Collateral
Max lavora duro come tassista ma ha un sogno nel cassetto:
mettere da parte i soldi necessari per aprire una societa' di noleggio
limousine. Vincent e' un killer di professione e in una notte deve uccidere
cinque persone. Ovviamente, secondo la legge cinematografica di attrazione
narrativa degli opposti, i due si incontreranno modificando per sempre il loro
destino. A livello di scrittura il film non offre molte sorprese: l'ennesima
strana coppia bianca e nera, una sceneggiatura circolare dall'impianto solido ma
poco plausibile (con qualche coincidenza di troppo) e il solito tapino costretto
dagli eventi a tirare fuori un'aggressivita' che non appartiene propriamente al
suo Dna caratteriale. Non mancano poi dialoghi ad effetto, che ogni tanto
tarantineggiano (l'aneddoto su Miles Davis), e personaggi un po' schematici: uno
sogna le Maldive (emblema del miraggio collettivo) e ha una chiara funzione
empatica, l'altro e' fin dall'inizio cattivo cattivo, con lo sguardo glaciale
privo di emozioni, tanto per far capire subito al pubblico da che parte stare.
Nonostante queste premesse, comuni a tanti blockbuster americani, il film gode
della sofisticata messa in scena di Michael Mann, che imprime potenza ad ogni
inquadratura e fonde con perfetta sincronia, anche emotiva, le immagini con il
tessuto musicale. Molti i momenti riusciti: i primi venti minuti, quasi muti,
sono cinema allo stato puro, cosi' come il crescendo, dal relax alla tragedia,
nel jazz club. La scena alla discoteca Fever possiede una grande energia visiva,
con una regia attenta a non disperdere il potenziale drammatico delle tante
situazioni che incrocia. Ed e' perfetto intrattenimento anche la parte finale,
sicuramente la piu' debole a livello di costruzione del racconto, con la vittima
designata sola nell'enorme grattacielo, la fuga nel metro' e l'inevitabile resa
dei conti. Girato quindi meglio di come e' scritto (tra l'altro per l'ottanta
per cento in digitale), il film si avvale dello sfondo di una Los Angeles
promossa al ruolo di protagonista trasversale; con il suo piano infinito di
luci, splendidamente fotografate da Dion Beebe e Paul Cameron, che alternano
improvvise violenze (l'agguato nel vicolo) a squarci di poesia (l'apparizione
del coyote), accompagna con piglio da primadonna l'evolversi degli eventi.
Quanto agli interpreti, il nutrito cast e' ben sfruttato: da Jada Pinkett Smith
a Mark Ruffalo, fino al cameo di Javier Bardem, che riesce a scrollarsi di dosso
la "maniera" del boss narcotrafficante a cui da' vita. Tra i due
protagonisti, Jamie Foxx surclassa la star e conferisce un'umanita' sofferta e
ferita al tassita Max (meno riusciti i siparietti sdrammatizzanti
acchiappa-pubblico). Tom Cruise in versione criminale e brizzolata e' come al
solito molto convinto, ma da piu' che assodata icona di valori sani e positivi
toglie un po' di cattiveria al killer Vincent: spara e uccide senza alcun
rimorso, ma ha una sua etica e conserva sempre un bagliore di raziocinio
che non lo rendono quasi mai davvero temibile.
Luca Baroncini (da www.spietati.it)
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