ROBERTO DONATI
Linguistica Generale I -
A.A. 2001/2002
IPOTESI DI RICERCA:
LA VERTIGINE DELLA
SCRITTURA:
i titoli di testa de
"La donna che visse due volte" di Alfred Hitchcock
e altri esempi
PREAMBOLO
Generalmente, oggi
forse come ieri, al cinema come davanti alla
televisione, la visione di un film viene
"consumata" con occhio disattento e spirito
distratto, magari intenti a pescare, assieme alle mani,
pop-corn dentro enormi cestini o chiacchierando con il
vicino più prossimo del più e del meno: in pratica,
cioè, dopo un secolo di "galoppanti
cinematografie" non è ancora nata – o, comunque,
non si è totalmente radicata - una coscienza per cui
andare al cinema equivale all’esperienza intellettuale
che la visita di un museo o la lettura di un libro
comportano.
Figuriamoci, quindi,
che peso possono avere, nell’economia di un intero
film, i titoli (di testa e di coda) per uno spettatore
medio per cui cinema è sinonimo di serata in compagnia
o di palliativo di un forsennato zapping televisivo
nella desolata comodità della propria casa. Ma, siccome
quest’ipotesi di ricerca non ha il vano ed esaltato
scopo di ergersi a pamphlet contro il crescente
disinteresse di questa società sempre più "al
grado Rank-Xerox", e vuole invece rivolgersi
a tutti coloro che sono ancora in grado di ricevere
input e, rielaborandoli, di emettere output… ebbene,
allora sì, i titoli assumono ben altro spessore e si
possono considerare a tutti gli effetti facenti parte di
un’opera d’arte cinematografica – ovviamente con
tutte le differenze del caso: ed è quello che sto
proprio per dimostrare.
E IN PRINCIPIO FU IL
VERBO
Praticamente, mai è
stato fatto uno studio accurato della storia del cinema
(una delle "scritture del visibile" per dirla
con Barthes) a partire dai titoli e dai loro
cambiamenti: eppure, se procediamo con ordine e
chiarezza, ci accorgeremmo che non solo il linguaggio
cinematografico e la dimensione tecnica si sono evoluti
col passare degli anni, ma anche la semplice
presentazione scritta di un film.
Per dirla brevemente,
si vedrà infatti che durante il periodo del muto
(1895-1929) i titoli di testa e di coda erano brevissimi
e contenevano giusto l’annotazione del nome del film
(spesso preceduto dall’immagine di un libro, a
testimoniare la derivazione letteraria), del regista,
del produttore, degli interpreti e relativi personaggi e
poco altro. Col passaggio al sonoro, e alla crescente
industrializzazione di questa arte, i titoli di testa si
allungarono (mentre quelli di coda praticamente
scomparvero e si limitarono alla dicitura
"fine": si pensi ai film di Capra degli anni
del New Deal o ai noir dei ’40, tanto per fare due
esempi) ma erano evidenziati sempre e solo i nomi che
richiamavano l’attenzione del pubblico (regista e
produttore, ma soprattutto i divi dell’epoca).
Percorrendo al galoppo
quest’anomala storia del cinema, si riscontrano
notevoli differenze solo a partire dagli anni ’50-‘60:
i titoli di testa si fanno sempre più lunghi e
dettagliati di informazioni, ogni collaboratore
(musicista, sceneggiatore, montatore,…) ha finalmente
– nel rispetto della par condicio – il suo
posto privilegiato durante lo scorrimento delle scritte.
Un film viene sempre più inteso come creazione
collettiva di una troupe accuratamente scelta e quindi
nei titoli di coda, finanche estenuanti (tanto che nei
passaggi televisivi vengono sistematicamente scorciati),
ogni persona che ha minimamente partecipato alla
realizzazione viene ricordata.
Anche un’analisi
così sommaria, comunque, permetterà di dire che
ovviamente ci sono delle eccezioni a quest’ultima
ipotesi: infatti, è anche di moda, soprattutto fra le
personalità di rilievo (si veda Kubrick), realizzare
titoli di testa laconici in cui, dopo l’immancabile
logo iniziale della casa distributrice e produttrice,
siano presenti soltanto il nome del film e del regista
(e talvolta - se presente - della star protagonista).
Con questo non ho
certo voluto esaurire l’argomento (magari aprire la
strada per nuovi ambiti di discussione), ma soltanto
preparare il terreno per quanto sto per scrivere in
materia di titoli di testa.
SEGNI CINEMATOGRAFICI
"Tutto diventa
cerchio, ma il cerchio non si chiude"
(Eric Rohmer)
Con questa definizione
il grande cineasta francese ha definito Vertigo,
in italiano tradotto dignitosamente con la
circonlocuzione La donna che visse due volte,
capolavoro del 1958 del maestro del brivido Alfred
Hitchcock: e forse non esiste miglior modo per
descrivere quello che è «il più misterioso, astratto
e doloroso film del regista inglese». E, rispettando le
premesse fatte, ciò si può capire già dai titoli di
testa, realizzati da quel geniale creatore di forme che
era tale Saul Bass, autore di tanti film dentro i film
(tanto per citarne alcuni, basta ricordare i titoli di Psyco
e Intrigo internazionale sempre per Hitchcock, di
Bunny Lake è scomparsa per Otto Preminger, di Quei
bravi ragazzi e L’età dell’innocenza per
Scorsese). Cos’hanno dunque di tanto
speciale questi
titoli? Forse niente, forse tutto: hanno lo stesso
valore di una ouverture che precede un’opera
lirica, dunque analizziamoli.
Siamo nel 1958: dunque
– come abbiamo detto prima – nella fascia dei titoli
lunghi e dettagliati (e titoli di coda corti, in questo
caso addirittura inesistenti: compare infatti subito il
logo di chiusura della Universal Pictures) in cui si
comincia anche a sperimentare le possibilità
grafico-linguistico-espressive dell’introduzione a un
film.
Decostruita in modo
strutturale-diacronico, la sequenza dei titoli, infatti,
in questo caso dura 2’50’’, circa 1/40 di tutto il
film (che dura 128’): subito dopo il logo della
Universal Pictures (il globo terrestre che gira per una
durata 10 secondi) lo schermo è nero nella parte destra
ed è occupato da una mezza faccia nella parte sinistra
[intanto è già partita la partitura musicale di
Bernard Herrmann, tutta giocata sulla ripetizione
ossessiva e circolare di un unico tema-accordo]; la
cinepresa si volge rapidamente verso il volto di cui
inquadra in prima piano la bocca, risalendo poi verso il
naso e gli occhi nervosi e irrequieti di una donna (e,
si badi bene, non è casuale questa scelta: per il
cattolico Hitchcock una donna o una vertigine, alla fin
fine, sono la stessa cosa perché l’uomo ne viene
accecato comunque, e l’importante – in un film del
genere - non è quindi tanto risalire al colpevole, che
infatti non si sa che fine faccia, quanto capire proprio
come questo possa accadere, ma è una ricerca vana e
dolorosa), che guardano in modo sbarrato a destra e a
sinistra. [Nel frattempo scorrono i primi titoli – i
nomi dei due protagonisti: sono scritte grandi, con
lettere evidenziate nei bordi ma cave al loro interno,
che compaiono da un luogo fuori dello schermo.] Sul
primo piano dell’occhio destro il colore naturale dell’immagine
vira improvvisamente sul rosso e sul dettaglio della
pupilla si dilata il titolo del film (vertigo,
cioè vertigine in italiano). Dal centro della pupilla
si diparte una piccola spirale che, scomparso il volto,
si ingrandisce e continua a volteggiare in modo
circolare su sfondo nero, seguita da altre forme simili
di vari colori (viola, verde, azzurro, rosso) mentre
sopra continuano a scorrere i titoli, scritti allo
stesso modo ma in formato ridotto (visti i collaboratori
di minor richiamo). Alcune spirali nascono dentro altre
spirali, in modo tale da formare una sorta di occhio
caleidoscopico (che richiama quello vero precedente).
Alla fine, l’ultima spirale torna a essere rinchiusa
dentro la pupilla dell’occhio (sempre in primo piano)
e compare la dicitura "directed by Alfred Hitchcock"
a cui segue una dissolvenza in nero dell’immagine (e
della musica): a quel punto inizia il film vero e
proprio.
A caldo una
presentazione del genere può suscitare più o meno
interesse, e al massimo conduce a dire, in modo semplice
ma non banale, che già fin dai titoli siamo immersi in
un’atmosfera tesa e spasmodica dove l’angoscia nasce
da elementi comuni della vita quotidiana e dalla
contrapposizione equivoca di sogno e realtà : tutto
vero, ma ci deve essere di più, visto che la
preparazione di questo lavoro rappresentava per Saul
Bass un accurato studio grafico (probabilmente ispirato
anche ai lavori dell’artista olandese M.C. Escher) e
un’attenta analisi, condotta insieme al regista, sul
senso ultimo del film riassunto «in un breve,
convincente e rigoroso susseguirsi di immagini» (Martin
Scorsese): sforzo che non viene percepito se l’osservazione
è superficiale e sommaria. Basti pensare che per il
già citato Bunny Lake è scomparsa, il critico
cinematografico Tatti Sanguineti ha parlato di "titolografia
costruttivista-espressionista": in un film infatti
dove era da ricercarsi una verità pericolosa e scomoda,
Bass ha lavorato sulla grafica metaforica di squarci
operati su uno sfondo nero in modo tale da rivelare, in
modo repentino e improvviso, zone bianche sottostanti in
cui comparivano i titoli.
Partiamo quindi dalla
prima inquadratura: uno zoom che mostra una bocca,
simbolo generale dell’oralità, come se Hitchcock
stesse dicendo "adesso, cari bambini, vi racconto
una bella storia" (e si sa, senza ricorrere
necessariamente alle teorie psicanalitiche di Bruno
Bettelheim, la fiaba - ancestrale e mitico sostrato
insostituibile nell’educazione dei fanciulli -
suggerisce tutta una tipologia di temi e
contrapposizioni stereotipate che nel film, non a caso,
ritroveremo: amore/odio, bene/male, amicizia/tradimento,
vita/morte, percorso iniziatico/bisogno di esorcizzare
le paure) e nello stesso tempo, però, sancisce la
derivazione letteraria (la bocca ha la stessa valenza
del libro posto a epigrafe dei film muti) del testo
filmico, tratto appunto dal racconto D’entre les
morts di Pierre Boileau e Thomas Narcejac. Ma per
catturare l’attenzione dei bambini-spettatori,
Hitchcock non ha bisogno soltanto della trasmissione
orale, ma anche di quella visiva: ecco dunque spiegato
il risalire verso gli occhi. La visione – tema
dominante nell’opera hitchcockiana (la sua magistrale suspense
– come ha lui stesso spiegato nel fondamentale
libro-intervista di Truffaut – nasce dal fatto che noi
spettatori, guardando porzioni di realtà precluse
invece al protagonista, ne sappiamo più di lui e
tendiamo perciò a identificarci in esso) e nel
linguaggio "giallo" in generale (si pensi alla
metaforica Finestra sul cortile o al buco
attraverso cui il temibile Norman Bates spia la sua
cliente/vittima in Psyco) – è il significante
che si carica di vari significati per raggiungere un
determinato senso: come il bambino ha bisogno anche di
vedere, oltreché di sentire, chi gli sta raccontando
una fiaba per avere maggiore paura, così l’acrofobico
ha bisogno di vedere perché gli si risveglino le
vertigini e provare così quella strana sensazione di
ottundimento dei sensi. "L’acrofobia è un’ossessione"
dirà, senza tollerarlo, il personaggio cartesiano di
James Stewart e chiunque abbia letto Orwell o Wilde (o
visto il capolavoro – superba parola, a mio avviso,
spesso aborrita dagli eruditi e dai critici – di
Powell L’occhio che uccide, «forse il più
compiuto saggio sul cinema come voyeurismo, pulsione
necrofila e insieme scopofila») può tranquillamente
sostituire al primo termine della frase la parola
"visione" senza che il senso ne sia stravolto.
MOEBIUS E IL SUO ANELLO
Nomen omen,
dicevano i latini a proposito di un nome che già nel
suo essere puro e semplice segno rimandava a un altro
significato, contenuto che si faceva paradossalmente
espressione di un altro contenuto: a essere prolettici,
in questo caso, sono invece proprio i titoli di testa de
La donna che visse due volte. Le spirali che
rimandano alla circolarità della vicenda (e degli
stessi titoli, che nascono e muoiono dall’occhio) –
all’inizio c’è un poliziotto che cade da un
palazzo, alla fine (e anche in mezzo, a voler essere
precisi) c’è una donna che vola da una torre
campanaria – rappresentano una sorta di anello di
Moebius nel quale forse siamo eternamente intrappolati:
ma se non c’è modo di uscirne («potrà il povero
Scottie passare il resto della propria vita senza
continuare a cercare un’altra sosia della donna che ha
perso due volte?» si è giustamente chiesto qualcuno),
si può sempre agire ed evolvere al suo interno;
dopotutto, in termini pratici, la vicenda parla di un
uomo che inizia a soffrire di vertigini ma riesce a
guarirne vedendo due persone a lui care morire a causa
dell’altezza. Bene, a questo punto non è azzardato
dire che i titoli di testa di Saul Bass siano l’epitome
metonimica del plot del film dal punto di vista
pratico adottato qui sopra, dove l’occhio rappresenta
lo schermo sul quale la vicenda viene proiettata: le
vertigini e l’inghippo labirintico nel quale Scottie
è capitato sono simboleggiati dalle spirali, l’ossessionante
romantica dall’insano colore rosso (nel corso del film
tornerà di nuovo l’utilizzo di colori accesi e
distorti), l’ossessione necrofila dalla colonna sonora
funerea e monotematica di Herrmann. Le ritroveremo per
ben altre due volte, le spirali, nel corso del film, e
addirittura nella stessa scena: l’affascinante enigma
femminile rappresentato da Kim Novak è seduta all’interno
di un museo e guarda il quadro che raffigura l’antenata
di cui si è convinta essere la reincarnazione. Nel
quadro la donna ha i capelli sistemati all’indietro e
raccolti in una crocchia concentrica, la co-protagonista,
fuori dal quadro, ha la stessa identica crocchia a
spirale: il "senso ovvio" e immediato di
questa scelta visiva è la comparazione (fisica, per
significare quella psicologica) fra le due signore, il
"senso ottuso", nascosto dietro a una
simbologia così elementare, è la rappresentazione
iconica di un destino immutabile, di una sorte già
segnata e iscritta in una banale ciocca di capelli (che
sia l’inizio della sua fine – morale prima che
fisica per il cattolicissimo Hitchcock, visto che si è
macchiata di complicità in un omicidio – lo
testimonia proprio la spirale, che rimanda
inequivocabilmente alla lettera O – immagine, dunque,
che torna al referente "testo" - e quindi, a
voler essere quasi maniacali nell’analisi,
rispettivamente alla forma del ventre materno gravido,
alcova di una nuova vita, e alla lettera greca omega,
significante una simbolica e ineluttabile fine). La
donna che visse due volte è, infatti, una vicenda
circolare di eterni ritorni, è un nostos biblico
che risale alle origini del mito (Adamo ed Eva che
ascoltano dalla bocca del serpente la tentazione
e la applicano dopo aver visto la fatidica e
succosa mela del peccato), come direbbe qualche fine
esegeta, e che non va razionalizzato (compiuto, invece,
dal protagonista) né lucidamente spiegato. Dove
Hitchcock sancisce la predominanza dell’immagine sul
testo scritto (ma, come i titoli vanno visti per essere
letti, così anche l’immagine va guardata per essere
interpretata), ci sarà poi sempre l’Hitchcock che si
preoccupa di ristabilire l’equilibrio: e comunque
Hitchcock, in fin dei conti, è un regista e non uno
scrittore. E a questo punto anche la nota frase del
massmediologo Marshall McLuhan "il medium è
messaggio" è come applicata alla lettera: titoli
che veicolano, attraverso una forma espressiva
ragguardevole, un contenuto-messaggio che ha comunque
bisogno del medium cinematografico-televisivo per
arrivare a destinazione. A un messaggio linguistico di
grado zero (dal punto di vista delle scritte, dopotutto
sono banalissimi titoli di testa) corrisponde un
messaggio iconico fortissimo, che si rivolge
teoricamente a tutti quelli che si possono permettere di
spendere i soldi necessari (e hanno la voglia di farlo)
per acquistare il biglietto con cui poter vedere il
film. La semplice scritta denotativa "directed
by Alfred Hitchcock", abbinata a titoli di testa
così pregnanti, finisce per connotare tutta un’altra
serie di contenuti impliciti che si riferiscono alla
fama già acquisita del regista e ad altri fattori: la
tensione, l’ansia, l’intrigo, la gioia di provare
(in)autentici brividi, l’emozione intensa, la speranza
(o la paura) di non dormire la notte. In Hitchcock,
serve tuttavia il suo nome (nomen omen, dunque):
la stessa cosa, invece, non succede coi film di Woody
Allen o di Peter Greenaway, immediatamente riconoscibili
(senza nemmeno la garanzia della lettura dei loro nomi),
anche per chi non conosca a fondo il cinema ma ha
spirito d’osservazione, per il loro essere
rispettivamente semplicissimi e poveri (scritte bianche
su sfondo nero) o riccamente decorativi (titoli-arazzi,
titoli-rebus, ecc.). Anche il cinema di Cronenberg,
giusto per divagare, si denota spesso per titoli
di testa che connotano già nel loro piccolo il
significato della pellicola: tralasciando i pur
splendidi sperimentalismi formal-linguistici di film
come Inseparabili o M. Butterfly, i titoli
di un film come La zona morta forse sono tra i
più significanti della storia del cinema (in un film
che parla della morte e di buco nero della/nella
memoria, Cronenberg gioca sull’immagine che piano
piano si oscura quasi totalmente per formare la scritta
trasparente The dead zone, che già in sé
contiene la parola "morta", dunque è
autoreferenziale).
NOSTOS IL RITORNO
Ritornando al nostro
Saul Bass, rilevanti sono gli altri suoi due lavori per
Hitchcock: in Intrigo internazionale, puro
divertissement filmico, gioca sulla grafica di linee
che, intersecandosi fra loro, formano lo skyline
di un grattacielo che apparirà veramente -
sostituendosi, in dissolvenza, al disegno. Titoli
semplici ma funzionali a una storia di impotenza
paranoica che avrà inizio proprio da quel grattacielo;
titoli comuni anche perché le scritte continuano ad
apparire sopra le immagini reali (e non su cartelli
predisposti). Scelta che mi permette di parlare dell’incipit
di Shining, lampante capolavoro neogotico di
Stanley Kubrick in quanto rifugge dagli elementi
tradizionalmente melodrammatici del gotico
(ambientazione tetra e oscura, brughiera e nebbia
metaforiche che impediscono il corso naturale degli
eventi,…) per dirigersi al versante opposto (luci al
neon, neve accecante, chiarore diffuso, bagliori di
morte: shining significa non a caso, nell’appropriatissima
traduzione italiana dei suoi fidati perché
accuratamente scelti collaboratori, "luccicanza"
ed è, ancora una volta, testo che precede l’immagine,
scritta – cioè assemblaggio di fonemi – che si
farà immagine, che la connota comunque già in
partenza) e approdare al mito (Saturno e Pollicino) e
«all’archetipo dell’inconscio» in una fiaba horror
che fa della fase orale un elemento simbolico e
figurativo immenso. I titoli di testa di Shining,
infatti, sono quanto di più semplice si possa
immaginare: mentre scorrono immagini di paesaggi di
corrusca e angosciante bellezza (contrappuntate da
musiche tristi di Ligeti), le scritte fluiscono dal
basso verso l’alto. A questo punto, sarebbe lecito
domandarsi se l’occhio dello spettatore è conquistato
più dal testo iconico o da quello linguistico. Non è
facile rispondere, ma a mio parere un po’ da tutti e
due: è vero che le immagini sono così forti da
affascinare e irretire lo sguardo, ma è anche esatto
dire che i titoli a caratteri grandi che invadono lo
schermo aumentano – o fanno proprio nascere – il
senso di claustrofobia e di oppressione che lungo tutto
il film poi si respirerà. Sono titoli sinfonici, che
seguono la melodia delle immagini e della partitura
musicale: ed è molto facile appurare quanta cura
Kubrick riservava alla combinazione perfetta di questi
due elementi.
L’altra celebre
collaborazione fra Bass e Hitchcock ha prodotto i titoli
di Psyco, sorta di griglia di linee parallele che
si spezzano e si interrompono (intercalate, frattanto,
dai nomi), motivo che riprende la tapparella ripresa all’inizio
del film e che anticipa lo schema mentale distorto dello
schizofrenico protagonista. E quanto significhino dei
titoli del genere, lo testimonia il fatto che Gus Van
Sant, nel suo clone postmoderno (in quanto va aldilà
della semplice citazione) Psycho, li ha mantenuti
pressoché inalterati.
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