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The Village
M.
Night Shyamalan è celebre soprattutto per Il sesto senso, già Unbreakable,
che ritengo un film molto bello, ha raccolto ben minori favori da parte del
pubblico. E' scattato uno strano meccanismo per cui lo spettatore entrava in
sala ansioso di essere sorpreso, ma allo stesso tempo conscio che il regista
avrebbe cercato di sorprenderlo e quindi all'erta, più impermeabile alle
stesse trovate di sceneggiatura che ricercava. Il risultato è stato che
molti non hanno amato il colpo di scena finale di Unbreakable perchè
non li ha sorpresi e naturalmente non li ha sorpresi perché se lo
aspettavano. Un peccato perché l'opera seconda di Shyamalan era molto
matura ed originale e andava ben al di là dell'emozione del colpo di scena.
Signs al pubblico è piaciuto ancora meno anche se, per ragioni a me
affatto chiare, molta
critica l'ha apprezzato.
The Village è l'ultimo film del regista e il più
costoso, segno che Hollywood gli ha dato un'altra chance. La vicenda è
ambientata in un villaggio tardo ottocentesco americano, circondato da una
foresta invalicabile, ove vivono le creature innominabili (in originale
"Those we do not speak of" - coloro di cui non parliamo), ma per
salvare una vita sarà necessario che qualcuno attraversi il bosco per
prendere le medicine in città.
Il colpo di scena non manca, il regista insiste a non rinunciarvi,
nonostante per questo abbondino i commenti di sberleffo sul web. Cambia però
la sostanza dell'opera, non siamo più di fronte ad una riflessione sul
lutto e il dolore né ad una costruzione narrativa che funzioni alla
perfezione. Queste cose ci sono, il dolore però è più sullo sfondo e la
costruzione è meno perfetta che in altri casi.
Quello che c'è in più invece è una riflessione sul potere della paura, su
come può essere usata. Riflessione quanto mai attuale, oggi a pochi giorni
di distanza dalla vittoria di Bush. Il film di Shyamalan dunque è
palesemente politico, ma è anche uno splendido esempio del potere del
cinema. In un racconto in prosa una vicenda come quella raccontata non
starebbe in piedi per più di pochissime pagine; il fotorealismo
cinematografico, al contrario, ha un tale potere persuasivo da saperci
ingannare e non farci porre troppe domande.
- E' inoltre presente, ancora più
che in Unbreakable, dove si utilizzavano le tutto sommato poco
diffuse convenzioni del fumetto super-eroistico, una riflessione che rilegge
i topoi della fiaba come il bosco tenebroso, popolato da
"creature innominabili", il patto antico siglato con potenze
sovrannaturali, il colore che non va mostrato. Shaymalan dunque aggiunge
valori simbolici al suo stile e alle sue tematiche, uscendo dal vicolo cieco
in cui pareva essersi infilato con Signs.
Stilisticamente continua a girare molto bene, a raccontare, con ritmi
pacati e con silenzi, degli animi dei suoi personaggi. E i moti dell'animo
sono nelle mani di un cast eccezionale, da William Hurt a Brendan Gleeson a
Sigourney Weaver, fino ai più giovani Joaquin Phoenix e Adrien Brody, dove
però è l'esordiente Bryce Dallas Howard, figlia di Ron Howard, ad
impressionare di più.
La fotografia mantiene un tono grigio, piovoso, dove il giallo opaco ben si
amalgama, mentre il rosso, il colore del male (e del sangue, del fuoco, dei
comunisti, certo, ma soprattutto dei repubblicani), è appunto un disturbo
cromatico da cancellare, da seppellire. I movimenti di macchina sono
elaborati, la composizione dell'inquadratura è studiata, così come
l'accompagnamento musicale e i dialoghi sono ben scritti, specie nella scena
dell'innamoramento tra Ivy e Lucius. E' un gran pezzo di bravura registica
poi la prova d'amore che Ivy impone a sé stessa e a Lucius, che dovrà
accorrere per salvarla nonostante il pericolo. Ci sono mani che aspettano,
mani che si cercano ma non hanno il coraggio di uscire allo scoperto, ci
sono mani che si trovano e mani che accoltellano.
I meccanismi della paura infine funzionano piuttosto bene, anche se un
maggiore camuffamento delle creature innominabili avrebbe giovato al film,
sono troppo illuminate e un po' troppo grottesche per spaventare davvero. C'è
una ragione per cui Shyamalan ha scelto questi mostri e non degli orrendi
simil-alien, ciò nonostante un po' più d'ombra non avrebbe certo guastato.
Il film è quindi tecnicamente ben realizzato e ha stile e fascino senza
essere freddamente manierista. Il colpo finale poi, anticipato da una
trovata alla Psycho a metà del film, può funzionare o meno, a
seconda dello spettatore. Se si guarda il film come fosse un puzzle non se
ne ricaverà molta soddisfazione. Una visione più docile, con un po' di
sospensione dell'incredulità, lo renderà più godibile anche se poco
plausibile.
- SPOILERS
- La seguente parte della
recensione è realizzata per chi ha visto il film o per chi non conta
minimamente di vederlo.
I
mostri non esistono, sono nostre creazioni. Fino a qui non ci sarebbe niente
di nuovo però fa molto riflettere la struttura del potere gerarchico che
impone alla popolazione l'esistenza dei mostri, e che commette anche dei
crimini sugli animali per dare credito alle proprie parole.
Lo scenario, lo riconosciamo, non è credibile: Edward Walker pagherebbe un
sacco di gente perché non passino gli aerei, perché non si avvicinino
delle auto e perché il 21° secolo appaia a tutti gli effetti il 19°...
Non ha comunque importanza, la trovata ha qualcosa di distopico, descrive la
mostruosa concezione di un potere che impone delle restrizioni non con la
forza, bensì con il controllo dell'informazione, dell'insegnamento, come in
Orwell.
- Questo potere non si accontenta
di ingannare, ha anche la necessità di gettare nell'ignoranza (di ben un
secolo indietro) e di spaventare perché l'isolazionismo resti in piedi. La
gente è disposta ad accettare le condizioni imposte dal consiglio solo se
mortalmente impaurita, anche da cose inverosimili, sovrannaturali, che non
vengono praticamente mai viste, ma che sono sempre pronte a colpire - non
molto diverse dai terroristi che appaiono nei video fantasma.
La paura e l'oscurantismo sono i mezzi attraverso i quali il potere si
perpetua, non importa se nel villaggio regni tutto fuorché la serenità che
dovrebbe auspicare una comunità religiosa, il terrore sembra comunque il
male minore al consiglio. Non è un caso che nel villaggio uno dei giovani
sia pazzo, sappiamo che ha scoperto la verità ed è facile immaginare come
proprio questa scoperta l'abbia portato alla pazzia.
Mi pare significativo a questo proposito che in Matrix, intendo nella
realtà virtuale generata dalle macchine, fosse assente il terrore del
potere. Gli uomini erano ignari e comunque controllati, erano evidentemente
i tempi precedenti all'11/9 e anche Neo che scopriva la verità non
impazziva perché non assisteva al terrore imposto agli uomini, ma solo ad
un inganno che per alcuni era anche piacevole.
Colei che non ha paura è la ragazza cieca, perché in effetti è già
diversa, non può vedere e quindi il terrore del rosso le è ignoto. Su di
lei non si è potuto esercitare lo stesso controllo perché la ragazza
affronta il buio e l'oscurità ogni attimo della sua vita, e soprattutto
perché non può essere ingannata dalle immagini. Lasciando perdere le sue
vaghe doti ESP e l'inverosimiglianza di alcune situazioni che la
coinvolgono, il personaggio di Ivy è centrale proprio per la sua
impermeabilità all'inganno della visione, ben rappresentato nel film dai
colori. Infatti i colori, arbitrariamente scelti dal consiglio, le sono
estranei in quanto ingannevoli, mentre allo stesso tempo sa vedere l'aura
delle persone e quindi sa vedere oltre il velo dell'inganno oculare. Se in
un mondo di ciechi un orbo è l'unico a vedere, così in un mondo avvolto
dall'illusione delle immagini una cieca è la sola a poter vedere davvero.
Il suo dono della visione è qualcosa che a noi spettatori manca, infatti,
come già detto, è proprio il fotorealismo delle immagini a farci accettare
come credibile (a meno che non si entri in sala con l'idea che ci sia già
un inganno da svelare) una situazione completamente improbabile.
Infine un'altra cosa mi pare significativa e ironicamente amara. Shyamalan
usa gli archetipi fiabeschi per educare alla paura i suoi villici, ma lo fa
anche per farci capire che le cose che il potere ci racconta non sono in
fondo molto diverse. La natura palesemente fiabesca degli elementi
utilizzati ci dice, per analogia, che a nostra volta siamo affabulati da un
potere che ci racconta delle fiabe e ci tratta come bambini. Quando
cresceremo?
Andrea Fornasiero
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