KANDUKONDAIN, KANDUKONDAIN
India, 2000 Regia: Rajiv Menon
Soggetto: romanzo Ragione e sentimento di Jane Austen.
Sceneggiatura: Rajiv Menon, Sujatha.
Fotografia: Ravi K. Chandran, Rajiv Menon. Scene: R.K. Nagu.
Montaggio: Suresh Urs. Musica: A.R. Rahman. Testi: Vairamuthu.
Interpreti: Mammootty Ajith (capitano Bala), Tabu (Sowmya), Aishwarya Rai (Meenakshi “Minu”), Abbas Srividja, Shamili, Pooja Batra (l’attrice Nandini), Dino Morea
Produzione: Kalaippuli S. Thanu, per Sri Surya Films.  Durata: 120’
 Sito ufficiale : www.kandukonden.com 

Cosa c’entra Ragione e sentimento di Jane Austen con un film prodotto a Bollywood nell’anno 2000? Senz’altro c’entra più della pur pregevole versione di Ang Lee premiata con l’Orso d’oro a Berlino. Dicendo questo non stiamo esprimendo una valutazione critica, ma una considerazione ben precisa: le peripezie attorno al matrimonio di due ragazze coraggiose ma sfortunate è certamente più attuale nel cinema indiano contemporaneo che non in quello europeo, dove gli adattamenti di certa letteratura ottocentesca, divenuti in questi ultimi anni una prassi sia in Inghilterra che negli Stati Uniti, sono venuti a costituire un genere vero e proprio, un genere chiuso in se stesso, che non rimanda, se non ai minimi termini, alla realtà attuale; nel cinema popolare indiano, invece, si tratta di un canovaccio ampiamente sfruttato. Potremmo addirittura definirlo l’unico vero soggetto di largo interesse che viene ogni volta riutilizzato e cucinato in tutte le salse. Ne è la prova il fatto che gli sceneggiatori hanno potuto ambientarlo ai nostri tempi senza particolari difficoltà; se è vero che la verosimiglianza non è la principale preoccupazione di questo cinema, è altrettanto vero che Kandukondain (vincitore di due premi Filmfare come miglior film e miglior regista) è uno dei film più “realistici” degli ultimi tempi. Fa parte, come Dil Chahta Hai e altri grandi successi recenti, di quei fenomeni cinematografici capaci di cogliere – seppur ancora parzialmente - i mutamenti  che stanno avvenendo nella cultura panindiana e tentano di esprimerli attraverso il cinema.
Detto questo, Kandukondain è un film divertente, che alterna momenti spettacolari ad altri intimisti (più fedeli al romanzo), in entrambi i casi avvalendosi di attrici e attori che – una volta di più – dimostrano di non essere capaci solo di ballare e di cantare ma anche di regalare sequenze di grande intensità espressiva. In particolare, le due protagoniste, l’ex-Miss Mondo Aishwarya Rai e Tabu (che corrispondono, nell’ordine, alla Marianne e alla Elinor Dashwood del romanzo della Austen), sono l’esempio perfetto di come una simile storia sia totalmente nelle corde dell’immaginario cinematografico e culturale indiano contemporaneo. Così ha commentato un regista indiano all’uscita del film: “E’ un film molto moderno”.
Nell’ambito della storia, i caratteri della madre e delle due sorelle sono riprodotti con grande fedeltà, con Meenakshi (Aishwarja Rai) romantica ed entusiasta, amante della poesia (di Bharati) e della musica e Sowmya, concreta e introversa ma capace di sorreggere da sola il destino della sua famiglia. Per il resto, il colonello Brandon diventa Bala, capitano a riposo con una gamba di legno, proprietario di un vivaio. E il giovane Willoughby, che rubava il cuore a Marianne, diventa un imprenditore che antepone le ragioni del suo avvenire economico a quelle del cuore e finisce per sposare una ragazza di ricca.
Da segnalare, infine, che – contrariamente alla maggior parte dei film di vasta diffusione – questo non è, propriamente, un film bollywoodiano: non è recitato in hindi ma in tamil, la lingua di Madras e del profondo sud dell’India. Apparterrebbe dunque al quel cinema regionale che si pone come alternativa al cinema commerciale hindi ma del quale, spesso e volentieri, finisce per subire il fascino e condividere le aspirazioni. In India è girato per le sale sottotitolato in hindi perché nessun indiano, al di fuori di quella specifica regione, conosce il tamil.
Tra l’altro, uno dei personaggi è un regista che, nel tentativo di girare il suo primo film, si scontra con le rigide convenzioni del cinema commerciale. Il regista Rajiv Menon coglie così l’occasione per una riflessione metacinematografica, senz’altro autobiografica: sull’impossibilità cioè di realizzare film commerciali in India senza fare i conti con “musica e ballo”; subito dopo, lo stesso personaggio del regista ribelle si ritrova a danzare e cantare allegramente, come nulla fosse. Magia del cinema indiano!
Vittorio Renzi

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