La leggenda di Al, John e
Jack
di Aldo Giovanni & Giacomo e Massimo Venier
con
Aldo Giovanni & Giacomo, Aldo Maccione
Un
trio a caccia di se... o di sé?
*1/2
spoiler alert: level 1
Se il fatto di guadagnare tanto con i
loro precedenti film non li avesse agevolati nel trovare
i soldi per un volo negli USA,
se bastassero i colori virati per fare un
gangster-movie comico, se ancor
oggi un omosessuale piazzato in mezzo alla storia senza
alcun motivo e/o sviluppo facesse ridere,
se l'annuncio che i costosi effetti
speciali ad opera di ben due studi riuscisse ancora a stupire
qualcuno,
se le più o meno colte citazioni
filmiche fossero sufficienti ad ingraziarsi la critica,
se comprendessero che il loro
pubblico medio è più esigente di quello delle
"vacanzedinatale",
allora, e solo allora, "La leggenda
di Al John & Jack" sarebbe un bel film.
DA TENERE:
Le intenzioni. Se bastassero queste, se...
DA BUTTARE: I
film pari della rinomata ditta.
NOTA DI MERITO: Aldo
con i capelli. Certo, se bastasse un gatto morto sulla
testa per citare il trasformismo alla De Niro...
NOTA DI DEMERITO:
Le mie reminescenze scolastiche che mi fanno scomodare
poesie di una certa caratura per scrivere una
modestissima recensione grammaticalmente ambigua.
Ben, aspirante Supergiovane
Tante
citazioni, pochissime risate
Di
fronte ad un tale impegno economico, oltre che ad
un’evidente buona volontà, di fronte ad una fotografia
ricercata e ad un viaggio d’oltreoceano per ambientare al
meglio il film, “La leggenda di Al, John e Jack”, ultimo
sfornato da super incassi del trio comico, lascia solo
spazio ai sospiri.
I sospiri di chi è stato abituato ormai da anni a vedere
esilaranti gag inserite in storielle leggere,
magari con
qualche innamoramento (l’assenza di Marina Massironi si
sente, eccome…), un viaggio, lo storpiamento dei reciproci
difetti caratteriali, il prendersi in giro a vicenda.
Briciole di tutto questo, invece.
Ci si ritrova così a
digerire un mattone impastato di scene senza né capo né
coda, tenute insieme da dialoghi in un siciliano grottesco
da far accapponare la pelle, sospesi in una spasmodica
attesa che qualcuno o qualcosa faccia anche solo pensare ad
una risata. All’interno di una trama che potenzialmente
poteva funzionare, a mancare è proprio la vis comica del
trio, imprigionata in sterili dialoghi che non riescono mai
a sfociare nella battuta strappa-risata, dissolvendosi nella
bella colonna sonora che tutto inghiotte. Il fatto è che la
gag dei gangster italo-americani era una di quelle che aveva
divertito di meno, così che colpisce questo istinto
autolesionista nel farci un film intero.
Si potrebbe pensare ad un calo della vena creativa, ma più
probabilmente si tratta di una eccessiva leggerezza nella
scrittura della sceneggiatura, trascurata per un maggior
impegno nella fattura generale del film. La regia, infatti,
più del solito sembra impegnarsi in virtuose rotazioni di
cinepresa, che sembrano avere la sola utilità di tener
desto lo spettatore fra il tepore generale. Anche i
particolari sembrano essere stati discretamente curati,
dalle scenografie alle citazioni, fin come detto alla
fotografia e la colonna sonora.
E allora non resta che apprezzare e incoraggiare
l’impegno, ma di fronte agli sbadigli di delusione
collettivi, la paura è di aver smarrito fra le velleitarie
aspirazioni da cineasta, una comicità che tanto ci aveva
allietato i Natali scorsi.
Francesco
Rivelli
Nella New York
degli anni ’50 il gangster Al ha perso la memoria già da
quattro giorni e i suoi compari Jack e John gli devono
raccontare a ritroso gli eventi che li stanno portando a
perdere la vita per mano del loro boss Sam Genovese: visto
che lui non ricorda alcunché, sarà tutto vero? Inizia con
una ripresa in dolly alla Quarto potere di un
drive-in che sta proiettando Vertigo di Hitchcock e
finisce con un incontro di pugilato fotografato in
bianconero come in Toro scatenato, quest’opera in
cui i tre cabarettisti tentano di approdare al quasi-cinema
d’autore non rinunciando alla loro comicità e facendo il
passo troppo lungo della gamba: ricostruzione filologica
adeguata ai soldi spesi ma per niente interessante,
citazioni velleitarie (le musiche sono addirittura dei Good
Fellas), tempi comici inesistenti o completamente ignorati,
gag sempre identiche e prolungate all’infinito e mesto
senso della messinscena quando non si tratta di dover dire
due stupidaggini per cercare di far ridere.
Il trio recupera
e allunga l’idea dello sketch dei gangster del loro primo
film e stavolta senza nemmeno l’anima dell’abituale
compagna di lavoro Massironi ambisce a chissà cosa: il
risultato è francamente penoso e irritante (il finale che
alterna titoli e immagini è insostenibile) e il castello di
carte dello loro televisiva comicità (spesso pare di
rivedere proprio lo spot Yomo) frana inesorabilmente di
fronte a un plot troppo complesso e impegnativo per
le loro risorse e a un secondo tempo che predilige l’aria
di cinema serio. Così come la (presunta) cura da tributo ai
gangster-movie naufraga di fronte a scelte comiche
discutibilissime: per esempio lo stesso forzato, improbabile
dialetto siculo dei tre contrapposto all’accento padano
del loro boss interpretato da Maccione. Con un retrogusto
omofobo e sessista nella tristissima scena col fratello gay
che lascia davvero basiti. Ma poi basta col friggere l’aria:
è un film comico e non fa ridere, passo e chiudo. BN/COL
COM 105’ *
Roberto Donati
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