Milano – A
Carlo Mazzacurati, cineasta padovano, dobbiamo alcuni dei
più bei film della storia moderna del cinema italiano: Il
Toro, Vesna Va veloce, L’estate di Davide, perfino La
lingua del Santo (accolto all’inizio con una certa
reticenza ma poi film parecchio apprezzato) sono state delle
prove d’autore su cui difficilmente s’è potuto muovere
qualsiasi tipo di disapprovazione critica. "A cavallo
della Tigre", invece, non ha ottenuto, perlomeno tra i
giornalisti presenti all’anteprima, lo stesso unanime
consenso dei film precedenti. L’impressione degli addetti
ai lavori è che è venuto a mancare il cinema di
Mazzacurati, quello a cui pubblico e critica si erano
abituati.
Se ti dicessi che questo
film forse ha lasciato sul terreno del cinema qualche
non-emozione di troppo cosa mi rispondi? Non credi insomma
che sulla strada dei Soliti ignoti 2, cioè questo film,
sulla quale ti sei messo, e’ mancato forse il tuo cinema?
Questo non lo, non posso
dire se vi sia uno scarto di emozione tra il film precedente
e questo: chi vedrà questo film giudicherà se sia privo o
meno di fascino. Quello che però resta in fondo a tutti i
miei film, sempre, e anche in questo, è un atteggiamento,
sentimentale, ideale, ma anche pratico, di come vedo le
cose: ci sono delle cose che mi piacciono anche in questi
perdenti, in questi uomini ai margini. Questa libertà di
poter provare simpatie anche per dei buoni a nulla, mi
permette di passare da un film come l’Estate di Davide a
uno come questo, dove racconto la normalità estrema dei
personaggi. Magari anche lasciando sul terreno qualche
autobiografismo in più, non so se si tratti di emozione
come dici tu. Anche questo film, come il precedente, è un
atto d’amore per le persone semplici che vivono con
difficoltà il nostro tempo; per quelli che sbagliano o non
sono giudicati abbastanza furbi. Per me vi è in loro una
purezza che li preserva dalla volgarità dei vincenti di
quest’epoca.
Tunnel Kurtiz, il turco, e
compagno di fuga di Bentivoglio, è un personaggio che
riesce nel corso del film a passare dal tratto spregevole
iniziale a quello quasi commovente della fine. Un lavoro di
costruzione durato 110 minuti.
In effetti con uno
così io non ci mangerei nemmeno un panino: poi verso la
fine ti accorgi che ci si può anche parlare o confidare con
questo vecchio di settant’anni con alle spalle una vita di
galera. Volevo ottenere proprio questo, lavorare su un
personaggio che all’inizio appare in un certo modo e
portarlo ad essere differente.
In questo film non c’è
spazio per una prosa dei paesaggi, degli ambienti che hanno
sempre caratterizzato i tuoi film: la storia, il racconto,
sfibrano ogni suggestiva scenografia, le campagne piemontesi
o la stessa Genova sono relegate a puro sfondo.
La storia richiedeva
questo, proprio un conflitto ravvicinato delle vite di
questi ladri "perbene" e che non poteva concedere
spazio ad altro: gli ambienti claustrofobici nei quali mi
sono messo a girare mi hanno anche creato delle difficoltà,
delle paure. Però avevo chiesto alla mia scenografa di
portarmi in posti che non avevo mai visto, in luoghi che non
avevo mai frequentato: una galera, un cunicolo, un
precipizio. Certo che è un film diverso, ma è la storia di
questi due che è diversa da quelle dei personaggi degli
altri film.
La commedia italiana degli
anni ’60 si riconferma l’isola felice da cui
difficilmente ti stacchi.
Si, anche se qui ci sono
quarant’anni di mezzo e dal precedente A cavallo della
tigre di Comencini (film molto amato da me e dallo
sceneggiatore Bernini) questo Paese è cambiato al punto da
non essere più riconoscibile. Credo che la stessa distanza
vi sia, inevitabilmente, anche tra i due film: ma la
capacità di sguardo sulla realtà, l’amore per i
personaggi disgraziati e l’assenza di cinismo ci
piacerebbe averlo imparato lì.
Gianluca Mattei