Togheter
di Moddysson
I registi italiani dovrebbero imparare da Lukas Moddysson.
Imparare COME si gira un film. Vediamo perché
L'ambientazione è quella degli anni '60. In una comune si intrecciano le
vicissitudini di giovani hippie alle prese con i problemi sociali dell'epoca, e con i
propri sentimenti, frustrazioni, emozioni. Nulla di nuovo. Temi sociali, intimisti,
minimalisti. Eppure qualcosa, in TOGHETER, funziona e anche bene.
Moddysson penetra nella generazione e nella cultura hippie, analizzandone e ispezionandone
con affetto gli aspetti e le forme, senza mai ergersi a giudice. Il suo è un abbraccio a
una mentalità ormai finita, carica come ognuna dei suoi lati negativi e non. Attraversa
così momenti tragici e comici della vita di allora, con un senso drammatico e una cura
formale da invidiare. Il suo tocco contiene la giusta leggerezza, la giusta tonalità, per
affrontare tali argomenti: uno stile personale e apparentemente
raffazzonato (siamo a metà
tra il manifesto Dogme e la Nouvelle Vague), che distilla la sua natura algida nei fragili
contenuti. Soppesa ogni evento narrativo, districandosi con disinvoltura da una situazione
a un'altra, senza fronzoli, senza falsi poeticismi. Scivola dalla carineria e dal buonismo
ricercato. La sua è una visione critica ma "coinvolta",
nonché coinvolgente. Indugia in qualche occasione, è prevedibile in altre, pecca forse di ingenuità, ma,
ripeto, la sua forza è proprio questa, riuscire a raccontare un'epoca e i suoi personaggi
con candore e mitezza, senza cadere nella trappola della poesia alla Pane e Tulipani,
prevaricando quelle parvenze ipocrite di cui è intriso il cinema nostrano. C'è da
imparare anche da film come questo, miei cari Muccino & co.
Andrea D'Emilio
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