Collateral

La metropoli è un covo di lupi, una trappola solo all’apparenza ospitale, che cela tra gli infiniti appartamenti degli skyscrapers, tra i vicoli bui, nella giungla umana di una discoteca, segreti tanto nascosti quanto beffardi, dolorosi, crudeli. In una delle sequenze più suggestive del nuovo film di Michael Mann i due protagonisti, Vincent-Cruise e Max-Foxx sono fermi ad un semaforo nel cuore della metropoli notturna ed improvvisamente la strada viene attraversata da un lupo, dagli occhi come due spie luminose che paiono artificiali. Visione o realtà? I due si guardano ma non proferiscono parola, la folle corsa deve infatti continuare. Tra le pieghe di un thriller dall’impianto avvinciente ma tutto sommato tradizionale – un killer costringe un tassista ad accompagnarlo in una gita notturna che si macchierà ben presto di rosso – Mann proietta lo spettatore in un incubo notturno tanto cupo quanto suggestivo, un viaggio al termine del mondo nel quale i protagonisti devono fare i conti con il proprio passato, gli  ostacoli e le prove che la vita li/ci costringe periodicamente ad affrontare. Il viaggio di Vincent e Max è un viaggio dell’anima attraverso una città che delimita visivamente e caratterialmente le loro esistenze con le forme consuete della modernità, l’automobile, il telefono, le strade, i semafori e così via. Pare esplicita la denuncia di un mondo spersonalizzante, dove le esistenze individuali all’apparenza accomunate da una necessaria convivenza sono in realtà lasciate andare alla deriva. Le luci dominano su tutto: semafori, lampioni, spie elettroniche, fari, e pare che non vi sia spazio per i sentimenti, le umane emozioni. Vincent improvvisa, come un musicista di jazz, incapace di prevedere in anticipo la linea melodica nel cui solco si svilupperà la propria esistenza, si affida all’istinto, nonché frequentemente al caso, cercando di trovare una giustificazione a posteriori delle decisioni che ha preso. Ma non tutti sono Miles Davis, come il proprietario del club nonché vittima di Vincent racconterà al suo killer in una delle sequenze madri del film. Non c’è alcuna volontà di condanna nei confronti del “cattivo”, ritratto come un eroe dannato, permeato di un fascino che riporta alla mente tanti killers del cinema western; a Mann interessano le sfumature, le derive dei “suoi” personaggi, le scelte sofferte che sono costrette a prendere, le responsabilità tanto dure quanto inalienabili, anche se poi, quando Max decide di ribellarsi e si lancia a tutta velocità sfidando la morte, Mann dimostra di schierarsi dalla sua parte. Sorprendente è poi l’impianto visivo del film, un incubo metropolitano e vagamente kafkiano dominato da luci soffuse e superfici liquide, nel quale la scelta del digitale si rivela azzeccata trasmettendoci una sensazione di pedinamento a tratti quasi documentaristico. Il regista piegha le regole del genere alle sue esigenze poetiche, senza mai abdicare però allo spettacolo, tanto che il film non spreca una sequenza, non presenta alcun personaggio superfluo, lo spettatore viene letteralmente caricato dal regista sul taxi di Max per un’esperienza visiva dagli esiti straordinari, che non può non coinvolgerci, appassionarci, spaventarci, cioè a dire quello che il grande cinema deve saper fare, e che Mann dimostra di fare ogni volta con rinnovata originalità. La sequenza finale, con la città che si risveglia tutti i giorni uguale a sé stessa ed ignara del destino dei suoi pargoli, è di quelle che la storia della settima arte certamente non dimenticherà. Capolavoro.
Voto: 9
Mauro Tagliabue

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