Intimacy - Nell'intimità
di P.Chereau
Il sesso al cinema è da sempre un motivo di interesse per il
pubblico. Spesso l'esibizione di centimetri di pelle ha una funzione puramente
coreografica e si ipotizza soddisfi la voglia di proibito dello spettatore, oppure viene
utilizzato come specchietto per le allodole, per attirare l'attenzione laddove altrimenti
non cadrebbe. Ci sono anche casi, però, in cui la nudità diventa
un'urgenza e forse il
solo modo per comunicare una propria visione delle cose. E sono i casi in cui si crea un
confronto tacito, dove le immagini e i dialoghi sono in grado di raccontare quello che
spesso la vita reale tende a dare per scontato, quando scontato non lo e' affatto,
seguendo il motto "si dice ma non si fa". Oppure "si dice e si fa",
per liberarsi da vecchi e oppressivi tabù, ma quasi mai si fa vedere. Questo pudore che
permea l'intimità del sesso non si ha con altri momenti molto intimi, come la morte ad
esempio, che spesso viene scandita e dettagliata fino all'inverosimile.
Il film di Patrice Chereau ha il pregio, non indifferente, di
dare alla sessualità il suo spazio naturale, mostrando quello che chi fa l'amore, o
semplicemente sesso, molto naturalmente vive e vede. E non sembra esserci nessuna
provocazione in questo, ma un'accettazione della normalità che il
più delle volte il
cinema, riflesso della cultura, tende a nascondere. In "Intimacy", un uomo e una
donna comunicano attraverso il loro corpo, e nel momento in cui le parole sostituiscono la
loro fisicità non riescono a mantenere lo stesso magico equilibrio. Il film comincia in
modo molto forte, rendendo la presenza dello spettatore quasi un di
più che viola l'intimità di due persone, ma il regista riesce a trasmettere con molta concretezza
l'incontro di due corpi e di due anime. Quando il mistero che avvolge i protagonisti pian
piano si dissolve, e cominciano a chiarirsi le motivazioni e le diverse aspettative dei
personaggi, il film perde però un po' di interesse, anche a causa di dialoghi molto
più letterari e allusivi delle immagini.
Anche i personaggi secondari non sono così stimolanti da
giustificare un ripetuto soffermarsi sulle loro azioni, che rischia infatti di distogliere
dall'intensità del rapporto tra i due protagonisti. Certo, e' un tentativo di
rappresentazione della normalità che circonda i personaggi, ma il cinema ha il potere di
rendere enorme e universale anche il più minuscolo dettaglio, mentre
già la scelta di un
ambiente un po' "off", con un protagonista più "borderline" che
comune, rischia di caricare la normalità di sfumature particolari e depistanti.
Su tutto, pesa l'aria greve con cui i personaggi affrontano il loro destino, ma questa e'
forse una questione di diversa sensibilità personale e non inficia la forza del film.
Forse incide però sulla sua efficacia a livello emozionale, lasciando un po' freddi:
dentro ai personaggi, ma lontano, da qualche parte nel buio della sala.
Luca Baroncini de "Gli Spietati"
---- Intimacy
- INTIMACY - nell'itimità - NELL'INTIMITA'
Un uomo e una donna (Jay e Claire) si vedono ogni
mercoledì in una misera stanza ammobiliata solo per fare l'amore, senza parlarsi
comunicando solo attraverso il corpo.
Jay, ha appena lasciato con una decisione dolorosa e inevitabile moglie e figli,
Claire, è sposata con prole.
A Jay non sembrano bastare gli incontri sessuali, comincia cosÏ a pedinare Claire
intromettendosi nella sua vita famigliare, cercando di scoprire cosa vuole darle o cosa
vuole ricevere da lei...
La Londra grigia e multirazziale che fa da sfondo alla storia sembra descritta
perfettamente dagli occhi di Chèreau, probabilmente lo sguardo straniero lo ha aiutato a
cogliere l'anima nascosta della città.
Prendendo spunto da alcune pagine dello scrittore anglo-indiano Hanif Kureishi, il
regista francese, sembra voler chiarire subito il suo obiettivo, mostrare lo scontro di
due corpi, portando lo sguardo dello spettatore in un'intimità mai mostrata nel cinema
contemporaneo.
La scelta stilistica prevede quindi un montaggio nervoso, un'inquadratura che non
lascia scampo ai protagonisti. La camera è sempre addosso ai loro corpi, come un
microscopio scientifico, cerca di rivelare l'estrema essenza dell'intimità amorosa.
Le pratiche sessuali nella prima parte del film sono mostrate alla maniera
esplicita del circuito a luci rosse, ma quello che sembra pornografico agli occhi dello
spettatore non è la visione integrale della nudità o degli amplessi furiosi, ma la
consapevolezza di trovarsi di fronte ad una realtà amorosa, nascosta, intima, interiore.
Intimacy, con il suo stile quasi documentaristico, cerca di somigliare alla vita
reale. Ci riesce solo in parte.
In certi momenti sembra lontana la capacità (propria dello scrittore Hanif
Kureishi) di estrapolare la complessità dell'anima dalla rappresentazione dei corpi dei
protagonisti.
Forse la letteratura del noto scrittore ricerca maggiormente lo spogliarsi della
coscienza, il confronto quasi pornografico con l'emozione dei suoi protagonisti, impegnati
in un gioco al massacro dai nervi scoperti che lacera dal profondo.
Sicuramente la difficoltà di vivere/amare dei protagonisti genera domande sulla
definizione stessa dell'amore.
L'amore è solo una lunga attesa di risposte a domande pressanti presenti in ognuno
di noi? Il più delle volte siamo delusi dalle risposte, preferiamo non ascoltarle?
L'intimità dei corpi si nutre della conoscenza e delle aspettative o le rifugge? La
possibilità dell'unione corporale è l'unica possibilità d'amore totalizzante o è un'illusione di esso?
Certo l'integrità del racconto è minata dagli abbozzi psicologici dei personaggi
collaterali (il fedele amico Victor e il collega omosessuale).
Una maggiore intransigenza e un'unità di spazio/tempo più mirata avrebbe risolto
gli interrogativi più facilmente, annacquando meno i concetti e i pensieri.
Chèreau ha comunque un grande merito, dirige gli attori in maniera memorabile,
rendendoli pienamente credibili nel difficile compito a loro assegnato.
Il film, anche se non perfettamente riuscito (e inadatto ai puritani), è comunque
interessante.
Rispolvera l'antico rapporto d'amore/odio fra pagina scritta e immagine
(letteratura/cinema), Rapporto che ha accompagnato la settima arte fin dai suoi iniziali
vagiti.
Paolo Bronzetti
----- Intimacy
- INTIMACY - nell'itimità - NELL'INTIMITA'
Soliti cori di scandali accompagnano l'uscita di questo
INTIMACY, vincitore dell'Orso d'Oro a Berlino. Ebbene, scandali usciti fuori dal
nulla,
visto che di eclatante o estremo in questo film c'è solo la noia
ininterrotta che provoca
nello spettatore. E ci si chiede come la giuria possa essere stata incantata da
quest'opera. Ma andiamo per gradi. La prima cosa che salta all'occhio è la cinepresa a mano utilizzata
nella maggior parte
delle scene, come se ormai fosse una legge (un dogma) per qualsiasi regista. E' subito
evidente quindi la natura trendy e modaiola del film, e solo questo basterebbe per
ignorarlo. Comunque, andiamo avanti.
Dopo pochi minuti ecco la prima scena di sesso. Si vedono
parti genitali, e il messaggio arriva dritto: "In questo film si vedono peni e
vagine. E' scandaloso". Due corpi che fottono, qualche ansimo, una macchina a mano
che traballa che fa tornare in mente le geniali orge del Maestro Lars. Quale
sarebbe la provocazione? L'erotismo degno del più casto Gabriele Lavia?
Quale sarebbe l'intimità? La storiella della Lei che fotte ma non si
abbandona ai sentimenti? Ecco che si presenta sullo schermo il tipo di
cinema con cui si dovrà avere a che fare per quasi due ore, tutto fatto di
intellettualismi stanchi e stancanti.
Il regista dimostra in maniera esemplare, perfetta, la sua mancanza di talento, di stile,
di capacità narrativa. E' un tipico prodotto della nuova generazione "digitale"
(anche se il film è in pellicola), composta da registi che non hanno la
benché minima
idea di cosa fare con la macchina da presa. Gironzola da un personaggio all'altro senza
capire nulla, perdendo il filo del discorso, aggiungendo assurdi e didascalici flashback,
cercando nel frattempo di mantenere il piglio realistico della vicenda. Nella seconda
parte dà libero sfogo a dialoghi allucinanti sulla famiglia, sulle donne ecc.,
caratterizzati da una spiccata verbosità. Cioè, lascia parlare due personaggi per
svariati minuti senza tenere conto del disinteressamento dello spettatore. Probabile
che quelli siano i suoi tipici discorsini da salotto che affronta ogni sera guardando la
Tv.
Proseguendo, la sceneggiatura si perde totalmente,
deraglia, accumula senza ordinare, mentre ogni 10 minuti sbuca fuori un nuovo personaggio,
ma non si può sapere nè chi è, nè perchè è lì, nè che scopo abbia nel film. La
narrazione è sfilacciata, prolissa, monotona. I temi appena sfiorati. L'atmosfera quella
di un pesante sofisma nel quale coabitano luoghi comuni, sterotipi, ambizioni e
velletarietà. Pazzesca la premiazione a Berlino (che ricorda quella di ROSETTA a Cannes),
indice della profonda insicurezza che colpisce il Cinema oggi.
Andrea D'Emilio
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