A cavallo della Tigre
Intervista
al regista
Il
poeta con la macchina da presa questa volta c’ha traditi e
guardando "A cavallo della tigre" si ha come la
sensazione di assistere a un film svuotato di tutte quelle
"congerie" cinematografiche che avvertivano ogni
volta lo spettatore di trovarsi di fronte a una storia
diretta da Carlo Mazzacurati.
Un nuovo passo di cinema,
meno rigoroso e privo di quel delicato melanconicismo che
era solito mettere fra le immagini e dentro ai personaggi
dei suoi racconti, prende qui il sopravvento, e quel che ne
esce alla fine è un film spaesato, un po’ in disanimo,
che non commuove ma che non fa nemmeno ridere, a cavallo
della tigre insomma.
Tutto parte da Guido (un
Bentivoglio qui non proprio in splendida forma) simpatico e
vitale sbruffone quarantenne che vive a Milano e che è
pieno di debiti fino al collo; per risolvere la sua
situazione economica fa una rapina nella quale coinvolge la
sua compagna Antonella (Paola Cortellesi) che di professione
fa la ballerina. La rapina però va male a causa di un
imprevisto e Guido viene arrestato. La sua fidanzata riesce
invece a darsi alla fuga senza essere identificata e
portando con sé l’intero bottino.
Due anni e sei mesi dopo,
Guido - a quindici giorni dalla sua uscita dal carcere –
finisce coinvolto in un’evasione con due ergastolani, un
omone di settant’anni di origine turca e un marocchino di
trent’anni. Fuori dal carcere si mette alla ricerca di
Antonella e con mezzi di fortuna, ma anche facendo a piedi
chilometri di pianure e boscaglie, la raggiunge a Genova.
Fra paesaggi azzerati e
ambienti che non dicono più nulla di sé (si passa da
Milano a Genova, via Torino, in un silenzioso anonimato d’immagini),
Mazzacurati porta al limite della claustrofobia la storia
visiva e narrativa del film: la vita degli uomini e delle
cose che vediamo passare sullo schermo sfilano via senza
particolari "danni" emotivi. Non si trova il tempo
di affezionarsi (ma nemmeno di fare il contrario, se non
nella prima parte) ai protagonisti, e anche la musica di
Ivano Fossati fa quel che può; con una televisiva
Cortellesi che non azzecca una posa e nemmeno uno straccio
di cadenza espressiva nei dialoghi, la storia di questi
soliti ignoti (sostanzialmente una brutta copia del
precedente bel film "La lingua del santo")
potrebbe stare tutta dentro al fuoricampo finale affidato
alla voce di una bambina che a un certo punto, parlando
della paura, si fa scappare un "basta fare un respiro
profondo e poi passa".
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