TAXI DRIVER
PALMA D'ORO AL FESTIVAL DI CANNES DEL 1976 4 NOMINATION ALL'OSCAR. CON UNA GIOVANISSIMA JODIE FOSTER.

Un tassista, reduce della guerra del Vietnam, si vuole riscattare dal degrado che lo circonda e si improvvisa giustiziere del quartiere. Finirà con l'essere eroe da prima pagina.

Per Taxi Driver, film tra l’altro premiato con la Palma d’oro a Cannes nel 1976 come miglior opera in concorso, il discorso è piuttosto complicato, sia per l’approfondimento che per il commento. C’era un Martin Scorsese particolarmente ispirato e violento, lontano dalla tanto amata "Little Italy" di Mean Street, e un De Niro che cominciava a mettere i puntini sulle i con una delle sue più riuscite e sentite interpretazioni.

Il reduce dunque, e tutti i problemi che ne derivano…, ma qui, lontano dallo spettacolarismo di Rambo o dalla denuncia sociale di Nato il 4 luglio, il piano di visione è del tutto originale, con una New-York tetra e disperata, ritratta come una sorta di girone dei dannati in cui il tassista Travis si muove (di notte) tra esseri immondi e disillusi che tentano di sbarcare il lunario, o meglio, di sopravvivere.

Il cast è ottimo, completato dall’adolescente Jodie Foster e dal magnaccia in canottiera Harvey Keitel ancora sconosciuto, così come sontuosa è la sceneggiatura di uno dei più grandi scrittori di cinema americani, Sam Shephard, appunto.

Per un regista come Scorsese che farà poi del gangsterismo italo-americano il suo filone più fortunato, con relativi dialoghi e scene a turpiloquio, Taxi Driver rappresenta un momento di pausa, di riflessione, è ne è prova lo studio dei dialoghi (delicati seppur nella loro pesantezza necessaria) e il tempo e l’energia dedicata al personaggio principale, Travis, il reduce, sul quale avviene un’analisi introspettiva e psicologica che poi non ritroveremo più in questo regista.

Sostanzialmente oggi, a 25 anni di distanza, il film non ha perso nulla, risulta tuttora sgradevole benchè incredibilmente vero ed autentico, lontano da qualsiasi manierismo ma anche da tanta violenza gratuita e patinata che si respita in certi thriller hollywoodiani; e la scena che è rimasta più celebre, quella in cui De Niro parla da solo in tono di sfida dicendo:"Stai dicendo a me? Non ci sono che io qui!" è anche quella che forse più di tutte illustra ormai lo sdoppiamento avvenuto nella psiche dell’uomo tornato dal Vietnam ma in realtà rimasto nella giungla asiatica coi nervi azzerati dai crimini della guerra. Travis è diventato uno psicopatico e più niente potrà fermarlo. Ha in mente di rimettere i torti agli oppressi e di sconfiggere gli assassini. Il mondo intorno a sé non ha più niente di umano ai suoi occhi, e la tremenda vendetta non si farà attendere. Non ha contatti con nessuno, è isolato, vive in una delle città più violente del mondo e il tener fede a certi principi di giustizia e verità lo ha condotto dritto dritto verso una forma di devianza mentale che a lui appare invece come un grande riscatto. Per questo, oltre ad altre motivazioni, credo che Taxi sia uno dei film più coerenti e interessanti da dedicare a tutti i reduci, non solo del Vietnam.

Claudio Bacchi

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