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Il Fiore
del Male
Regia:
Claude Chabrol
Interpreti: Nathalie Baye, Benoit Maginel, Suzanne Flon,
Bernard Le Coq, Mélanie Doutey; Thomas Chabrol
Sceneggiatura originale: Caroline Eliacheff, Louise L.
Lambrichs
Adattamento e dialoghi: Claude Chabrol
Direttore della fotografia: Eduardo Serra (AFC-ASC)
Montaggio: Monique Fardoulis
Scenografia: Françoise Benoit-Fresco
Costumi: Mic Cheminal
Musiche originali: Matthieu Chabrol
Distribuzione: Mikado 1h44/Francia/2003
L’ambientazione
di Claude Chabrol è (ancora una volta) quella delle
atmosfere patinate e delle ipocrisie borghesi dove i bei
visi si concedono sempre più spesso ai cattivi giochi.
Ne Il Fiore del Male il soggetto principale è la colpa: la
colpa che cerca il suo protagonista, il tempo che accompagna
questa ricerca.
I cinque
superstiti dell’intricato albero genealogico della
famiglia Charpin-Vasseur riescono a coprire quasi tutti i
possibili rapporti parentali esistenti: sono tra loro,
moglie, marito, cugini, fidanzati, fratellastri, cognato,
figliastro, figliastra, zia, sorella…
All’interno della
famiglia un delitto è stato commesso durante gli anni
torbidi della seconda guerra mondiale, nel periodo della
resa dei conti fra i collaborazionisti con il
nazional-socialismo tedesco e i partigiani. Quel delitto non
ha trovato il suo colpevole, e questa mancanza viaggia come
una minaccia carica di sventura.
Ma gli
Charpin-Vasseur sanno bene come rispondere a quella
minaccia, e cioè nel modo che gli è più consono:
ipocrisia, distanza, ostentata inattaccabilità; tutti
sanno, tutti sospettano, tutti fanno finta di niente, tanto
alla fine l’importante è "fare almeno bella
figura".
Però l’albero è cresciuto con la sua colpa, e i rami
devono ereditare fiori ammalati.
La cosa più interessante è che alla fine, il colpevole non
viene riconosciuto dal tribunale severo della giustizia o
dal rigore della verità: in questo senso la famiglia rimane
inattaccabile, ben difesa nelle sue residenze opulente in
stile liberty, e dalla forza della sua influenza.
No, alla fine, dopo tanti anni, è il colpevole stesso che
si confessa, che corre imbraccio alla sua colpa e mette fine
all’attesa che ha accompagnato i suoi anni: la resa dei
conti, il riconoscimento della colpa, la voglia di far
succedere qualcosa che scardini "il presente
continuo".
Ma nella tradizione e nella famiglia non c’è spazio per
la libertà, per la fame di giustizia o per il riscatto
personale: sarà ancora una volta il peso della famiglia a
decidere...
La cosa che
riesce meglio a Chabrol è la coerenza, la precisione e la
compostezza dello stile col quale racconta la sua storia.
Tutto è così preciso, scolpito, lento, immutabile. C’è
tra i personaggi, il loro ambiente e le circostanze in cui
si trovano, una assoluta sintonia e omogeneità: non una
sbavatura, un’impennata (in questo senso è esemplare la
scena del giardino d’inverno, dove anche le persone, gli
Charpin-Vasseur, sembrano piante, monili, vasellame…).
E molto riuscita è anche la creazione delle due
"false" piste che intersecano la vicenda
principale: il volantino ingiurioso che attacca la famiglia,
e la candidatura alle elezioni di Anne.
Nessuno ci dirà mai chi è realmente l’autore del
libello, ma questo non importa, la cosa importante è che
tutti i membri della famiglia considerano Gérard il
plausibile responsabile.
Stessa cosa per la candidatura a sindaco di Anne: nessuno
dubita della sua vittoria, ma la suspance serve da specchio
vibrante per riflettere le fobie e l’insicurezza di Anne.
In questa suspance, nelle "false" tracce che ti
depistano dalla vicenda principale per poi
"colpirti" con il risvolto finale, c’è senza
dubbio la miglior lezione di Hitchcock…
Invece alla
fine del film rimani legato da un interrogativo: se l’assoluta
precisione e compostezza di Chabrol gli abbia in verità
impedito di guadagnare un punto di vista originale, autonomo
rispetto alla storia che racconta. Vi è, tra lo stile e il
contenuto, una assoluta coincidenza e sovrapponibilità che
ti impedisce di distinguerli, di "sentire" l’occhio
e gustare l’oggetto. Ma questa, forse, è anche la sua
forza.
Il rigore della proporzione o il movimento della
sproporzione?
A voi la scelta, e il gusto.
Andrea
Scaccia
Due
dinastie francesi alto borghesi, i Vasseur e gli
Charpin, sono accomunate dalla simmetria del destino:
rimasti entrambi vedovi, Anne e Gérard si risposano,
ricomponendo un’unica famiglia con i figli Michèle e
François. Vivono in una splendida villa in una città di
provincia: lui dirige con successo una farmacia con
laboratorio annesso, lei si dedica alla carriera politica.
Il figlio François è appena tornato dall’America dove
ha studiato, Anne va ancora all’università. Ad
accudirli amorevolmente ci pensa l’anziana zia Line (una
strepitosa Suzanne Flonne).
Ma
sotto lo specchio immobile dell’acqua, si nascondono
orrori di ogni genere: omicidi, incesto, molestie,
tradimenti plurimi. Risalendo a ritroso nel tempo anche il
collaborazionismo con i nazisti. La verità è rivelata
per gradi, l’effetto di suspance non è dato dall’identificazione
dell’omicida bensì dal fitto intrico delle relazioni
fra i protagonisti che assumono spesso torbide tonalità.
Pur mantenendo una facciata impeccabile: l’unica morale,
se così la si può definire,
è che tutto resti in famiglia, patrimonio compreso.
Ennesimo
ritratto di borghesia in nero, la particolarità del film
risiede tutta nel registro stilistico adottato. L’occhio
del regista - memorabile la carrellata di apertura -
rimane equidistante e imparziale. Del tutto assenti sia il
giudizio etico sia il compiacimento morboso. Non si è mai
impietositi dai personaggi, pur non riuscendo a rimanere
insensibili alle loro vicende. L’ironia, che crea un
potente diaframma emotivo fra lo spettatore e la storia,
è dosata con maestria. Equilibrio e classe, eleganza e
raffinatezza, la mano di un grande regista.
Mariella
Minna
Claude
Chabrol, abile cantore dei misfatti dell'alta borghesia,
continua la sua opera di sottile denuncia cinematografica.
Questa volta, pero', il risultato non suscita particolare
entusiasmo. La storia prevede l'intrecciarsi di due
dinastie familiari che da generazioni non riescono a
evitare ambigui legami. L'aspetto piu' interessante del
lungometraggio e' lo stravolgimento dei generi: si apre
con un cadavere, vira alla commedia sociale e potrebbe
evolversi in un dramma, ma i toni pacati hanno sempre il
sopravvento. Si raccontano delitti, amori passionali,
tradimenti, possibili incesti, ma lo spettatore e' sempre
testimone di una misura in grado di razionalizzare
qualsiasi evento. Il taglio, non certo originale, ben si
adatta alla classe sociale rappresentata, dove le pulsioni
indossano gli abiti stretti del sorriso a spigoli, e il
film scivola leggero nonostante la grevita' dei fatti (piu'
che altro) suggeriti, ma la pacatezza diventa una sorta di
ovatta incapace di racchiudere emozione. Anche la critica
sociale arriva tra le parentesi del gia' visto e gia'
sentito: scheletri nell'armadio, con gli stessi scheletri
e lo stesso armadio di una miriade di film piu' incisivi.
Torna alla mente il riuscito "Gosford Park",
dove il delitto era tutt'altro che centrale e lasciava il
posto a un'efficace analisi sull'inconciliabilita' tra
aristocrazia e servitu'.
Anche nel film di Altman di concreto non accadeva molto,
ma i dettagli, la caratterizzazione dei personaggi e una
strepitosa sceneggiatura riuscivano a pungere. Nel film di
Chabrol, invece, i personaggi sono tutti artificiosamente
anestetizzati e finiscono per essere sovrapponibili. La
recitazione sussurrata diventa un'inevitabile conseguenza,
all'inizio apprezzabile perche' ammantata di ironia, poi
sempre piu' forzata e distante, sia dalla concretezza
degli eventi narrati che dallo spettatore. Tra i momenti
migliori, l'idea di flashback solo sonori e privi di
memoria visiva, qualche sottigliezza di scrittura (non
sapremo mai chi e' l'autore dell'infamante volantino) e la
decisione di chiudere il film un attimo prima della resa
dei conti definitiva, lasciando i personaggi sospesi verso
un destino ormai irrimediabilmente segnato. Quanto alla
confezione, non brilla per ricercatezza e sconta qualche
sciatteria (soprattutto
nell'utilizzo della luce).
Luca Baroncini
E’ tempo di elezioni
comunali in una piccola città di provincia della Francia.
A presentarsi per la sinistra è Anne, una signora di
mezza età sposata con François, padrone di una piccolo
studio farmaceutico. Entrambi sono al loro secondo
matrimonio ed hanno uno un figlio, l’altra una figlia. I
loro precedenti coniugi erano fratelli , nipoti di zia
Line, un’arzilla vecchietta che abita con loro. Una
giorno arriva una lettera che minacciando Anne rinvanga
alcuni episodi del passato della famiglia non molto chiari…
Una casa borghese, una delitto, la provincia; ci sono
tutti gli ingredienti classici dei film di Chabrol.
Il grande cineasta francese anche questa volta torna a
infilare il dito nella piaga della corruzione della
famiglia. Ma in questo caso il suo discorso si apre ad una
intera comunità cittadina e in certo senso ad un intera
nazione. Il fantasma che aleggia nella casa dei
protagonisti è infatti quello del collaborazionismo.
La zia così all’apparenza
gentile e dolce nasconde in realtà un terribile segreto,
un delitto le cui conseguenze nefande ritornano sulla
famiglia stessa. Ad essere presente non è solo lo spazio
temporale dell’oggi, ma anche quello dell’infanzia di
Zia line, che non viene quasi mia visualizzato, ma
riemerge attraverso suoni, ricordi che ci riportano alla
seconda guerra mondiale. Sulla casa dei Charpin -Vasseur ,
aleggia un destino tragico che ricorda molto quello della
tragedia greca. Difatti il primo pensiero va alla trilogia
eschilea, cui la vicenda della famiglia è legata dalla
stessa tragica fatalità e dalla presenza della colpa che
non si riesce ad espiare. A legarci ancora ulteriormente
al mondo greco è il rapporto incestuoso che lega alcuni
dei personaggi. Un mondo cupo e tragico che si oppone alla
solarità del paesaggio, mai così stupendo in Chabrol.
I ricordi del periodo fascista si collegano al presente.
Non a caso la vicenda si ambienta durante le ultime
elezioni e si sa che il fantasma Le Pen ha attraversato a
lungo la Francia, facendo temere una svolta autoritaria.
Chabrol sembra dirci
quindi che il tempo non ha un andamento lineare ma ciclico
e se non si è ancora fatta completamente chiarezza sul
passato, non bisogna indugiare ancora. Le colpe dei padri
ricadono sui figli ed è dubbio se è possibile uscire dal
circolo dato che " Il tempo non esiste, viviamo in un
eterno presente". Rispetto a
Grazie per la cioccolata abbiamo quindi una diversa
struttura temporale e un diverso riferimento culturale:
nel primo caso la linea e il grande dramma settecentesco,
nel secondo il cerchio e la tragedia greca. Racine ed
Eschilo. Due figure antitetiche, ma che il nostro regista
padroneggia con uguale maestria aiutato da interpreti
splendide.
Grandissime difatti tutte le attrici del film, soprattutto
Susanne Flon di wellsiana memoria.
Mauro Madini
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