HEAT- LA SFIDA di Micheal Mann
STORIA DI SGUARDI SPEZZATI

Quanto sia difficile fare un film poliziesco al giorno d’oggi, ce lo dimostrano i numerosi, vuoti, sterili tentativi di tanti registi. Quello poliziesco è un genere così metabolizzato dal pubblico e dal cinema in generale, che è diventato quasi impossibile realizzare ancora qualcosa di originale. Micheal Mann invece vi è pienamente riuscito con Heat- la sfida , in cui si assiste ad un confronto “mortale” tra il poliziotto Hanna-Pacino e il ladro McCauley-de Niro.
Mann è un regista apolide, nel senso che riesce sempre a creare film prettamente americani, ma con uno stile che ricorda il cinema europeo. È apolide perché i suoi film sono veramente “suoi”, nel senso che sono espressione diretta della sua volontà. È apolide perché riesce sempre a mettere d’accordo critica e pubblico, impresa che si realizza raramente ( Kubrick ne è un esempio lampante). Ma allo stesso tempo Mann è fortemente legato alla sua terra, gli Stati Uniti, che fa da teatro ad ogni sua pellicola, e di cui racconta pregi e difetti (soprattutto difetti). Mann è affascinato in particolare dalla società americana, emblema di un controsenso di cui egli stesso si fa simbolo.
Con Heat Mann ha messo in gioco sé stesso e le sue capacità di autore, sottoponendosi ai rischi del genere, ed in particolare a quello di cadere nel banale e nel “già visto”. E il rischio si è rivelato ancora maggiore, dato che Mann ha voluto scriverne la sceneggiatura.
Il film si potrebbe suddividere in due parti: il primo tempo è dominato dallo studio ossessivo dei personaggi, con un occhio così antropologo da ricordare Scorsese. Nel secondo tempo scoppia tutta l’azione che è contenuta nel primo, con una conseguente creazione di tensione, che si manifesta apertamente nella sparatoria che segue la rapina in banca. Una sequenza bellissima, tra l’altro, una sparatoria che mescola il genere western, con richiami a “Il mucchio selvaggio”, a quello bellico.
Molto, troppo si dovrebbe dire di Heat, della sua intelligenza, della bellissima fotografia di Dante Spinotti, assiduo collaboratore del regista, della perfetta mistura di azione ed introspezione. Io voglio concentrarmi su un aspetto che sembra essere stato sottovalutato. Heat è una storia di solitudini, di persone che, disilluse nell’ambito privato ( delusioni d’amore e lacerazioni familiari), si sfogano in quello pubblico, e quindi concentrando la propria vita solo nel lavoro, a scapito di tutto il resto. Gli stessi Hanna e McCauley prendono la “caccia” come qualcosa di personale, come se la soluzione della “sfida” risolvesse ogni loro problema privato. Ma non sarà così.
In Heat c’è uno schema comportamentale che viene spesso ripetuto: gli sguardi si incrociano sempre, si accenna  un sorriso e infine lo sguardo si spezza. Un’ascesa, uno stallo ed una caduta. Questo grafico visivo riassume anche i rapporti interpersonali dei personaggi.
Heat è un film pessimista, un discorso sullo sguardo e sul suo significato ( e questo è uno dei temi principali della poetica manniana), sulla fragilità dell’essere umano, sulla difficoltà di convivere con la propria solitudine, in un mondo fatto di solitudini.
Andrea Fontana

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