TOKYO DRIFTER
(Tôkyô nagaremono) GIAP 1966 di Seijun Suzuki con Tetsuya Watari, Chieko Matsubara, Hideaki Nitani, Ryuji Kita, Eiji Goh, Tsuyoshi Yoshida.

° Tetsu e il suo boss della yakuza Kurata vorrebbero lasciare il mondo del crimine e cambiare radicalmente strada: ma il passato di sangue si presenta sotto forma di una gang rivale, e, anche se Tetsu si dà al vagabondaggio, sottrarsi a sé stessi non sarà facile. Grande noir giapponese, uno dei più celebrati del regista che più ha legato la sua fama e il suo nome alla casa di produzione Nikkatsu, che parte dal caos della metropoli per spostarsi verso la relativa tranquillità di una provincia anche innevata come nelle fiabe: ma il destino di solitudine e di morte di uomini che hanno anteposto le regole cavalleresche dell’onore e della lealtà al fisiologico bisogno di amore e di unione è stato segnato una volta per tutte all’inizio di tale contratto, e Suzuki sta palesemente dalla parte dei suoi (anti)eroi, rispettandone - anche se pare un paradosso visto il loro mestiere - la dignità umana e il profondo rispetto verso la vita. Dopo una prima parte di lenta introduzione, Suzuki trova il giusto tono, mescolando una violenza stilizzata da cartone a una impassibile freddezza di fronte alla morte e al senso ultimo della vita: ma se lo stile folgorante, fatto di ellissi rapidissime (il girovagare di Tetsu è risolto con brevi "cartoline" dei posti che si susseguono una dopo l’altra) e di brusche accelerazioni, passerà ad autori contemporanei ben più famosi (da Woo a Tarantino), sullo sfondo c’è un astrattismo formale (si veda l’impiego di colori fortissimi) e un ilare surrealismo (anche durante i combattimenti, killer e gangster indossano sempre giacca e cravatta) che sarebbe inutile cercare in un film occidentale. La sceneggiatura, invece, non è eccellente: ma il film resta un esempio di un cinema unico, che ostentatamente si fa beffe del sangue e ridicolizza in burla la tragedia. Indimenticabile al primo ascolto la ballata giapponese Tôkyô nagaremono (scritta e cantata dallo stesso T. Watari), struggente, commossa e fiera elegia che risuona più volte durante il corso del film. Bellissimo e ipnotico il finale, con un duello anti-realistico e violentissimo all’interno di una sorta di chiesa immacolata (adibita a sala di registrazione e addobbata con un pianoforte e un unico fiore rosso vermiglio) che si conclude con un memorabile harakiri e un lirico abbandono. Inedito in Italia (come praticamente tutto il cinema di Suzuki e come troppo cinema giapponese), da recuperare imprescindibilmente nei mercati anglofoni. BN/COL GANG 84’ * * * ½
Roberto Donati

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