Collateral

La notte sembra infinita a Los Angeles, soprattutto se come guida c’è Michael Mann. Adoro quella sensazione che provo quando, usciti dalla sala (ma anche dopo), mi avverte di aver appena finito di vedere un capolavoro. È una sensazione che mi rimane dentro per giorni, diventa un ossessione (a scapito di altri…). Collateral è un capolavoro. È un film semplice, in quello che rappresenta e in quello che vuole dire, ma lo fa con una potenza talmente sublime da togliere il fiato. La notte di Max e Vincent, due personaggi che si incontrano/scontrano nell’arco di una sola nottata, è la nostra notte, la notte dell’uomo, della sua solitudine eterna. Sono speculari Max e Vincent, l’uno vive in una perenne ciclicità, tenta di evadere da essa con l’astratta consistenza del sogno. L’altro fa il killer, giustificando i suoi atti con una lucidità che non si vedeva (o meglio, si sentiva) dai tempi di Hannibal Lecter. Vincent, un Tom Cruise che meriterebbe l’Oscar, è il deus ex machina di Max, la sua causa scatenante, la sua metà oscura, l’incarnazione del male che striscia all’interno di ognuno di noi.

LUOGHI E TEMPI
Collateral inizia in un aeroporto e finisce in una metropolitana, percorrendo all’inverso i luoghi narrativi di Heat. Si svolge a Los Angeles, che Mann disegna con occhio impressionista, utilizzando macchine da presa ad altissima definizione. Il cielo non è più di un nero stagliante, firmamento oscuro che ci fa da prigione, ma acquista i colori e le sfumature della realtà, in cui ogni elemento è funzionale alla storia. Si svolge in una sola notte, che delimita ulteriormente tempi e luoghi di una tragedia che sembra a tutti gli effetti rinascita.
STILI
La costruzione delle sequenze, il disegno dell’inquadratura, rasentano la perfezione. A questo si aggiunge una colonna sonora altamente suggestiva, una fotografia che capta ogni dettaglio urbano e umano, una recitazione eccezionale. A dimostrazione di ciò la sequenza nel locale notturno, quella finale in metropolitana e soprattutto l’incontro fra i due e un coyote che li fissa, gelido. Ed è piacevole che ad un sostrato così eccelso, si somma la profondità concettuale di un autore che da vent’anni dispensa alto cinema.
La fine è, come in Sonatine di Kitano, prefigurata all’inizio, nelle prime parole di Vincent, che dimostrano in maniera straziante quanto il killer più pericoloso sia la solitudine.
Andrea Fontana

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