C’ERA UNA VOLTA IN
AMERICA
USA-IT 1983-84 di Sergio
Leone con Robert De Niro, James Woods, Elizabeth McGovern,
Joe Pesci, Danny Aiello, Mario Brega, Jennifer Connelly,
Treat Williams, Tuesday Weld, Burt Young, William Forsythe,
Darlanne Fleugel (Darlanne Fluegel), Olga Karlatos, Scott
Tiler, James Russo, Larry Rapp, Julie Cohen.
° Ascesa, maturità e tramonto di un
piccolo gangster americano in un racconto cronologico
complessissimo, tra continui salti temporali in avanti o all’indietro,
in modo che non si sappia mai bene quale sia il presente
dell’azione. Dai solari paesaggi western, Leone passa all’oscurità
della metropoli moderna e ci consegna un appassionante
affresco corale di un’epopea e un emozionante (e
commovente) ritratto di una comunità. E’ una storia
virile di amicizie e tradimenti, di maschi e sesso, di
passioni e violenze. E, allo stesso tempo, riesce
miracolosamente ad essere una grandissima saga romantica,
vista dagli occhi di un italiano che non ha mai smesso di
pensare all’America come al paese dei sogni, nonostante
tutte le sue contraddizioni. L’ultimo film di Leone è
tutto questo, e anche di più: una rievocazione e un
commiato nostalgico e malinconico al mondo e alla gente che
più ha amato e rappresentato. È un film di porte
(metaforiche come non: quella ribattezzata "del
tempo" con la scritta Visit Coney Island sopra,
quella della cappella funebre, del camerino di Deborah,
della villa di Max-Bailey) che si aprono ma che non si
richiudono, e rimangono sospese. Favolose le musiche di E.
Morricone, indimenticabile il sorriso finale di De Niro che
rimarrà come uno dei più grandi enigmi della Storia
contemporanea (paragonabile a quello della Gioconda
leonardesca). Tra le numerose scene immortali, da non
perdere quella del bambino alle prese con una charlotte
russa con panna e quella in ospedale ritmata dalla Gazza
ladra di Rossini. La scena in cui De Niro mescola con un
cucchiaino una tazzina di caffè fu un’invenzione dello
stesso attore, omaggio ai tempi dilatati-epici di Leone. La
versione americana fu ridotta drasticamente e rimontata
cronologicamente (in pratica viene eliminato il fascino
proustiano e l’ambiguità del film) dal produttore Arnon
Milchan (nel film, l’autista che ironicamente rifiuta i
soldi di Noodles-De Niro) e dallo staff del figlio
distributore di Alan Ladd ma, fortunatamente, fu un
clamoroso flop; e una versione inglese, curata da Leone,
dura invece un minuto in più (ha un flashback aggiunto
nelle scene finali). In un primo montaggio l’incipit
mostrava, nel teatrino, una rappresentazione di ombre cinesi
con la lotta tra il bene e il male (un enorme pipistrello),
ma Leone lo tolse ritenendolo troppo esplicito riguardo al
rimando della circolarità dell’opera. L’americano
Stuart M. Kaminsky - scrittore, critico, esperto di cinema e
del genere poliziesco, insegnate e teorico di cinema – fu
autore dei dialoghi aggiunti, e sull’esperienza con Leone
e il suo film ha scritto un saggio accurato, nella sua
brevità, all’interno del suo interessante libro Generi
cinematografici americani. Tratto da Mano armata
(The hoods), interessante autobiografia romanzata in
forma di diario cronologico del gangster Harry Grey
(pseudonimo di David Aaronson, anche se alcuni fonti danno
come vero nome Harry Goldberg), in arte Noodles (che
significa "capoccia" ma anche
"spaghetti"), che il film segue soltanto in parte
(soprattutto quella relativa all’infanzia o quella di
Deborah, nel libro Dolores, o quella dei vaneggiamenti nella
fumeria d’oppio); Leone ha aggiunto, in ogni caso, l’epica
e l’elegia. Nel film il flauto di Pan di Gheorghe Zamfir
in colonna sonora sostituisce lo struggente suono dell’armonica
di Cockeye. Danny Aiello interpreta il capo della polizia
Aiello. Titolo inglese: Once upon a time in America.
Ultimo film di Leone (morto d’infarto nel 1989 a casa sua
mentre stava guardando in tv, ironia della sorte, il film di
Wise Non voglio morire), che non riuscì a completare
il grandioso progetto di un film sull’assedio di
Leningrado, che avrebbe anche significato la sua svolta
verso l’est geografico. GANG 218’ * * * * *
Roberto Donati