Traffic
di Soderbergh
La lotta alla droga comincia dentro di noi, dentro la cerchia
degli affetti piu' cari e delle amicizie e delle compagnie piu' vicine. Una lotta che non
ha vincitori, ma solo vittime e carnefici, nel bene e nel male. Una lotta che porta i suoi
antagonisti a confrontarsi con le parti più oscure dis e stessi e degli affetti che
stanno loro intorno. La solidità di una sceneggiatura che regge per due ore e mezza, pur
con decise lungaggini e parti troppo lente, promuove Traffic nei ranghi di quei film che
sicuramente non sono da considerarsi brutti o mal riusciti. Forse l'unico difetto della
storia si riscontra nella figura del giudice
Douglas e del modo in cui è tratteggiata la
famiglia, abbastanza ingenuo e un po' poco credibile, data la carica del personaggio preso
in considerazione. Tuttavia non basta per una nomination. Non basta ad uscire
completamente soddisfatti, neppure dopo aver visto ottime interpretazioni di attori come
la Zeta-Jones (incredibile) e Del Toro, di Milian come della Irving (quasi
irriconoscibile). Il problema non sta tanto nella narrazione ad intreccio, ma nel
narratore; non sta tanto nella scelta dei capitoli a colori, quanto nell'artista che li
applica.
Se i Tarantino, gli Altman (per non scendere a parlare dei
registi dei "catastrofici" anni '70 - nessuno se lo ricorda ma quelli furono tra
i primi esempi di film a storie intrecciate...) sanno narrare vicende su parallelismi
convergenti, se un Kieslowski o gli Scott sanno dare giusto colore e giusta luce ai toni e
agli umori umani e personali, Soderbergh tristemente conferma, invece, che non c'e nulla
di più dannoso per un film di un regista pretenzioso, ma in fondo mediocre. Il racconto
di Soderbergh avanza a fatica e annoia, persino, nonostante le vicende siano coinvolgenti
e ben definite, non c'e' la mano, non c'e il talento evidentemente. Non riesce nemmeno ad
evitare lo scontato, il retorico finale, la trappola di quasi tutti i filmmaker USA da una
decade in qua. E i colori, oltre a non avere un senso, a non giustificarsi nell'economia
del film, storpiano ulteriormente un visivo già aberrato dalle riprese con la camera a
mano (del tutto inutili per la maggior parte del film) e persino la luce, gli arditi
contro-luce, risultano elementi di disturbo e testimoniano come un regista fallisca se
tenta di oltrepassare i propri già angusti limiti. Soderbergh non è un bravo narratore,
soprattutto annoia (The Underneath, Sex Lies...). Non è un buon noir-maker (Out of sight,
The Limey), non ha talento estetico. Perche' non gira spot e video musicali? Una nota
finale su Michael Douglas, sempre sottovalutato, qui in una interpretazione buona,
ma non certo da Oscar, non solo se paragonata a quella di Falling Down o della Guerra dei
Roses (due tra le migliori, che nulla gli valsero) ma soprattutto se confrontata a quella
del contemporaneo Wonder Boys, vero gioiello sottovalutato da tutti, distributori in
primis.
Guglielmo Pizzinelli
Ogni singolo componente della realtà è costituito da una serie
indefinita di aspetti, simili alle facce di un poligono, che tutti insieme lo descrivono
nella sua completezza e lo compongono delle sue parti. Osservare un fenomeno da più
fronti, come quello del traffico di droga, raccontando diverse storie, è l'idea, ormai
non più innovativa, ma certamente azzeccata, di Soderbergh.
Sebbene sterminato sembri essere il campo di battaglia nel quale il
regista si cimenta, ne esce un'ottima rappresentazione, dove le varie angolazioni del tema
centrale si accavallano nel montaggio e si sfiorano nelle trame, ma non necessariamente in
modo fondamentale ai fini della fabula di ciascuna, così che i finali rimangono tanti
quanti il numero delle storie e non si accorpano in una conclusione unificante. Scelta
stilistica non indifferente, mirante a non raccontare delle semplici storie sulla droga,
nel qual caso un unico bel finale
rappresenterebbe la ciliegina sulla torta del messaggio, dell'idea o quant'altro sta
dietro alla narrazione, ma a tentare di raccontare la droga stessa ed il suo traffico,
attraverso racconti verosimili, in linea di massima separati tra loro, ma uniti dal
medesimo contesto.
E' quanto accade in questo ben riuscito film, non a caso montato a mo'
di documentario, connotando così anche un senso di vero ed accaduto al tutto. Scenario
principale: Messico, terra di grandi civiltà precolombiane ed oggi specularmene di grandi
cartelli, dominanti il traffico di droga; terreno della guerra Stato-Droga, ricordandosi
però di mantenere molto elastici i confini tra i due campi, tanto che sarebbe più
appropriato parlare di Legalità-Illegalità; storie, nelle quali talvolta è l'una,
talvolta l'altra a vincere: pupazzi fatti di droga, regolamenti di conti che finiscono per
avvantaggiare la controparte, avvelenamenti, tradimenti, confessioni, overdose e via
dicendo si sviluppano con un non eccessivo ritmo d'azione, ma ben sostenuto dagli
imprevisti disseminati qua e là, in vista delle conclusioni, lungo tutte quante le
storie. Il taglio dato al montaggio potrebbe lasciare disgustati coloro che entrano in
sala aspettandosi di vedere un film come tanti, tutt'al più un ennesimo racconto di
storie parallele, secondo i canoni standard della narrazione, dove il contenuto di ogni
scena è inserito in un riferimento temporale continuo.
Non è proprio questo il caso, perché come detto, Soderbergh tenta
l'ardua strada di descrivere un fenomeno in più aspetti paralleli e decide per
l'azzeccato richiamo alla forma del documentario nel presentarlo. Il tempo è così
spezzettato in tronconi, le scene, nelle quali spesso viene utilizzata la ripresa con
camera a mano, assumono un flebile alone di "documento", ma mai senza
oltrepassare il limite, spingendosi nel trasformare il film in uno pseudo-documento (vedi
Blair witch project).
Nel complesso, un'ottima prova, supportata da interpretazioni molto
buone, sulle quali spicca l'ammagliante Catherine Zeta-Jones, splendida moglie di un
trafficante e simbolo di quanto sia debole il confine tra giustizia e malavita.
Francesco Rivelli
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