Hannibal
USA-IT 2001 di Ridley Scott con
Anthony Hopkins, Julianne Moore (Julie Anne Smith),
Giancarlo Giannini, Gary Oldman, Francesca Neri, Ray Liotta,
Frankie R. Faison, Enrico Lo Verso, Ivano Marescotti,
Fabrizio Gifuni
E' il 1986 e un serial-killer sta per entrare
nell'immaginario collettivo per non uscirne più. Solo che e' troppo presto, il pubblico
ha bisogno di un impatto più spettacolare, Brian Cox non e' carismatico come Anthony
Hopkins e la distribuzione non crede pienamente nel progetto.
Cosi' il bello e visionario
"Manhunter frammenti di un omicidio" di Michael Mann, passa come una meteora e
non lascia postumi, se non nei pochi che lo hanno visto. La vera consacrazione arriva dopo
qualche anno con Hannibal Lecter protagonista assoluto de "Il silenzio degli
innocenti". Tra i tanti pregi del film, colpisce la sottile
morbosità con cui lo
spettatore si ritrova inconsciamente a parteggiare per lo spietato serial-killer,
cannibale feroce ma anche abile manipolatore, capace di scavare in
profondità negli
irrisolti meandri psicologici del suo interlocutore. E' il trionfo, e la matrice comune
dei romanzi di Thomas Harris porta lo scrittore alla scelta quasi obbligata (se non altro
per le sue tasche) di un ulteriore seguito, fatto su misura per la star Anthony Hopkins.
Ecco così giungere sugli schermi, dopo il discusso successo editoriale e la dettagliata
cronaca delle diverse fasi della lavorazione del film, il tanto atteso
"Hannibal". Difficile essere obiettivi con così tante aspettative, ma tentando
di mantenere un candore di visione privo di pregiudizi (missione quasi impossibile),
bisogna riconoscere che il film funziona. Nuocciono i paragoni con i due lungometraggi che
lo hanno preceduto perché le intenzioni sembrano puntare, pur mantenendo la tensione
psicologica tra i protagonisti, soprattutto su un grande spettacolo. E Ridley Scott riesce
ad imprimere un taglio personale che, se non conquista, riesce comunque ad avvincere.
L'incedere notturno di Hopkins/Hannibal in una Firenze caotica, ricorda molto da vicino il
vagare di Harrison Ford nella Los Angeles del 2019. Anthony Hopkins mantiene carisma e
fascino (anche se a piedi nudi in versione dandy casalinga rischia un
pò il ridicolo), ma
e' Hannibal ad essere meno affascinante e il predominare del lato sentimentale su quello
viscerale lo rende meno imprevedibile e spaventoso.
In fondo alla fine diventa una sorta di supereroe romantico che libera il mondo, a
modo suo, da chi lo inquina. Julianne Moore sostituisce egregiamente Jodie Foster, anche
se appare meno vulnerabile. Bravo Giancarlo Giannini, protagonista della parte fiorentina
e ben strutturata la sceneggiatura, capace di rendere fluidi la visione e il collegamento
degli eventi. Sulla paura ancestrale delle pulsioni, ha però la meglio il ribrezzo, e la
fascinazione del male non diventa mai protagonista. Ciò che viene mostrato toglie
ambiguità e impedisce al film di lavorarti dentro e di porre domande. In fondo Ridley
Scott si conferma un bravo regista di intrattenimento e mantiene una tensione capace di
coinvolgere per il tempo della visione, ma non lascia spazio a strascichi emotivi.
Può
sembrare poco ma, come già detto, ciò che nuoce e' il confronto con il diverso spessore
dei due film che lo hanno preceduto. Non dimenticando di considerare che, probabilmente,
era diverso anche il taglio dei due romanzi da cui traevano origine.
Luca Baroncini de "Gli Spietati"
----- Hannibal
HANNIBAL con A.Hopkins ANTHONY HOPKINS di Ridley Scott
RIDLEY SCOTT
"Hannibal" e' un film bellissimo.
Sorprende la compattezza del pubblico nel parlar male di questo film, ma poi ci si
chiede come mai il medesimo pubblico continui ad affollare le sale in un fenomeno di
follia collettiva degno di altri tempi. Comunque, checché se ne possa dire sul piano
qualitativo (e il film si presta alle prese di posizione più disparate, tant'e' la sua
forza), "Hannibal" e' un'autentico punto di svolta per il cinema contemporaneo,
un film destinato a segnare un'epoca. Ma vediamo di entrare nel dettaglio.
La prima cosa che balza agli occhi quando si vede "Hannibal" e' una: a
differenza dei suoi illustri predecessori ("Manhunter" e il
più accostabile
"Il silenzio degli innocenti"), "Hannibal" non e' un film d'autore.
Non lo e', perché c'e' un regista su commissione (che non e' nemmeno la prima scelta),
c'e' una sceneggiatura passata per più mani, e c'e' la forte
volontà di un produttore
(Dino De Laurentiis) che e' il vero propulsore artistico dell'operazione. Tutto
ciò si
rivela immediatamente nello spirito del film, che e' quanto di
più vicino a un fumetto e
a un divertissement si possa vedere oggi sugli schermi.
Perché questo e'
"Hannibal": un sano e spassosissimo b-movie come non se ne facevano da anni, un
horror senza pretese che punta solo sulla provocazione e sulla voglia di schockare il
pubblico, un cinico e becero prodotto di xploitation realizzato all'interno della
lobby hollywoodiana. L'unico esempio recente che mi viene in mente da poter accostare ad
"Hannibal" per la vitalità narrativa e lo prezzo del bon-ton
cinematografico e' la trilogia di "Dal tramonto all'alba", riuscitissimo
tentativo di riesumare lo spirito anarchico e fracassone dell'exploitation anni settanta,
ma qui le cose sono ben diverse. Perche' la trilogia di Tarantino/Rodriguez nasce e si
sviluppa come un'operazione indipendente, ai margini delle strutture produttive mainstream
(specie gli ultimi due capitoli), mentre "Hannibal" e' invece un clamoroso
blockbuster hollywoodiano, ed e' per questo motivo che la sua natura irriverente e
"underground" stupisce ancora di più.
Con questo film il dottor Hannibal Leckter assume
definitivamente i connotati di antieroe della nostra epoca. Scott (o chi per lui) eleva
Hannibal ad indiscusso protagonista della narrazione, lo depura da ogni
rappresentazione verosimile e lo trasforma nella maschera di un grande cattivo
cinematografico, come prima di lui Freddy Krueger o Michael Myers. Hannibal e' il nuovo
Freddy Krueger, e' l'antieroe indistruttibile e inafferrabile che gioca con le sue vittime
e uccide con il sorriso sulle labbra, dispensando battutacce e humour a go go. Senza
però
mai cadere nel ridicolo, o nel demenziale esplicito: Scott conosce bene i limiti tra
umorismo nero e farsa, e sta sempre bene attento a non valicarli. Il suo film risulta
quindi si' divertente e abbastanza rozzo da catturare l'attenzione, ma anche sottilmente
inquietante, e in alcuni momenti, anche genuinamente terrorizzante. Un film malsano di
certo, sordido e sporco, che fonde con una maestria unica la compiaciuta autoironia di chi
non si prende sul serio al totale controllo delle corde delle suspense tipico di chi, come
Ridley Scott, e 'sommo domatore della macchina-cinema. "Hannibal" e' il vero,
attesissimo e forse definitivo punto di svolta dell'horror anni novanta. E' il cambiamento
che tutti auspicavamo. "Hannibal" fa piazza pulita, con una
radicalità e un
estremismo da lasciare senza parole, di tutte le carinerie e i compromessi politicamente
corretti che hanno reso l'horror hollywoodiano degli anni novanta (e di rimando l'horror
tout-court) un genere patinato, innocuo, asettico e votato perdutamente ai rifacimenti in
pompa magna.
Con "Hannibal" l'horror riacquista il senso del disturbante, dello
sgradevole, dello sprezzo e dello sberleffo ai danni dello spettatore. Scott non si
concede limiti, e osa come nessun altro prima di lui: sangue a ettolitri, viscere che si
schiantano sulla strada, uomini che si sfregiano la faccia e la gettano ai cani, un
atroce freak mostrato per intere sequenze alla luce del sole (e, incredibilmente,
ciò non
cade mai nel ridicolo! questo e' osare), cinghiali che azzannano e scuoiano incauti
malcapitati (tra cui il nostro Ivano Marescotti), e per concludere.... la scena del
cervello.
La scena che ha fatto abbandonare la sala a molti spettatori, la scena che fa
sentire male, che ha fatto svenire e vomitare il pubblico in sala, autentica provocazione
al buon gusto degna di un Andy Warhol, o di un H.G.Lewis. Ebbene si': Ridley Scott
infrange tutti i tabù del cinema mainstream, e ci fa vedere cose che fino a ieri soltanto
Jess Franco aveva il coraggio di mettere in scena. E il pubblico affolla le sale e decreta
pollice su: il politicamente corretto esce finalmente di scena, con un colpo secco che non
ammette concessioni. Ecco perche' insieme a "The Blair Witch Project" (che si
muoveva però su un livello opposto, sia produttivo che artistico: da indipendente, e
senza mostrare nulla), l'"Hannibal" di Ridley Scott e' il film horror
più
importante della nostra epoca, autentico spartiacque destinato a segnare una svolta,
sintomo plateale dei tempi che cambiano.
K A P L A N
Dal mediocre romanzo omonimo di Thomas
Harris, scritto in vista di un seguito cinematografico del Silenzio
degli innocenti (1991): l’agente federale Clarice
Starling è incaricata di trovare Hannibal "The
cannibal" Lecter per conto di un medico (come buttare
via i soldi: sotto otto strati di lattex c’è Gary Oldman)
che si vuole vendicare per essere stato da lui costretto a
sfigurarsi. Le indagini la portano a Firenze, dove Lecter
insegna e recita Dante nella biblioteca Capponi ed è
perseguitato da un commissario che vuole la taglia che pende
sulla sua testa. Il film più atteso e chiacchierato della
stagione, costato al produttore Dino De Laurentiis la
bellezza di 87 milioni di dollari: molto rumore per nulla,
tanto più che, purtroppo, conferma la perdita definitiva di
un altro grande regista, sempre più sottomesso alle leggi
del mercato. A Scott ormai rimane solo la professionalità,
ciò che gli permette di girare un thriller convenzionale,
lontanissimo dall’approfondire psicologie e indagare
menti, colpa anche degli sceneggiatori Steve (Steven)
Zaillian e David Mamet, che un tempo nutrivano ben altre
ambizioni. E se si voleva liberare dal peso del confronto
col film di Demme, che bisogno c’era di imitarne l’atmosfera,
le musiche e intere scene (fin troppo evidente quella del
footing di Clarice nel bosco)? Per venti miliardi di lire,
sir Hopkins (che, come sempre, ha letto 250 volte la
sceneggiatura per impararla bene) non si è fatto pregare
due volte; più saggia, lungimirante e uella quelleq meno
venale la Foster ha rifiutato l’offerta e non compare in
un film che scivola, alla fine, nell’horror pecoreccio e
nel ridicolo involontario, tanto più che di ironia non ce n’è
nemmeno una briciola. Girato tra Firenze – spacciata per
una metropoli multietnica alla Blade runner, dove i
paesaggi sono da cartolina e i telefoni pubblici squillano
come in America – la Sardegna, Asheville (North Carolina),
Richmond (Virginia) e Washington. In attesa del terzo
episodio, è tutta da gustare la scena più terrificante del
film: Francesca Neri che declama un passo della Vita nova
di Dante. Rarissimo caso in cui le sale cinematografiche
hanno applicato l’auto-censura, dopo le polemiche insorte
a causa del mancato divieto ai minori di 14 anni. THRIL 129’
* ½
Roberto Donati
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