ARANCIA MECCANICA
(A clockwork orange)
GB 1971 di Stanley Kubrick
con Malcolm McDowell, Patrick Magee, Adrienne Corri.
° Dal romanzo di Anthony
Burgess (la prima versione inglese, mancante del capitolo
finale più ottimistico): Alex, capo di una banda di
teppisti denominati drughi (in russo "amici",
secondo lo slang di burgessiana invenzione), viene tradito
dai compagni e catturato dalla polizia. Sceglierà una
speciale cura ("Ludovico", lui è amante di
Beethoven) a base di film violenti per poter uscire di
prigione, ormai nauseato da ogni tipo di violenza; le
subirà lui stesso e tenterà di suicidarsi. Ma alla fine
"guarisce". Capolavoro di allarmante attualità.
Il film, amarissimo e profetico, un pugno allo stomaco, è
un apologo sulla violenza, sia individuale che sociale,
sorta di parafrasi delle disavventure di un cinico
"eroe" romantico 800esco.
Mostra come la follia
pura di un ragazzo non debba essere più detestabile di
quella che la società impone ai suoi individui, soltanto
perché più palese. La (pericolosa) ambiguità del
personaggio e della storia serve proprio a questo: a non far
capire e far coincidere i due tipi di violenza. Semmai tra
le due è quasi migliore la violenza istintiva del singolo
(come Kubrick fa capire usando musiche armoniose e melodiche
nella prima parte e musiche distorte nella seconda). Alla
fine, la violenza individuale viene assorbita e
strumentalizzata dalla società (Alex diventa un’arancia
meccanica nelle mani di altri) ma Kubrick è contrario come
si capisce dall’ultima, volgare e squallida, inquadratura
che sottolinea come, in realtà, Alex non sia guarito
affatto: non è infatti mai diventato buono e per questo
Enzo Natta di Famiglia Cristiana ha giustamente
osservato che il film è "un trattato teologico sul
libero arbitrio". Dal punto di vista formale e
stilistico, è uno dei film più raffinati di Kubrick per le
invenzioni visive e registiche (soggettive, ralenti,
accelerazioni, grandangoli, deformazioni, carrellate…) e
per le idee per cui è diventato subito un cult (la parlata,
gli abiti vittoriani, il pestaggio a suon di Singin in
the rain ideato in parte da McDowell, il décor, le
movenze artificiose di Alex quando si fa imboccare) immerso
in pieno nella cultura anni 60-70 a base di droghe, pop art,
libertà sessuale, improvvisazione ed estasi, anarchia,
connivenza fra malavita e governo, ecc.. Tutto sommato,
anche divertente ed esaltante, il film ironizza pure sulle
teorie secondo cui la violenza al cinema genera violenza
(qui la cura Ludovico non genera il male, ma nemmeno il
bene) e offre una eclatante metafora della visione (a parte
la cura, il film parte con l’inquadratura di un occhio).
Scioccò il pubblico degli anni ’70, ma colpisce ancora,
tanto che in patria fu proibito e ritirato (per le infamanti
accuse di fascismo) da Kubrick stesso e in tv in Italia non
si è mai visto (in Gran Bretagna è stato trasmesso –
evento anticipato la sera prima da un documentario di Paul
Joyce sull’avvenimento - per la prima volta il 13 ottobre
2002, in seconda serata su Channel 4). Per Malcolm McDowell
(doppiato da Adalberto Maria Merli), strepitoso, ha
rappresentato il ruolo della vita. Rieditato nel 1998 in
Italia, non in lingua originale. BN/COL DRAMM 130’ * * * *
*
Roberto Donati
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