La stanza del figlio
di Nanni Moretti
Grandi emozioni o solo estetica da fiction?

PRO

Stanza del figlioNanni Moretti ha fatto centro. Con quest'ultimo suo lavoro ha dimostrato non solo di essere ancora un autore in salute, ma, cosa ancor piu' sorprendente, di saper reinventare il suo modo di raccontare storie, lasciandosi alle spalle i toni leziosi di Aprile e regalandoci un film che e' anche, e prima di tutto, una scommessa vinta. Vediamo perche'.
Innanzi tutto Moretti vince la sua sfida sul piano narrativo. La sua profonda avversione nei confronti della struttura narrativa classica e' cosa arcinota, fin dai tempi del felice esordio con "Io sono autarchico", ma mai come in questo caso il nostro era riuscito nell'impresa di sintetizzare licenze e rigore stilistico, divagazioni sul tema e coesione di fondo. Il film, a  dispetto  della sua struttura eliocentrica, fatta di flash e "a parte" narrativi saldamente raggruppati intorno al tema centrale del dolore e  della perdita, risulta estremamente compatto, teso, lento nell' incedere, ma implacabile nel suo progressivo crescendo  emozionale. Non solo non ci si annoia mai, ma si raggiungono  anche vette di grande intensita' espressiva, intensita' che trova  il suo acme in un finale tanto piu' struggente quanto piu' filtrato  da uno sguardo lucido, freddo, che nulla concede ai ben noti   artifici da retorica strappalacrime il cui uso e abuso trabocca  in quantita' ormai smodata da schermi cinematografici e  palinsesti televisivi.
E' proprio questa, in secondo luogo, la luce di cui risplende  "La stanza del figlio". E' una lontananza abissale quella che  separa il film dai trend paratelevisivi alla "Pane e tulipani" e  dal sermoneggiare bassamente consolatorio e ruffiano che,  gratta gratta, in finale fa da costante colonna sonora a questo  tipo di operazioni commerciali. Moretti qui si muove piuttosto come uno spregiudicato acrobata della drammatizzazione:  cammina sul filo dell'enfasi, osa, si spinge in territori per lui  inesplorati, ma non perde di vista equilibrio e prospettiva, non  si propone come specchio di virtu', non scende a patti col teatrino   della moralita' praticata e sottilmente idealizzata come prodotto  a' la page, e questa se permettete e' gia' in se' una piccola  rivoluzione, una mossa di genio che da scacco matto a tutti  coloro che, piu' o meno larvatamente, tendono a porre estetica  cinematografica e televisiva sotto il medesimo ombrello.
Certo, qualcuno potrebbe obiettare che Moretti, della tecnica cinematografica pura, se ne strafrega. Che la sua non e' una vera regia, ma piu' un lasciarsi guardare dalla telecamera o un lasciarsi incantare dal particolare. Che le scelte di montaggio  a tratti (ma solo a tratti) ricordano certe eresie di cortometraggi  che si possono scaricare dalla rete (niente giochi d'attenzione  col pubblico e pochi montaggi paralleli, da queste parti). Ebbene,  a questi detrattori vorrei ricordare che se il cinema vive, prospera ed e' in salute, lo dobbiamo soprattutto al fatto  che, grazie a dio, i film non sono solo roba da cinefili, specie quando, come in questo caso, la messa in scena e' comunque  toccante e la sensibilita' nella recitazione sempre autentica. Sia Moretti che la Morante (altra splendida quarantenne, e' il caso di dirlo) se la cavano alla grande e i comprimari  -Accorsi in versione pervertita su tutti- fanno la loro parte.
Forse quello che le battute le pronuncia con meno convinzione e' proprio Giuseppe Sanfelice, ma la sua e' per fortuna (del film)  una presenza piuttosto passeggera e in fin dei conti innocua. Insomma, non mi si venga a raccontare che Moretti non ha diritto alla patente di autore solo perche' i suoi film non  assomigliano a quelli di Leone o John Carpenter. "La  stanza del figlio" e' un film "di cuore", alla von Trier, frutto  di una fervida riflessione personale, e come tale sfugge  alla gabbia delle classificazioni tecnicistiche. Qui il   regista romano gioca la carta del rigore stilistico e  ci regala una piccola gemma, un perfetto esempio  di cinema d'autore non autoriale che chiede soltanto   di essere guardato, e che nello stesso tempo "ti frega"  perche' e' proprio grazie al non-didascalismo che poi  si rimane invasi dal continuo flusso di emozioni che il  film riesce cosi' bene a comunicare.
Maurizio Antonini

Se non sapete di cosa parla il film non proseguite nella lettura: andate al cinema, guardatelo, e poi tornate qui. Se invece il film l'avete gia' visto o ne conoscete gia' la trama (e' una vergogna che tutti i cosiddetti critici non abbiano trovato di meglio da fare, nel parlare del film, che svelarne il punto saliente, che sarebbe stato certamente molto piu' d'impatto se inaspettato), leggete pure.
Giovanni, psicanalista, vive ad Ancona con la moglie e due figli. Una famiglia apparentemente perfetta, almeno fino al giorno in cui Andrea, il figlio piu' grande, muore in un tragico incidente.
Forse Nanni Moretti non e' un grande regista. Sa dirigere molto bene gli attori, questo e' indubbio, ma forse i movimenti di macchina, i virtuosismi, non sono il suo forte. Sinceramente non mi ero mai posto il problema, ma a forza di sentirlo dire ho provato a pensarci. A me i suoi film sono sempre piaciuti, ma effettivamente quello che li rende unici e' la sceneggiatura, non certo la regia. Potrebbe girarli tranquillamente un altro regista, e probabilmente non si perderebbe niente. Non sono sicuro invece che Nanni Moretti possieda le capacita' per girare qualcosa di piu' complesso...
Forse Nanni Moretti non e' un grande attore. A forza di vederlo interpretare sempre ruoli simili viene da chiedersi se veramente non riesca solamente ad interpretare Michele Apicella, attore quindi funzonale a certi film ma non certo grande attore.
Forse "La stanza del figlio" e' veramente tecnicamente sciatto come si dice. In effetti inquadrature, fotografia, niente risalta in maniera particolare, niente e' molto al di sopra di un buon prodotto televisivo.
Certo e' che Nanni Moretti, pur non essendo forse un grande regista, di esperienza ne ha fatta, e pur non avendo doti spiccate il mestiere lo conosce. Certo e' che Nanni Moretti, pur non essendo probabilmente un vero attore, la parte di se stesso la sa interpretare, e ne "La stanza del figlio" gli si chiede solo quello. Certo e' che la componente tecnica in un film non e' tutto: e a volte, anzi, una "confezione" trasandata puo' essere una scelta consapevole per spostare l'attenzione sui personaggi e sulla storia.
E quindi, nonostante tutte le critiche, "La stanza del figlio" e' un bel film. Solido, compatto, con attori bravissimi, una sceneggiatura che non esagera mai e che aggiunge una profonda nota di dolore alla commedia di stampo morettiano. Ed e' un film, contrariamente a quello che si dice, autobiografico. Se Moretti non ha mai vissuto quello che accade nella pellicola, il film ci parla comunque di come lui reagirebbe, ci parla del suo ipotetico dolore: perche' in fondo, non riesce mai a scindersi dai suoi personaggi, e alla fine ognuno di loro, sebbene faccia un mestiere diverso, sebbene abbia esperienze diverse, e' un Nanni Moretti di una realta' alternativa, rappresenta quello che avrebbe potuto essere, quello che potrebbe essere...
Stupiscono molto quindi le critiche verso questo bellissimo ultimo film di uno dei nostri registi piu' rappresentativi, e non sono spiegabili se non con il solito livore verso il cinema italiano. Un cinema italiano tra l'altro di cui Moretti e' stato uno dei pochi innovatori, uno dei pochi che cerca di raccontare qualcosa di diverso, anche quando tocca temi in fondo abusati come quello della morte di un figlio. E il fatto che lo faccia con una sceneggiatura in fondo molto scarna, il fatto che riesca a comunicarci dei sentimenti pur riducendo all'osso la trama, non puo' che farcelo rivalutare una volta di piu'. Non sara' mica che, in fondo, e' proprio un bravo regista?
Graziano Montanini

E’ difficile raccontare il dolore, forse ancor più se non c’è, almeno questa volta, niente di autobiografico, ma semplicemente di immaginato. "La stanza del figlio" è un film molto semplice da vedere, una storia commovente simbolo di tante storie reali e quotidiane, ma in realtà molto complicato nella sua genesi, poiché concentra nella propria trama la tensione drammatica di un vuoto interiore, quello lasciato dalla morte di un figlio che, per gran parte del film, pesa sulla recitazione di ogni personaggio, inficia sull’atmosfera di ogni scena e attanaglia lo stomaco dello spettatore, senza più staccarsi fino al termine della proiezione. Molto buona è quindi questa prova di Moretti, nella quale riesce nell’intento non così scontato né semplice di rendere soffocante, ma con leggerezza, questa sofferenza, senza essere supportato né da eccellenti interpretazioni da parte dei personaggi della famiglia, compresa la propria (si sa, dal Nanni nazionale non è certo una recitazione da Oscar che ci si aspetta, ma ben altro), né da dialoghi altamente drammatici, ma solo ed esclusivamente riuscendo a creare in ogni singola sequenza un’atmosfera, una percezione ed una condivisione del lutto, mantenendolo in modo molto sapiente a metà strada tra il travaglio represso e lo strazio indomabile al quale ogni tanto i protagonisti cedono, ma sempre senza eccedere.
Nel complesso il film è girato con sequenze brevi, quasi mai fondamentali o cruciali in sé, ma imprescindibili per il puzzle che tutte insieme creano, con inoltre un buon utilizzo del flashback, essenziale ai fini di quell’iter psicologico del protagonista sul quale Moretti ci permette di camminare. Come sempre, ormai si diventa ripetitivi, c’è da sottolineare l’ottima interpretazione di Stefano Accorsi, nel ruolo marginale di paziente ninfomane, personaggio capace di scatti di rabbia e affannosi racconti, tali da disturbare e quasi infastidire lo spettatore, posto davanti al quieto travaglio di un uomo perso nei ricordi del figlio.
Sia assiste quindi per un paio d’ore al flebile, quasi sommesso racconto di un patimento, sicuramente causa di stravolgimenti di vita e nei rapporti con gli altri; un sussurro, senza eccessi di tragicità o di scatti drammatici: questa è la voce della regia di Nanni Moretti.
Francesco Rivelli

Il film, palma d’oro a Cannes, si distacca notevolmente dalle ultime prove del regista di “Caro Diario”, seguendo, però, un discorso evolutivo e senza fratture.
Il primo evidente segno di continuità è la straordinaria padronanza del mezzo cinematografico che caratterizza anche in questo capitolo la regia di Moretti, permeata da uno strabiliante senso geometrico tanto della storia quanto delle singole composizioni dei piani. Una perfezione quasi “kubrickiana”, con quegli splendidi carrelli che seguono i personaggi all’interno dell’appartamento, con una struttura narrativa bipartita, il prima e il dopo, i cui ingranaggi hanno la sincronia meccanica del thriller più che del dramma. Il momento centrale del film, la morte di Andrea, che separa la prima parte dalla seconda, è il climax di un crescendo narrativo sinfonico e magistrale, che dissemina di presagi lo sguardo dello spettatore e gioca con la sua attenzione. Inoltre i primi, straordinari trenta minuti del film sembrano necessari a dettare una delle molteplici chiavi di lettura del film: il dolore nella sua violenza, nella sua imprevedibilità, piomba improvvisamente a sconvolgere irreparabilmente anche le “isole” più felici, quei nuclei affettivi, più o meno grandi, che sembrerebbero inattaccabili ed estranei alla quotidiana sofferenza. E l’arrivo del dolore è rappresentato da Moretti con un’asciuttezza, una compattezza, una durezza raramente riscontrabili nella narratività cinematografica: la morte, come la grave malattia di Caro Diario, è fuori campo, non viene rappresentata, è suggerita, viene rivelata. E questo è uno dei grandissimi pregi di Nanni Moretti: è uno dei pochi narratori in attività palesemente in grado di comunicare un’emozione, un sentimento, uno stato d’animo senza necessariamente rappresentarlo, sfruttando, quindi, al massimo le potenzialità linguistiche del più completo linguaggio audiovisivo. Esempio: la straordinaria sequenza della saldatura della bara, azione che nasconderà per sempre il volto di Andrea alla sua famiglia, una sequenza violentissima emotivamente, che esprime in pochissimi secondi un concetto e, soprattutto, un dolore di una profondità difficilmente misurabili. Da queste sequenze ha inizio la seconda parte del film, che con il medesimo approccio impietoso e crudo esplora i contorni della sofferenza e dei suoi effetti. Il dolore messo in scena da Moretti non è un dolore “cinematografico”, non è un dolore che unisce, fa crescere, compatta, serve, migliora. E’ un dolore reale e straziante, che divide, lacera, inacidisce. Niente ipocrisie e niente lezioncine edulcoranti, solo sequenze che scavano i concetti di vuoto e assenza, la sensazione ineliminabile di voler “tornare indietro” coscienti di non poterlo fare, l’impossibilità di accettare completamente una vita che per sempre non sarà più la stessa. E le foto di Arianna, la piccola amica di Andrea, costituiscono l’approdo di questo percorso, il fondo, la definitiva presa di coscienza dell’intangibilità di un ricordo che ha ormai come unica componente corporea quelle foto realizzate con l’autoscatto. Il finale, a molti parso consolatorio e semplicistico, a noi è parso un coerente e sommesso “abbandono” della storia, un “non finale” che lascia i protagonisti alle prese con i loro tentativi di fuga che si trasformeranno, prima o poi, in una tacita ma non definitiva accettazione della nuova condizione. Più sostanziale, invece, il rilievo non proprio positivo riguardante la presenza “fisica” sullo schermo di Moretti, che fuori dai panni che meglio gli calzano (il suo alter ego Apicella o, nelle ultime prove, se stesso) appare talvolta fastidioso o “fuori luogo, specialmente accanto all’incantevole Laura Morante. Un dettaglio, a nostro giudizio, anche se condividiamo l’auspicio di chi crede che il prossimo passo della straordinaria evoluzione di Moretti possa essere un film “di Moretti” e non “con Moretti”.
Simone Spoladori

CONTRO

Figlio.jpg (9522 bytes)Nanni Moretti, in questo suo ultimo e tormentato lavoro, sembra abbia voluta cambiare ottica e tentare un lavoro di maturazione soprattutto esistenziale e contenutistica. Sono affezionato ad un Moretti ben preciso, e parlo del Moretti coraggioso e innovativo di "Ecce bombo" e "Bianca", o alla maturazione stilistica di "Caro Diario." Forse per questo motivo ho trovato la visione de "La stanza del figlio" , piuttosto fastidiosa. Ho visto un Moretti stanco, di maniera. Che non ha fatto altro che portare avanti alcuni suoi stereotipi e tic personali spostandoli nell'ottica di un dramma familiare. Un Moretti che con il pretesto del contenutismo bieco ha tralasciato tutto quello che realmente dovrebbe significare cinema. E per cinema intendo capacità registica, direzione degli attori, cura della fotografia, ma soprattutto un sano distacco e una giusta passione nei confronti della macchina da presa. Tutto questo non è avvenuto. Anzi, si è visto sin dai primi minuti un Moretti incapace, gigioneggiante , presente con il suo autocompiacimento e i suoi vecchi vezzi.
L'uso dell'inquadratura è stato fiacco , ed inutile è stato l'uso di maniera del carrello che segue di spalle lo psicologo. Lasciando stare Moretti che non è   attore, la direzione degli attori ha distrutto le giù indubbie incapacità di certi protagonisti. Si salvano solo la Morante e Accorsi. (quest'ultimo si conferma il miglior attore under 30 del cinema italiano). L'uso narrativo è inoltre mediocre, e parlo principalmente dell' autocelebrazione Morettiana che in quel film serviva ben poco, parlo del quadro tremendamente finto (qualcuno ha parlato di "Mulino Bianco") della famiglia dello psicologo. Dialoghi di serenità fasulla, spaccati di vita quotidiana tremendamente pompati. E poi soprattutto per tutto lo scorrere del film , un'incredibile capacità di non rendere emotiva nessuna scena. Lasciamo stare l'idea del non far vedere la morte del figlio, in quanto scelta  condivisibile. Ciò che mi sorprende è che Moretti vada a criticare Von Trier per l'uso che fa della morte e del dolore, quando è evidente che ne "La stanza del figlio" ogni emotività viene completamente annullata da un continuo intervallarsi di estetica da fiction, con pianti al limite del patetico e cinematograficamente sbagliati (si vada a vedere "le onde del destino"  e "idioti" il signor Moretti per capire cosa significa realmente la rappresentazione della sofferenza.). Fino ad arrivare a scene mal dirette e confusionarie tipo la rissa nel palazzetto dello sport, o la telefonata involontariamente trash fatta in ospedale. La fotografia di Lanci (bravissimo invece in Caro Diario) è inesistente o meglio nascosta e di cattivo gusto. La seconda parte del film fa invece emergere, in maniera piuttosto superficiale, qualcosa di positivo. Il dolore Morettiano si intuisce, ma è spesso interrotto da un uso inutile e televisivo dell'inquadratura, l'assenza del figlio pervade la famiglia, crea vuoti, ma l'errore di Moretti è quello di tenere questi vuoti nell'ambito del contenutismo puro, dimenticandosi di creare emozioni dal punto di vista dell'estetica, della forza dell'immagine. La scelta del pezzo di Brian Eno e il bellissimo allontanamento finale del pullmann, sono l'unica cosa registicamente interessante in un film che senza dubbio rappresenta  una resa cinematografica. Un film ben scritto, ma del quale sono state gettate via tutte le potenzialità espressive che avrebbe potuto offrire.
Francesco Picerno

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