OLD
BOY
un
film di Park
Chan-Wook
Cast
Violento,
intensissimo, straziante e sconvolgente, pervaso da un’idea di cinema talmente
vitale da farci riconciliare con la settima arte che si dice sia “in crisi”.
Il primo film di Chan-wook Park distribuito in Italia ci fa rammaricare di aver
perso i precedenti e conferma l’Oriente in generale, e la Corea in
particolare, terra d’elezione del cinema con la “c” maiuscola. Staremo a
vedere se il pubblico occidentale sarà “pronto” a simili prodotti, infatti
la pellicola contiene massicce dosi di violenza, quanto se non più del Kim
Ki-duk prima maniera, quello per intenderci di Real Fiction e L’isola
(mai distribuiti in Italia); e se l’approdo sui nostri schermi degli ultimi
due film del (già) maestro coreano – al quale lo Spazio Oberdan ha
recentemente dedicato una personale – fa ben sperare, si tratta comunque di
opere meno estreme delle precedenti, seppur bellissime. Old
Boy esula dai canoni del cinema commerciale ma anche di quello festivaliero,
che a fatica ha trovato una nicchia di appassionati permettendoci di gustare al
cinema i vari Wong Kar-Way e Tsai Ming-Liang; semmai si avvicina di più a certi
canoni del cinema di genere, senza darsi completamente alle regole codificate
dei generi come fanno gli horror di Nakata, Shimizu e soci. La storia è quella,
sconvolgente, di un uomo costretto a vivere per 15 anni in un appartamento,
senza sapere chi sia il suo carceriere ed il motivo della sua reclusione. Non
pensiate però ad una versione moderna de Il
processo, anche se certamente le atmosfere kafkiane sono da annoverare tra
le fonti di ispirazione del regista. Infatti i quindici anni sono resi
cinematograficamente in una mezz’oretta,
e la domanda chiave che dovrà porsi il protagonista, e noi spettatori
con lui, non sarà “perché sono
stato rinchiuso” ma “perché sono stato liberato”. Alla ricerca della
verità il protagonista affronterà una vera e propria via crucis di sangue e di
violenza, s’innamorerà di una donna molto più giovane di lui e, ritornando
con la memoria al passato, riuscirà a svelare l’enigma. La grande arma del
film è quella di portare alla luce alcune tematiche, alcuni conflitti, stanti
alla base dell’intreccio giallo, che ne sono i fondamenti, e che rappresentano
la poetica, certo difficilmente interpretabile, del suo talentuoso autore. Ciò
che rende Old Boy un gioiello è la
capacità del regista di non sottovalutare alcun aspetto della messa in scena:
l’intreccio giallo è curato nei minimi particolari e tiene lo spettatore con
il fiato sospeso per due ore buone, il montaggio è veloce e coinvolgente senza
dimenticare il rigore della messa in scena, la regia vola altissima e si concede
soluzioni sempre originali, dalla macchina a mano traballante che segue Oh
Dae-soo alla riscoperta del mondo, alle immagini sgranate dei flashback, ai
virtuosismi come quando la ragazza sogna di trovarsi in metropolitana con una
formica gigante (“quando sei solo sogni spesso le formiche perché sono sempre
in gruppo, le invidi” dice la giovane protagonista).
Qualcuno
probabilmente obietterà che alcune scene di violenza sono un po’ gratuite, ma
non dimentichiamoci che il film intende mostrarci l’individuo moderno,
svuotato di ideali, trasformato in un automa, mosso unicamente dall’istinto.
Film sull’impossibilità di non fare i conti col proprio passato, di non
subire fino in fondo le conseguenze dei propri errori, sulla violenza come unico
elemento di comunicazione della società contemporanea, sempre più spietata e
disumanizzante (“sorridi e il mondo sorriderà con te, piangi e piangerai da
solo”) la pellicola lascia aperto ogni spazio per l’interpretazione.
In ultima analisi, a parere di chi scrive, è un film sull’amore, meglio di
una sua idea così radicale ed estrema da essere in grado di permeare l’intera
vita di un uomo, da costringerlo a passare le pene dell’inferno per poterlo
raggiungere, o per averlo impedito a qualcun’altro.
Old Boy ci dice che il cinema è un’arte ancora piena di vitalità,
in grado di gettarci per due ore in un’altra realtà, di vivere fino in fondo
il travaglio dei personaggi; probabilmente, la crisi della settima arte non
dipende dal basso profilo degli autori ma dei distributori. Viva il cinema
Coreano! VOTO: 8
Mauro Tagliabue
OLD BOY:
MAIEUTICA DI UN AMORE IMPOSSIBILE
Un uomo viene rinchiuso in una stanza per quindici anni. Quando finalmente viene
liberato gli si chiede: “stai meglio in una prigione più grande?”.
Pensieri: il cinema, quello fisico e astratto è una prigione? È una prigione
nella prigione (il mondo, la vita)?
Old boy è innanzitutto un film geniale. Poi è la seconda parte di una trilogia
sulla vendetta diretta dal maestro semiesordiente Park Chan-wook, il cui primo
film (Simpathy for Mr Vengeance) uscirà a giugno in dvd e il terzo (Simpathy
for Lady Vengeance) sarà probabilmente a Venezia. Non esito quando dico che Old
boy è uno dei film più inventivi/innovativi degli ultimi anni. La regia è una
susseguirsi di invenzioni stilistiche di alto livello, si pensi al piano
sequenza della lotta di Taesu in un corridoio, al montaggio anch’esso
virtuoso, alla scelta digitale sottomessa all’arte. La struttura narrativa è
sottoposta a perenne mutazione, come un corpo instabile, tesa verso una
conclusione inaspettata e sicuramente ad effetto. La violenza nel film è
smorzata da un senso ironico, quasi disincantato della vita, come a citare
Tarantino. E di Tarantino c’è molto in quest’opera più unica che rara di
Chan-wook, a partire dalla concezione della vendetta come motore inziatico del
proseguire umano. Ma il regista coreano va oltre, crea un film a metà fra la
stilizzazione estetica anni Novanta e l’analisi della vita come incubo
mentale, inserendo il tutto in un contesto iperviolento e assolutamente
metropolitano, come contemporaneità impone. La pellicola è sorretta da
simboli, allegorie (la scena in cui Taesu si taglia la lingua, come contrappasso
della sua colpa), millimetriche traiettorie che sono mente e corpo di un cinema
(quello coreano) che si dimostra sempre più essere il futuro della Settima
Arte, forse perché puro, forse perché retaggio della globalizzazione
culturale, forse per il retroterra storico/politico fortemente travagliato del
Paese. Old boy saluta, elogiandolo, il cinema del passato (il noir, un po’ di
Lynch, tutto il surrealismo, un po’ di cinema underground giapponese), sposa
quello contemporaneo (sicuramente Tarantino e tutti i suoi, inconsapevoli o no,
seguaci), infine diventa simbolo di ciò che in parte rappresenta in immagini:
Old boy è la storia di una amore impossibile, eppure realizzato. È maieutica
pura, non solo per quel che riguarda i codici narrativi in sé, ma anche per ciò
che rappresenta nel panorama cinematografico di oggi: una rinascita. Con tanti
saluti al cinema fintamente moralistico hollywoodiano. Che si prepara a girarne
il remake…
VOTO: 9
Andrea Fontana
E' folgorante l'impatto del film di Park
Chan-Wook. La fascinazione del suo scavare con la macchina da presa nella rabbia
dei personaggi permette di mettere in secondo piano i limiti di un soggetto
tutt'altro che originale, dove i conflitti assumono le tonalita' nerastre degli
archetipi classici della tragedia. La verita', a lungo inseguita dal
protagonista, racchiude il mistero di quindici anni di prigionia privi di
apparente motivo. Il furto di un'esistenza nel vano tentativo di saldare conti
con il passato, attraverso un sentimento di vendetta che cambia faccia nel corso
della narrazione trasformando la vittima in carnefice. Ma non e' la razionalita'
il giusto parametro per entrare nell'universo grottesco e iper-violento messo in
scena da Chan-Wook; il regista coreano riesce infatti ad allontanare lo
spettatore dalla sicurezza di confini reali per immergerlo visceralmente nella
sua personale visione. Un punto di vista che nella violenza, spesso gratuita,
ammicca al pulp di Tarantino (non e' un caso il Gran Premio della Giuria allo
scorso Festival di Cannes, in cui Tarantino era presidente di Giuria) ma si
distingue dalle fotocopie d'oriente che invadono con sempre maggior frequenza
gli schermi occidentali, tra l'autorialita' di geometrie divenute maniera e le
troppe piroette marziali in patina ormai sbiadita. In "Old Boy",
invece, la regia assume una valenza quasi narrativa perche' scandisce i passaggi
del racconto, di per se' bislacchi ma lineari, con grande efficacia. Sono tante
le invenzioni che spiazzano (una formica gigante in autobus), disorientano (la
traiettoria di un martello pronto a colpire disegnata sulla pellicola), shoccano
(un polipo mangiato vivo), stridono (l'incontro iniziale con il suicida), ma
finiscono per essere tutti tasselli di uno sguardo d'insieme omogeneo, che non
insegue le mode, ma le frulla con maestria. Alcuni momenti, complice la ricca
colonna sonora e il perfetto montaggio, incollano alla poltrona proprio per il
come, piuttosto che per il perche' (ad esempio, le suggestive interazioni del
protagonista con il flashback rivelatore), ma non si tratta di mera forma,
bensi' di un modo assolutamente cinematografico per sostanziare i passaggi della
sceneggiatura. Inoltre, nonostante la cupezza dell'universo in cui i personaggi
si muovono e il tormento alla base delle loro scelte, non e' la grevita' il fine
ultimo del regista. Non mancano, infatti, inaspettati momenti sdrammatizzanti
(il protagonista dal parrucchiere, agghindato con cuffietta per signora). Forse
fuori luogo, eccessivi, debordanti, ma lontani da un banale rapporto
causa/effetto in cui tutto accade nella scontatezza. E nell'omologazione di
tanto cinema contemporaneo, "Old Boy" si distingue come una boccata
d'aria fresca. Magari un po' satura di gas, ma pur sempre rigenerante.
Luca Baroncini (da www.spietati.it)
Perché il mite Oh
Dae Sun è rimasto imprigionato per 15 anni in uno strano carcere? Chi è il
misterioso personaggio che lo perseguita dopo averlo liberato?
A queste domande da risposta la storia narrata nell’ ultimo film di Chan-wook
Park, presentato a Cannes nel 2004 e sui nostri schermi in questi giorni. Dopo
il precedente Sympathy for Mr
Vengeange ritorna con un film che tratta ancora del tema della vendetta,
con il protagonista che cerca di capire la ragione di tanto odio prima di
vendicarsi. La ragione c’è ed è sepolta in un avvenimento di molti anni
prima, che Dae Sun aveva dimenticato.
Partendo con un ambientazione che non può non far ricordare gli interni
lynchiani, il film prosegue con una narrazione frammentata che depista lo
spettatore contraddicendo tutte le aspettative. Quella che pareva un
‘incursione in un mondo ipertecnologico si
trasforma pian piano in qualcosa che ha molto a che vedere con un mondo barbaro
e primitivo, dove a dominare sono le regole del sangue. Difficile trovare
infatti un film dove la carnalità e la presenza del corpo si senta
maggiormente, nonostante l’ambientazione ultramoderna. Sangue che continua a
scorrere nelle mutilazioni fatte per vendetta o nella scena terribile del
estrazione dei denti, con un uso straordinario della musica classica, che riesce
a dare un tono ironico.
Ma anche sangue inteso come consanguineità, tabù familiari che ritornano
ossessivamente a presentarsi, apparentemente sepolti nel passato. Dae Sun rimane
senza famiglia e questo può apparentemente renderlo libero di compiere la sua
vendetta. Ma il mondo esterno si rivela tanto incarcerante quanto la prigione in
cui ha vissuto senza un motivo e nella quale poteva solo vedere la televisione.
La città in cui è ambientato il film (Seul?) ci viene presentata in modo
anonimo, senza la possibilità di nessun orientamento, come vista da qualcuno in
preda a qualche malattia mentale.
Lo spazio viene annullato, i luoghi dove si svolgono le vicende sono per la
maggior parte luoghi della non identità ( alberghi, carcere, strade).
Il tutto dà l’impressione di una irrazionalità che dilaga sempre di
più, emanazione di sensi di colpa che perseguitano i protagonisti.
Legato al senso di colpa è spesso la paura di essere visti, di essere spiati.
Per questo il tema dell’occhio che osserva, dalla ripresa televisiva allo
specchio, alle fotografie domina tutto il film. Non esistono più luoghi
privati, vite proprie. Non si fa altro che rubare spezzoni di vita agli altri
per compensarsi delle proprie frustrazioni. L’ipertecnologismo
dei mezzi di comunicazione presente nel film non porta allo sviluppo di
nuovi rapporti, ma all’imbarbarimento delle persone, fino alla trasformazione
in figure quasi animalesche.
Il film di è dunque un viaggio allucinato in una realtà sempre più dominata
dall’irrazionale. Certo il regista è debitore dei film dei grandi registi
visionari come Lynch e Cronenberg, ma ha sicuramente una capacità magistrale di
rielaborazione e non cade nel citazionismo fine a se stesso.
Non mancano sequenze da antologia; il carrello laterale che accompagna gli
scontri tra Oh e i criminali, il montaggio alternato tra il ricordo del nemico
di Oh e l’inquadratura al centro dell’ascensore.
Park sa utilizzare al meglio la macchina da presa e dimostra come, e mi sembra
banale dirlo, per stupirci e per cercare novità dobbiamo guardare sempre di più
a est.
Mauro Madini
Un
uomo (Taesu), senza apparente ragione, viene rapito e segregato per quindici
anni in un appartamento. Dopo questo periodo viene liberato. È ora un uomo
diverso, deciso a capire i motivi di quello che gli è accaduto, deciso a
vendicarsi.
Film piuttosto sorprendete per inventiva stilistica e narrativa (la succinta
trama sopra riportata, non vi prepara minimamente all’andamento degli eventi,
nè all’originalissimo finale), Old boy, forte di un meritato Gran
premio della giuria a Cannes, prepara l’occidente ad nuovo interessante autore
coreano.
Park Chan-wook (anche co-autore dello script), con Old boy realizza il
secondo capitolo di una trilogia dedicata al tema della vendetta (il primo film
è Sympathy for Mr. Vengenace, il terzo sarà Sympathy for Lady
Vengenace) e, pur facendo un po’ meno pressione sullo spettatore (almeno a
detta di quanti hanno visto Mr. Vengenace), non risparmia sangue e
violenza in un susseguirsi abbondante. Con tutto ciò però, il regista
contribuisce a costruire lentamente un trama fatta di dettagli imprevisti e
situazioni degne di una tragedia classica o shakespeariana.
Lo stile del regista è visivamente ineccepibile, alla violenza, fa sempre da
contropartita una partitura visiva di indubitabile raffinatezza, in cui stonano
solamente certi momenti d’ironia. Questi ultimi, praticamente presenti solo
nella prima mezz’ora del film, non hanno nessuna reale importanza, non
stemperano infatti alcuna tensione e, anzi, specie se si pensa alla rivelazione
finale, risultano ancor più fuori luogo. A parte questo davvero piccolissimo
neo, Old boy è comunque un film favoloso.
Il primo merito del film di Park Chan-wook risiede innanzi tutto nella capacità
di non dare gratuità alla violenza, ma anzi di usarla come parte integrante
dello stile del film (si pensi al magnifico, lento travelling che accompagna la
lotta del protagonista – armato solamente con un martello – contro una
quindicina di uomini), come un’esperienza visiva che deve introdurre nello
spettatore il senso profondo della rabbia che cova nell’animo del
protagonista. E comunque va detto che i momenti davvero più inguardabili sono
solo parzialmente mostrati e, in gran parte, lasciati all’immaginazione.
Il secondo merito è che Old boy è la dimostrazione che temi ampiamente
sfruttati (la vendetta in questo caso), possono essere incredibilmente e
magnificamente rinvigoriti.
È poi davvero straordinario l’attore protagonista Choi Min-sik. È un
interprete che passa dall’ironia alla risolutezza con estrema facilità e
soprattutto dev’essere davvero un attore capace di tutto (si veda a riguardo,
ammesso che riusciate a guardarla, la scena del polpo).
Old boy, per i digiuni del cinema
coreano, è davvero un’interessante e notevole sorpresa. Un film in grado di
disturbare, ma anche di emozionare e commuovere per la tragicità degli eventi,
per le ossessioni dei suoi personaggi, per la bellezza della messa in scena.
Sergio Gatti
Mr
vendetta. Quando la corea si scioglie, si raggruma e trasuda sangue sporco. Il
colore e la vitalità sincopata di un fumetto nipponico permeano solo il
trailer, solo la pellicola fragilissima dell'opera prima di Park Chan-woo. Un
uomo rapito per 15 anni viene misteriosamente liberato, o si libera da sè. Non
ci è dato saperlo. Ma tutta la sua storia da allora è pilotata, pilotata come
una destinata, necessaria e arcaica tragedia di cui Dae-soo di fa aedo,
lamentoso protagonista, scapigliato e spregevole antagonista. La carne
diventa di cartone quando i suoi occhi si posano su un volto di ragazzina
inquietantemente noto, il principio purissimo della legge del contrappasso
sospesa tra il magico e il surreale. Una vendetta insensata per il mondo
razionalizzato e razionato, incastrata invece come un diamante puro nel teatro
dell'eccesso muscolare che cava denti, scatta veloce, si astrae puro nell'amore
e nel ricordo. Qualcosa ha scatenato la terribile sorte di Dae-soo, l'uomo dal
sorriso largo e stereotipo, tipico orientale. L'uomo dalla lunga lingua
che cade verminosa precipita nella terra degli angeli caduti, nell'eterna e
fallace giovinezza donata dall'incesto, ma non può caricarsene e allor ainvoca
l'oblio, un deus ex machina scarsamente visionario e fortemente psicologico
rappresentato dalla maga che compare dal nulla. Si
evolve e muore ... quel tipo di melodramma incomprensibile per un occidentale,
fatto di mutilazione e dolore, legami inestricabili, maledetti e cementati dall'innaturalità
in cui i protagonisti si trovano. lo sguardo e lo scrutamento imperano
insidiosi, sia nella scena in cui Taesoo scopre le telecamere fisse sulla sua
prigione sia nel piccolo, voglioso specchio che appare nel flashback rivelatore.
per poi smembrarsi nei frammenti di vetro e di ghiaccio che accompagnano
l'epilogo. La trama è la carne e il sangue del film, le visioni il suo
completamento formale. Queste ultime esaltano l'aberrazione tutta concentrata
nel protagonista ed esule da quel nemico amico dalla pelle intatta..
Chiara F
Sinossi
1988.
Oh Dae-soo, sposato e padre di famiglia, viene rapito, apparentemente senza
ragione, proprio davanti alla sua casa. Poco dopo, si ritrova in una prigione
privata, senza sapere per quanto tempo vi rimarrà.
Il suo unico legame con il mondo esterno è una televisione attraverso la quale
viene a sapere dell’omicidio brutale di sua moglie. Omicidio di cui lui è il
principale indiziato.
Dopo aver pensato a lungo alle possibili ragioni del suo sequestro, nella mente
di Dae-soo la disperazione lascia presto il posto ad una rabbia che gli permette
di andare avanti. Un solo pensiero lo tiene in vita: la vendetta.
Trascorsi quindici anni, in modo del tutto inatteso, Dae-soo viene rilasciato.
Poco tempo dopo, mentre mangia in un ristorante, riceve una chiamata dal suo
sequestratore, in seguito alla quale perde i sensi.
L’incontro con Mi-do, la ragazza che lavora nel ristorante, segna una tappa
fondamentale. Mi-do diventa ben presto una preziosa alleata.
Dopo lunghe ricerche Dae-soo si ritrova finalmente faccia a faccia con il suo
rapitore, che gli propone un gioco: cinque giorni per scoprire chi l’ha rapito
e perché. Se riuscirà nell’impresa, si ucciderà; se fallirà ucciderà
Mi-Do.
Per Oh Dae-soo l’incubo è appena iniziato…
COREA
DEL SUD
Superficie:
99.417 Km²
Abitanti:
48.324.000 (stime 2001)
Densità:
482 ab/Km²
Forma di governo:
Repubblica presidenziale
Capitale:
Seoul (10.610.000 ab.)
Altre città:
Busan
4.040.000 ab., Daegu 2.430.000 ab.,
Incheon
1.600.000 ab., Gwangju 1.200.000 ab.,
Daejeon 1.000.000 ab.
Gruppi
etnici:
Coreani 96%, Cinesi 3%
Lingue:
Coreano, inglese
Religioni:
49% Cristiana, 47% Buddista, 3%
Confucianesimo,
1% sciamanica, chondogyo, altro
Moneta:
Won
sudcoreano
Il
nome "Corea" deriva dal nome della dinastia Koryô (고려
高麗)
che regnò nella penisola dal 918 al 1392. La storia della nazione coreana è
stata ricca di periodi travagliati a causa delle invasioni provenienti dal Nord
e dal Sud, ma è anche stata feconda di periodi felici, che hanno permesso
grandi fioriture delle lettere e delle arti.
Lo
stato della Corea del Sud è nato nel 1948, dopo la seconda guerra mondiale, in
seguito alla ripartizione della penisola tra le forze di occupazione
statunitensi a sud e quelle sovietiche a nord.
Il
25 giugno 1950 scoppia la guerra di Corea, una guerra fratricida in cui da una
parte sono schierate le truppe delle Nazioni Unite a sostegno della Repubblica
di Corea e dall'altra le truppe cinesi a sostegno della Repubblica Popolare di
Corea. Nei tre anni di guerra l'intero territorio viene distrutto e l'economia
coreana ne esce in condizioni disastrose.
Il
presidente è l’autocratico Syngman Rhee. Molti però sono i dissensi fino a
che, nell’aprile del 1960, gli studenti insorgono e scoppia una rivolta
popolare che arriva a far cadere il governo.
Il
Presidente della Seconda Repubblica, proclamata nell’agosto del 1960, è Yun
Po-sun. Anche questo governo è però destinato ad avere vita breve: il 16
maggio del 1961 il generale Park Chung Hee assume il controllo del governo con
un colpo di stato e successivamente viene eletto presidente.
Nel
1972 la Quarta Repubblica viene inaugurata con le "Riforme della
Rinascita", che concentrano ancora più potere nella figura del presidente.
Il
diffuso malcontento causato dalla forte repressione politica e dalle grandi
disparità economiche porta alla fine violenta del regime del presidente Park,
assassinato il 26 ottobre del 1979. Il Primo Ministro, Choi Kyu-hah, diviene
presidente ad interim, ma rimane in carica per pochissimo tempo.
Con
un colpo di stato militare il generale Chun Doo-hwan si impadronisce del
controllo del paese e pochi mesi dopo, il 27 agosto del 1980, viene eletto
presidente.
Nel
maggio del 1980 scoppia una rivolta democratica nella città meridionale di
Kwangju.
La brutalità usata nella repressione solleva molte proteste. Nei confronti di
Chun si forma un fronte compatto di protesta formato da studenti, lavoratori,
politici d'opposizione e semplici cittadini.
Il
29 giugno del 1987 viene proposta una riforma che prevede, per la prima volta,
la possibilità di elezioni presidenziali dirette, in seguito alle quali viene
eletto Roh Tae Woo.
La
natura autoritaria del governo viene notevolmente ridimensionata.
E’
in questo stesso periodo che il paese ospita la ventiquattresima edizione
delle Olimpiadi (17 settembre - 2 ottobre 1988) nella capitale sudcoreana
Seoul.
Il
25 febbraio 1993 viene eletto il nuovo presidente, Kim Young Sam (per la prima
volta la Corea ha un presidente civile senza precedenti di carriera militare).
Il
presidente Kim Dae Jung , eletto nel 1997, rimane in carica fino al febbraio
2003.
Lo
storico incontro tra il presidente Kim Dae Jung e il leader nordcoreano Kim Jong
Il (13-15 giugno 2000) fa sperare in una soluzione pacifica del problema della
riunificazione del paese. Per la sua opera il presidente Kim riceve il premio
Nobel per la pace.
L'attuale
presidente Roh Moo-hyun è in carica dal 19 dicembre 2002.
*
* *
Seoul
è stata proclamata capitale della Repubblica di Corea nel 1948. Distrutta
durante la guerra, la maggior parte della città è stata ricostruita negli anni
Cinquanta.
Oggi
la città è il maggior centro culturale e amministrativo di tutta la Corea del
sud, sede di numerose industrie chimiche, metalmeccaniche, tessili ed
elettroniche, nonché sede di 10 Università, di numerose accademie, di
biblioteche ed istituti superiori.
*
* *
Il
clima prevalentemente tropicale del Paese, è caratterizzato da inverni molto
freddi e secchi che hanno una durata di circa cinque mesi (da novembre a marzo),
e da estati calde e piovose, caratterizzate dalla presenza di frequenti tifoni;
la temperatura è di 5 °C in gennaio e di 25 °C in luglio, la primavera è
brevissima; la stagione migliore per visitare la Corea del sud è l’autunno,
caratterizzato da temperature miti, e giornate soleggiate.
Il
territorio è ricoperto per gran parte da foreste di conifere e latifoglie
utilizzate principalmente per ricavare il legname; un tempo era frequente
trovare sull’isola mammiferi selvatici come la tigre, l’orso e la lince, ora
sono quasi completamente scomparsi a causa della deforestazione e della caccia.

IL
NUOVO CINEMA COREANO
Dalla fine
degli anni ’90, l’industria cinematografica coreana si è imposta con forza
sul mercato internazionale ad una velocità impressionante.
Il fenomeno è dovuto sicuramente all’apparizione di giovani registi di grande
talento.
L’anno del boom è il 1999, anno in cui sono stati prodotte 22 opere prime e SHIRI di Kang Jae-gyu (thriller d’azione costruito su un intrigo politico e
sentimentale) diventa il più grande successo della storia del cinema coreano,
superando addirittura TITANIC.
Dopo questo exploit, la Corea diventa il paese asiatico leader per il cinema di
genere.
All’inizio sono quasi esclusivamente film a basso budget che hanno fatto
clamore e hanno trionfato al box office (ad esempio Attak
The Gas Station nel 1999, oppure Friend nel 2001).
La particolarità dei migliori film di genere coreano sta nel fatto che,
appunto, non sono soltanto “film di genere”, e sono quasi tutti di autori di
grande personalità.
E’
il caso di Park Chan-Wook, che con JSA: JOINT SECURITY AREA
realizza al contempo un thriller sofisticato e un film drammatico. Ed è il caso
di registi come Kim Tae-Yong e Min
Gyu-Dong, autori di MEMENTO MORI, un film di terrore ma anche un
dramma psicologico, o ancora Kim Jee-woon che ha diretto la commedia sportiva e
romantica THE FOUL KING.
Il
fermento del cinema coreano non sfugge certo ai festival del cinema. Le opere di
autori come Lee Chang-dong, Hong Sang-soo, Im Sang-soo, Kim Jee-woon, Kim Ki-duk
e Park Chan-Wook sono state proiettate in festival del cinema di
altissimo livello e molto apprezzati dalla critica internazionale.
DAL
FUMETTO AL FILM
OLD
BOY è tratto fa un manga giapponese, creato nel 1997 da Tsuchiya Garon e
disegnato da Minegishi Nobuaki.
Dal
Giappone alla Corea, da un fumetto di otto volumi a un film di quasi due ore.
Kim
Dong-joo, produttore esecutivo di OLD BOY, ha acquisito i diritti
cinematografici del manga per meno di 11.000 euro.
Un
progetto un po’ temerario, dato che in quel momento il box office locale era
soprattutto dominato da commedie o
altri film d’azione.
L’operazione,
tuttavia, si è rivelata lungimirante: non solo OLD BOY è stato uno dei più
grandi successi koreani dell’anno, superando di gran lunga i blockbuster
hollywoodiani del momento (Kill Bill vol.1; Matrix Reloaded), ma
Dong-joo sarà anche il produttore esecutivo del remake americano.
Park
Chan-wook è rimasto molto fedele allo spirito del manga, pur apportando un
tocco del tutto personale.
L’inizio
della storia è identico: un uomo viene rapito e imprigionato per anni senza
saperne perché. Dopo esser stato liberato, viene manipolato da un personaggio
misterioso, il suo sequestratore. C’è inoltre lo stesso personaggio
femminile, anche se la natura del legame che unisce la giovane donna al
protagonista è diversa…
Le
differenze arrivano soprattutto nel finale, quando viene rivelato il motivo per
cui il protagonista è stato rapito.
Park
Chan Wook: Biografia e intervista