ESSERE E AVERE (Etre et avoir)

Regia: Nicolas Philibert
Il maestro: Georges Lopez; Gli alunni della classe: Alizè, Axel, Guillame, Jessie, Jojo, Johann, Jonathan, Julien, Laura, Létitia, Marie-Elisabeth, Nathalie, Olivier Le famiglie: Chanimbaud, Dujardin, Garrido, Jeune, Lacombe, Olléon, Ponte, Rochés, Thouvenin
Fotografia: Katell Djian, Laurent Didier
Suono: Julien Cloquet
Montaggio: Nicolas Philibert
Direttore di produzione: Isabelle Pailley Sandoz
Direttore associato: Serge Lalou
2002, Francia, colore durata: 1h44 Bim Distribuzione

Essere e avere, prima di diventare un dilemma esistenziale o un rompicapo irrisolvibile, sono una filastrocca buffa e faticosa che si impara alla scuola elementare.
Ed è proprio lì che Nicolas Philibert (il regista) è andato a rintracciarli: un ritorno all’origine della conoscenza e alla formazione della coscienza, con il desiderio (questa seconda volta) di testimonianza.
Philibert ha messo la sua macchina da presa dentro l’unica aula di una scuola elementare della campagna francese, e ha osservato l’intero anno scolastico dei bambini e del loro maestro.
La prima cosa che si nota è la bravura estrema con cui è riuscito a mimetizzare, “nascondere” il suo strumento: la macchina da presa, che in quanto strumento, segna in ogni caso, almeno la distanza (focale) tra chi guarda e chi è guardato. Invece in questo lavoro lo sguardo è delicato, attento a non far rumore o intromettersi troppo precipitosamente negli affari altrui, per poter cogliere con pienezza e autenticità le emozioni in gioco.
La mimetizzazione della macchina da presa è talmente riuscita che fa pensare a quelle scene da fumetto in cui i rapinatori entrano nella casa da razziare, e riescono a ingannare il cane da guardia coprendo con la carne il proprio odore e quello delle loro armi; ecco in questo film la macchina da presa è come se fosse avvolta in una immensa polpetta di carne…, di giocattoli.
L’autenticità che Etre et Avoir ci mostra non è quella ricostruita del cinema, ma quella pura della “realtà”: questo è un documentario, e non una rappresentazione, un film. Ma non è un documentario dal semplice profilo cronistico, un reportage. E’ un’indagine svolta con attenzione e immedesimazione, un viaggio dentro le emozioni dei protagonisti che non sono attori, nel senso che non interpretano un ruolo, ma sono se stessi, mentre giocano (vivono) quel ruolo.
Un viaggio alla prima coniugazione dei verbi, al rapporto magnetico che sempre si istaura fra allievi e maestro, dentro il loro profondo e fertilissimo scambio di umanità.
E, alla fine, per noi (i grandi), è un viaggio a ritroso, a scuola, dove la coscienza si è formata, quando essere e avere erano solo una filastrocca.
Andrea Scaccia

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