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I cavalieri che
fecero l'impresa
di Pupi Avati
Un film epico, mistico ed ironico: queste le intenzioni di
regista e sceneggiatore; ma la realtà è un muro contro cui si sfascia la gioiosa
macchina da guerra di Pupi Avati. Una parte preponderante delle colpe di questo incidente
è da assegnare al montatore, il resto va ripartito in parti uguali tra regista,
sceneggiatore e cast, salvando dal generale sfacelo il solo Carlo Delle Piane, buon attore
che concede una onesta interpretazione con buoni spunti drammatici, e si erge al di sopra
del generalizzato piattume monoespressivo da apparire al confronto meritevole di almeno
una cassa di Oscar.
Anzitutto, questa pellicola ci costringe purtroppo a prendere atto che la scuola
Braveheart è ormai diventata la base da cui si parte per qualunque film di ambientazione
medievale: i combattimenti nel medioevo erano particolarmente cruenti e sanguinari. Tutto
ciò è assolutamente vero, ma è realmente necessario sconfinare nello splatter ogni
volta che due cavalieri impugnano una spada? A chi giovano le immagini di uomini
brutalmente squartati, anche se storicamente esatte? Perchè un film sul medioevo, che
parla di cavalieri e di storiche imprese, deve essere vietato ai minori di 14 anni?
La vera abilità della ricostruzione storica sta nel far capire quale è l'ambiente in cui
vivevano i personaggi della vicenda, quali erano i loro limiti, come era la loro
psicologia ed il loro modo di vivere. Il fatto che per combattere usavano lo spadone a due
mani, la mazza ferrata e l'ascia bipenne dovrebbe essere piu che sufficiente a far capire
il tipo e la gravità delle ferite provocate sulle vittime dei fendenti, soprattutto se
queste armi vengono ben visualizzate e messe in relazione, quanto a dimensione, agli
uomini che le impugnano; il continuo mostrare gli effetti di tali armi sul corpo umano non
è ricostruzione storica, ma incapacità di comunicare.
Tornando al film, i difetti emergono immediatamente nella
rappresentazione di situazioni che nelle intenzioni dovrebbero risultare alternativamente
comiche e drammatiche, senza che si riesca esattamente ad identificare quali possiedono
l'una o l'altra caratterizzazione; spesso tali scene risultano scollegate dalla storia e
dotate di vita propria, puramente gratuite. Il montaggio piuttosto approssimativo e
raffazzonato contribuisce a creare ulteriore confusione, mentre la storia si svolge sullo
sfondo di questi attacchi di balbuzie visiva in maniera, ad onor del vero, piuttosto
lineare, ma poco evidente, come in una seduta di un gioco di ruolo parimenti ambientato,
in cui sia il master che i giocatori non hanno una gran voglia di andare avanti, ma non
osano confessarselo a vicenda.
L'impatto visivo risultante è assolutamente deprimente, in considerazione del fatto che
la pur precisa e realistica ricostruzione storica naufraga in un mare di banalità e
presunta ironia. La goccia che fa traboccare il vaso giunge alla fine, e sarebe
sufficiente a ricoprire di ridicolo l'autore della sceneggiatura e dei dialoghi: lo
scudiero Giacomo redento da un'esorcismo rivela il nome del proprio padre, un nome doppio
le cui iniziali sono A.G.: provate ad indovinare da quali nomi è composto.
Sergio Acerbi
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