman: Adrien
Brody
Capitano Wilm Hosenfeld: Thomas Kretschman
Padre: Frank Finlay
Madre: Maureen Lipman
Dorota: Emilia Fox
E’ facile capire cosa deve aver convinto
Polansky, nell’opera autobiografica di Szpilman
(1911-2000), ad affrontare il lutto inevitabile per ogni
ebreo polacco, l’olocausto nella Varsavia bellica.
Sicuramente la lettura ha conquistato il regista
mostrandogli la possibilità di raccontare la tragedia
personale di un artista ebreo (il più grande pianista
polacco dell’epoca), inserendola nel più ampio contesto
della tragedia universale dell’olocausto.
Il punto di vista particolare di Szpilman, che resiste agli
incubi e alle privazioni più
terribili , anche con la forza
della sua arte, deve aver richiamato al regista assonanze e
memorie della propria biografia. La scrittura essenziale,
asciutta, priva di una qualsiasi compiacenza sentimentalista
ha vinto poi definitivamente la reticenza del regista, che
in passato aveva rifiutato la direzione di Schindler’s
list.
Nella prima parte la pellicola costruisce mirabilmente la
nascita dell’orrore, mostrando i piccoli cambiamenti
quotidiani imposti alla vita della comunità ebrea di
Varsavia.
Questa parte è la migliore della pellicola. Procedendo per
episodi, mostra diversi aspetti non ancora analizzati dai
film sull’olocausto. Pone l’accento sulla
sottovalutazione del pericolo da parte della popolazione
polacca, ed ebrea in particolare, che credeva fermamente in
una più pronta risposta del mondo civile, e non poteva
prevedere l’escalation di mostruosità inumane alle quali
sarebbero arrivati gli occupanti tedeschi.
Il bravissimo protagonista Adrien Brody, con una perenne
espressione attonita, vaga per le strade di una Varsavia
mirabilmente ricostruita e ottimamente fotografata dalla
luce livida dell’operatore Pawel Edelman. Assiste come
spettatore alla costruzione dei muri e degli steccati che
rinchiuderanno la popolazione ebrea nel ghetto. L’umiliazione
delle persone è costruita giorno per giorno, privandole
delle necessità fondamentali.
Gli inumani pestaggi, le esecuzioni casuali, imprevedibili,
hanno il potere di cambiare la natura di Szpilman. L’agiato
borghese dovrà attraversare l’assuefazione al dolore, la
perdita dei propri cari e della propria dignità,
lasciandosi guidare dall’istinto animale della pura
sopravvivenza. La forma della narrazione, sobria,
chirurgica, riesce a far percorrere allo spettatore lo
stesso percorso esistenziale del protagonista. Il regista è
molto attento a non compiacersi della propria abilità
narrativa, allontana il proprio punto di vista dal racconto,
rinunciando a qualsiasi sottolineatura retorica. L’occhio
della macchina da presa coincide con quello del
protagonista, sopraffatto, inerme davanti ad un orrore
inimmaginabile, assurdo.
Poi la pellicola si perde, si sfilaccia.
Polansky chiude il protagonista, come un insetto di memoria
kafkiana, dentro le rovine di Varsavia. Si sofferma troppo
tempo su sottolineature di concetti chiari da subito. La
ripetizione, ormai meccanica, degli orrori quotidiani non
giova all’economia della pellicola che perde in spessore
emotivo. Quando arriva l’incontro metaforico, salvifico,
con il capitano tedesco il pathos si è esaurito. Avrebbe
fatto bene il regista ad accorciare la pellicola mantenendo
la saltellante, episodica, scarna, narrazione iniziale. L’opera
pare inseguire invece una forma più tradizionale e
composta. Il lungometraggio si risolleva solo in tre
momentanei colpi d’ala dell’autore. Il guizzo
surrealista nel riprendere il protagonista alle prese con un
barattolo di cetrioli, lo stupefacente dolly che alzandosi
scavalca il muro mostrandoci il protagonista isolato in
mezzo alla disperazione delle rovine di Varsavia e dell’
umanità, l’interpretazione pianistica di Szpilman davanti
all’ufficiale tedesco, dapprima esitante, poi impetuosa e
rigenerante. Una metafora fin troppo chiara del potere dell’arte,
unica via di salvezza (in questo caso anche reale) dagli
orrori delle mostruosità nascoste nell’animo umano.
Nonostante questi momenti di grande
cinema, la pellicola non convince appieno, pone dubbi sul
comportamento di una giuria (quella del Festival di Cannes
che lo ha premiato con la Palma d’oro) miope nella sua
voglia di riscoperta del racconto tradizionale, di un
cinema, di fine fattura artigianale, ma conservatore e
rassicurante.
Paolo Bronzetti
Nella Polonia invasa dai
nazisti, la storia (vera) di un grande pianista ebreo, costretto a nascondersi dalle persecuzioni.
Dopo tanti illustri colleghi (il più recente, Spielberg),
Roman Polanski (di origini polacche nonchè ebree) porta sullo schermo il
dramma degli ebrei
durante il nazismo. Lo stile di Polanski è davvero
impeccabile, la
sceneggiatura asciutta, e la regia assolutamente perfetta
per questo tipo di
film. Anche il cast se la cava bene, Brody è un bel
protagonista e
soprattutto è ben diretto.
Manca però quel piccolo slancio, quel qualcosa che mi
faccia gridare al capolavoro. Sarà il tema ormai davvero saccheggiato dal
cinema, sarà che la
rappresentazione del dolore senza speranza è sempre
difficile da digerire,
sarà che nonostante le sue origini il regista ci offre un
quadro talmente
lucido da apparire freddo... insomma ho apprezzato 2 ore e
mezzo di ottimo cinema, ma non penso che questo Pianista diventerà un
classico. voto 7.
Holden
Recensioni
Home
Archivio