L'uomo del treno
Regia:
Patrice Leconte
Sceneggiatura: Claude Klotz
Scenografia: Ivan Maussion Montaggio: Joëlle Hache
Suono: Paul Laine, Dominique Hennequin, Jean Goudier
Musica: Pascal Esteve Costumi: Anne Perier
Interpreti: Jean Rochefort, Johnny Hallyday, Jean-François
Stevenin, Charlie Nelson, Pascal
Parmentier, Isabelle Petit-Jacques, Edith Scob
Due
uomini agli antipodi esistenziali si incontrano casualmente
in una farmacia di una piccola città di
provincia e vivono
alcuni giorni insieme, comunicandosi l’insoddisfazione di
se stessi e della propria vita. Milan (Johnny Hallyday), che
in passato faceva il cow-boy in un circo, è in città per
una rapina in banca. È armato, veste una vistosa giacca di
pelle, ha l’andatura sicura dell’uomo "che non deve
chiedere mai". Manesquier (Jean Rochefort), al
contrario, è un tranquillo professore di francese che vive
in una casa antica e piena di oggetti démodé, un
intellettuale che molto ha letto e che suona il pianoforte,
ma che non ha mai osato vivere secondo le proprie
aspirazioni più profonde e segrete.
L’uno ha sempre ricercato il piacere immediato e la totale
assenza di legami, l’altro ha perseguito con costanza un
ideale di vita borghese senza sorprese né scossoni. Per
Milan l’amore è stata una continua ricerca, un passare
con disinvoltura da un letto all’altro, Manesquier
frequenta invece senza passione la stessa donna da quindici
anni. Inevitabile che l’uno voglia diventare l’altro,
che il pistolero calzi le pantofole e il professore si tagli
i capelli a spazzola per assomigliare ad un galeotto appena
uscito di prigione.
Sicurezza o azzardo? Trasgressione in nome di se stessi o
adesione acritica alle norme sociali? Qual è il prezzo che
siamo disposti a pagare per essere autentici? Ma anche: vita
attiva o riflessiva? Nella vita è meglio essere
"attori" o "spettatori"? Chi di noi non
ha avvertito, almeno una volta, la possibilità di un’esistenza
totalmente diversa, insieme all’ebrezza e ai brividi che
ci dà anche solo immaginarla?
Il film è costruito attorno ai due attori e alla tipologia
umana che essi evocano, più che sull’esile intreccio.
Estrema cura è riservata ai dialoghi (o meglio ai lunghi e
raffinati monologhi del professore), la regia è sempre
elegante. Non mancano momenti di autentica poesia, come ci
ha abituato da sempre il cinema di Leconte, anche se l’andamento
è incostante e non sempre si riesce a catturare l’attenzione
dello spettatore. Buono lo spunto ma si avverte una
sensazione di incompiutezza.
Mariella Minna
Un uomo misterioso arriva in un piccolo
paese della Francia, incontra
casualmente in una farmacia un professore ormai in pensione
e si
stabilisce da lui. Entrambi attendono la fine della
settimana per un
appuntamento importante e decisivo. Patrice Leconte mette in
scena,
seguendo un itinerario molto classico, l'incontro di due
personalita'
contrapposte che si rivoluzioneranno a vicenda. E per
rendere
credibile la progressiva contaminazione dei protagonisti,
gioca sul
carisma di due miti francesi: Jean Rochefort, suo attore
feticcio, e
Johnny Hallyday, star della musica. L'eleganza formale, la
sperimentazione tecnica (girato in digitale e poi riversato)
e la
leggerezza del racconto, pero', non riescono a coprire
l'artificiosita' del rapporto che si instaura tra i due
protagonisti:
in pochi giorni apprendono l'uno dall'altro cose che in
decine di anni
non sono mai riusciti nemmeno a mettere a fuoco. Alcune gag
funzionano
e divertono (il rapinatore saggio che pronuncia un'unica
frase al
giorno, la cantilena della fornaia), ma i dialoghi
propongono continui
botta e risposta per nulla spontanei e forzatamente
illuminanti.
Il
personaggio di Manesquier, interpretato da uno scatenato
Jean
Rochefort, e' il tipico vecchio inacidito dai rimpianti, che
parla
sempre piangendosi addosso (ma soprattutto sempre), di
quelli che se
li incontri in autobus ti metti a invocare aiuto al
finestrino. Invece
viene spacciato per simpatico e arzillo. Molto piu' sincero
il Sordi
di "Incontri Proibiti": film non riuscito, ma con
uno sguardo sulla
vecchiaia assai piu' critico e non per questo meno
simpatico.
L'alter-ego di Manesquier, il taciturno Milan cui presta la
sua
maschera vissuta Johnny Hallyday, si rivela invece l'ormai
becero duro
dal cuore d'oro, che vive di stenti ma non disdegna la
poesia. Su
tutto un'aria mortifera che trova nel finale patetico
adeguata
glorificazione.
Luca Baroncini
****
spoiler alert: level 1
"Non parla molto"
"Se ne sta sempre zitto. Poi
ogni giorno, puntuale alle dieci, se ne esce con una
frase..."
"E prima?"
"Medita."
"E dopo?"
"Si riposa."
Ragazzi che bel film! Questa pellicola è
l'esempio lampante di quanto la sceneggiatura sia il
vero scheletro di un film: dialoghi superbi, con
un'ironia misurata, tagliente, acuta e mai fine a se
stessa. Certo, probabilmente a poco sarebbe servita
se davanti alla macchina da presa non ci fossero stati
due volti come quello tenero e buffo di Jean Rochefort
(chi non lo ha amato ne "Il marito della
parrucchiera", sempre di Leconte? Se avete voglia
di trascorrere una serata diversa -ogni tanto ci si
può anche affrancare dalle solite pellicole americane,
ve lo dice un "americanologo"...- cercate di
recuperarlo: non ve ne pentirete!) e quello da vero
duro, da uomo vissuto che ne ha viste di tutti i colori,
di Johnny Hallyday: non sono solo due attori, sono due
persone "vere" che ameremmo invitare una sera
a cena, magari a base di omelette, baguette e
patate fritte. Ogni battuta pronunciata (tra l'altro
ottimo il lavoro dei doppiatori) lascia il segno,
evitando accuratamente ogni tranello di retorica. Da
questo incontro quasi pirandelliano dove uno vorrebbe
vivere la vita dell'altro e viceversa, dove il futuro è
solamente una pagina di un calendario, dove la vecchiaia
è sinonimo ancora di opportunità o, forse, di
ulteriori occasioni sprecate, vi porterete per sempre
nel cuore la sensazione di aver visto qualcosa di
diverso, qualcosa di, forse, unico. Certamente non
un film pseudo-intellettualoide. No. Ma neanche un film
per chi al cinema ci va solo per sostituire il cervello
con i popcorn.
DA TENERE:
Sì, ma proprio da tenere in casa: in pochi minuti vi
affezionerete ai due protagonisti e non li lascerete più.
Alla faccia dei soliti amici che hanno evitato il film
perché c'era "Johnny Hallyday, quel cantante di
una certa età"...
DA BUTTARE: Ai
soliti critici: per cortesia, smettiamola di parlare di
"scelta sperimentale" per giustificare il
fatto che il regista ha girato il film in digitale per
poi riversarlo in pellicola, e diciamo la verità: costa
molto, molto, ma molto meno e si può lasciare la
"videocamera" sempre accesa senza rischiare la
bancarotta.
NOTA DI MERITO: Patrice
Leconte sinceramente lo avevo perso di vista da un bel
po' (ebbene sì, lo ammetto: anch'io ogni tanto ascolto
i critici quando sconsigliano i film...), ma mi fa un
enorme piacere averlo ritrovato in forma
smagliante per "L'uomo del treno". E con me,
evidentemente, quelle centinaia di persone che hanno
affollato la sala cinematografica in un giorno
infrasettimanale. La qualità paga, il passaparola
evidentemente pure.
NOTA DI DEMERITO:
Non è questo il caso perché la proiezione è avvenuta,
stranamente, in un buon cinema, ma la domanda vale per
mille altre volte: in tempi di multisale che vanno alla
grande solo con pellicole ultrapubblicizzate e
di cinema che chiudono a causa, pare, della loro temuta
concorrenza, nessuno ha ancora pensato in qualche
modo a specializzarsi? Possibile, ad esempio, che a
Verona si debbano vedere certi film solo in anguste sale
dove la comodità e l'audio sono un optional? Perché
certi comfort li hanno solamente i rumorosi mangiatori
di popcorn??? Gestori, rischiate e lamentatevi di
meno!!! Altrimenti... Bingo!
Ben, aspirante Supergiovane
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