THE TULSE LUPER SUITCASE – Part 1 – The Moab Story
di Peter Greenaway  

“Forse siamo tutti prigionieri di qualcosa: l'amore, i soldi, il sesso, la fama, le credenze religiose, il potere, l'ambizione, l'avidità, i debiti, un lavoro, un giardino, un cane, gli orari dei treni, un'ipoteca o anche solo il conto del droghiere. Di conseguenza molte prigioni non hanno finestre con le sbarre o una porta chiusa a chiave.”

Tulse Luper è un uomo che fa un’esperienza cardine: la prigione. In 16 paesi del mondo. Dall’esperienza della reclusione, coglierà il fiore. Scriverà libri, disegnerà illustrazioni ma soprattutto riempirà valige. Ritorna l’ossessione matematica di Greenaway e il numero “chiave” del film è il 92: numero atomico dell’uranio. La storia infatti si svolge dal 1928 – anno di scoperta dell’uranio in Colorado – al 1989, la caduta del Muro di Berlino. E 92 sono le valige, 92 i personaggi, 92 gli eventi chiave.
Progetto monster del regista sperimentatore per eccellenza, “The Tulse Luper Suitcase” si articola in tre parti di 120 minuti l’una (considerati i tempi classici) laddove dedicato al cinema. Si tratta infatti di un prodotto multimediale che passerà in televisione, ha un sito ufficiale e più siti ufficiosi, è un Cdrom, un libro e anche e soprattutto un viaggio intorno al mondo.
"Sono arrogante. Come fai a fare l’artista se non sei arrogante?”, a sessantun anni, P. Greenaway non molla la presa e non invecchia. Ci presenta una visione, il suo alter ego, un progetto mastodontico che, soprattutto, mette in crisi l’idea corrente del cinema. Il cinema è morto… direbbe qualcuno. No, non è mai esistito, secondo l’autore. “Stamattina, agli studenti ho detto che il cinema è morto... Adesso dico una cosa che potrà apparire in contraddizione con questa affermazione. Il cinema  in quanto cinema non è mai stato, non è mai esistito. Quello che abbiamo visto per 107 anni è stato semplicemente un susseguirsi di testi illustrati. 107 anni di testo illustrato non fanno il cinema. Io non voglio essere un illustratore, voglio essere il creatore originale del mio lavoro. Tutti coloro che fanno film, si chiamino Scorsese o Godard, sanno che il punto di partenza di un film è un testo scritto...”

Il rifiuto del testo come partenza, pittore e architetto, P. Greenaway sperimenta, convinto com’è che sia l’immagine a parlare e non la scrittura. Che la letteratura dovrebbe prendersi cura di sé. Che la televisione potrebbe assumere il ruolo della rappresentazione realistica (vedi i reality show) e lasciare al cinema solo quello creativo e immaginifico. E, infatti, il film è un insieme (anche sovraccarico) di immagini, montate le une sulle altre, sfruttando e splittando lo schermo fino all’inverosimile. Il cinema è colore, musica ma soprattutto immagini e le nuove tecnologie aprono un ulteriore spiraglio interpretativo. Chi vorrà apprendere inediti dettagli della storia, visiterà il sito, “leggerà” il CD-rom.

Usciamo dalla sala, come ebbri, con la sensazione di aver compreso poco (anche perché non tutto ci è stato svelato) ma affascinati e ammirati dal coraggio di un vero autore che ci ha riempito gli occhi di figure e colori, le orecchie di suoni e che ci ha fatto sognare.

Le citazioni sono tratte dal sito www.spietati.it che ospita un lungo e interessante speciale di Luca Pacilio che comprende anche una intervista all’autore.

Mariella Minna

Recensioni

Home

Archivio