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Whisky
(Uruguay,Argentina,Germania/2004)
Regia: Juan Pablo
Rebella y Pablo Stoll. Con Andrés Pazos, Mirella Pascual, Jorge Bolani, Daniel
Hendler, Ana Katz e Alfonso Tort. Sceneggiatura: Juan Pablo Rebella, Pablo Stoll
y Gonzalo Delgado Galiana.
“Nuvole
in viaggio” di Kaurismaki era un malinconico e disincantato ritratto
sull’incomunicabilità, sulla solitudine, sulla paura e l’incapacità di
esternare passioni sotterrate. Tematiche che, non a caso, troviamo
magnificamente esposte nel secondo lungometraggio realizzato da due giovani
registi uruguaiani, già registi della loro opera prima “25 Watts” (2001)
che aveva incuriosito ed interessato critica e pubblico rioplatense. Il Rio de
la Plata non è solo un mostro di fiume, imponente e plumbeo, violaceo e fangoso
che fu un’importante elemento per lo sviluppo economico e sociale della
regione, ma è un modo di vita, una caratteristica, un simbolo del sogno di
un’epoca dorata e una
deformante lente di degrado e solitudine che
caratterizza il presente. La capitale di questa regione è naturalmente Buenos
Aires che però per un interessante paradosso decise di svilupparsi dando le
spalle al fiume, non abbracciarlo come invece fa Montevideo, la seconda città
per importanza di questa regione verde, umida, che puzza di fiume, sogno
mancato, brame di gloria, neorealismo espasperato e quasi portato
all’esasperazione, degrado espressionista. Benvenuti a “Whisky”, titolo
che non si riferisce alla famosa bibita alcolica ma al sonoro sorriso allargato,
un po’ finto, inamidato, quasi costretto che si esibisce quando si scatta una
fotografia. Ma in questo film diretto da Juan Pablo Rebella e Pablo Stoll, tutto
è un po’ whisky, le sensazioni avvertite sottopelle ma orgogliosamente
inibite, la grossolanità di alcuni gesti, la poca scioltezza nell’esprimersi,
poche parole ripetute, meccanicamente con occhi tristi e rassegnati. Film sui
perdenti o sul significato postmoderno di esso? Forse, ma raccontato con grazia
ed humor intelligente e sottile, di poche parole e molti sguardi inespressivi,
il tutto simbolizzato da una frase meccanica, espressione arcaica eppur
eloquente (buenas noches si Dios quiere---buonanotte, se Dio vuole), quasi a
voler sottolineare, sia pur con discrezione e silenzi, un inchino medioevale
alla volontà suprema, un atto automatico, come un rito condannato a ripetersi
senza cambio alcuno. “Whisky”è quindi un film amaro, lacerante ma niente
affatto melodrammatico. E’ un film sulla realtà sudamericana, sulla Pampa
Umida e i suoi abitanti. E’ una tragicommedia sudamericana senza grida, senza
poesia, senza sogno. E’ una realtá misera quella che mostra, ma ha il grande
pregio e pudore di esibirla con eleganza, compassione, con un ritmo lento e
desolato ed una regia sicura, ferma, senza eccessi. Sobria, come la trama. E’
la storia di un cinquantenne, proprietario di una decadente fabbrica di calze in
una grigia Montevideo i cui giorni si ripetono stanchi e sempre uguali, la
solita routine, il solito saluto alla sua impiegata di fiducia Marta (Mirella
Pascal), il solito caffé nel solito bar. Nessun imprevisto, nessun balzo di
vitalità fino a quando non arriva un telegramma che annuncia l’arrivo del
fratello di Herman (Andrés Pazos) per questioni familiari. Jacob (Jorge Bolani)
vive da anni in Brasile ed è proprietario anch’egli di una fabbrica di calze
ma più florida e fruttifera del fratello. Per non mostrare al fratello le sue
miserie, Hernan propone a Marta di farsi passare per sua moglie. Senza alcun
problema la donna accetta di
condividere la casa e la stanza da letto del suo datore di lavoro. Questa è la
premessa di “Whisky”, film che ha il grande pregio di mostrare con gusto e
humor le miserie dell’essere umano, la sua eterna solitudine, grazie al lavoro
impeccabile dei tre attori protagonisti, di un soggetto interessante e di una
solida regia. Proiettato in diversi festival internazionali (tra i quali Cannes,
Tokyo, i Goya spagnoli), Whisky ha ottenuto un enorme successo di pubblico nel
suo Paese Natale.
Massimiliano
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