Ricordati di me: altre recensioni

Ricordati di me narra la vicenda di una famiglia italiana. La storia di Carlo e Giulia coppia di mezz’età che non ricorda più il perché del loro matrimonio. Ambedue hanno abbandonato da tempo i propri sogni. Giulia voleva essere un’attrice, ma ha dato la sua vita alla famiglia, Carlo, uno scrittore, ma ora ha un lavoro che odia. La figlia minore, Valentina, vuole essere famosa ad ogni costo ed è attratta dallo sfavillante mondo della televisione. Paolo, il primogenito, è insicuro e non si trova a proprio agio in questo mondo così vuoto. Fra occasioni perdute, tradimenti, silenzi coperti dalla tv perennemente accesa, assistiamo allo svelarsi del piccolo mondo d’inganni e pensieri nascosti che tengono unita la famiglia…

Con curiosità, impazienza, era atteso il nuovo lungometraggio di Gabriele Muccino, dopo lo straordinario successo colto dall’Ultimo Bacio. Muccino ci riprova e rilancia, alzando la posta. Questa volta la sua pellicola è intergenerazionale. Sembra voler riprendere la vita (20 anni dopo) dei protagonisti dell’ultimo bacio. Le delusioni e le difficoltà della vita in famiglia hanno annullato ogni emozione, ogni sogno degno di esser vissuto. Carlo e Giulia hanno donato la propria vita al lavoro e alla famiglia scordandosi di viverla. Cercano di recuperare il tempo perduto ma ormai appaiono solo patetici. I figli della coppia sono molto diversi fra loro. Valentina è l’emblema della generazione dell’apparenza. Le letterine, le veline televisive, sono i modelli da emulare. L’unica preoccupazione sembra essere quella di non seguire il fallimento apatico dei propri genitori.
Il sogno generato dal luccicante mondo della televisione, con la strada in discesa verso il successo riconosciuto dagli altri, giustifica ogni sacrificio. Ogni bassezza è lecita, la prostituzione morale e fisica sembra essere la tassa giusta, necessaria. Paolo, certamente il più sensibile, vuole raggiungere la maturità, contando qualcosa per gli amici, per la famiglia, per la ragazza che ama. Vuole dimostrare di esistere, raggiungere al più presto il mondo degli adulti senza assomigliare a nessun modello.
Ognuno ha un bisogno disperato di valere di più per gli altri e per se stesso.
Muccino non solo allarga l’orizzonte generazionale, ma espande anche la trattazione sociologica e sociale. Il mondo fatuo, superficiale, ultra competitivo della televisione, che ha invaso le nostre case, è lo specchio della società contemporanea. Una società che banalizza i sogni, i desideri, lasciando spazio ad un’immoralità preoccupante. Anche la politica sfiora la sinossi del lungometraggio, con pesanti riferimenti alle nuove forze partitiche dell’attualità, figlie dello stesso contesto ‘culturale’. Ricordati di me è un grosso passo in avanti del regista. Personalmente non ho apprezzato l’ultimo bacio, davvero troppo ruffiano, superficiale, schematico, ma attendevo con curiosità la nuova pellicola perché sicuramente il talento registico era evidente. In ricordati di me si possono rintracciare numerosi difetti. Un’insistenza eccessiva nella storia di Valentina, nella sua scalata al mondo televisivo. Una stonatura nel personaggio di Paolo. Il regista in un ritratto generale così cinico e crudele, sfuoca e stereotipa l’unica figura positiva, rendendola davvero banale. I dialoghi, figli della quotidianità, sono troppo spesso esemplificativi, inutilmente rafforzativi e abusano della voce off (American beauty?). Ho sentito storcere il naso a più di un critico per la superficialità contenutistica, per la moralizzante e incoerente filosofia alle spalle del progetto, per il taglio psicologico, da salotto televisivo, dei protagonisti. Sicuramente sono critiche giuste, ma non tengono nella dovuta considerazione due fatti importanti: l’abilità espressiva dimostrata nel linguaggio per immagini e le difficoltà intrinseche nel raccontare l’attualità. La maturità registica di Muccino è evidente. Il suo linguaggio cinematografico è davvero sciolto e consapevole. Usa abbondantemente la steadycam. il montaggio parallelo e i piani sequenza. Padroneggia perfettamente questi mezzi espressivi, sviluppa nella pellicola un ritmo nervoso, sconnesso, frenetico, ansiogeno, abilmente instabile. La camera a mano è usata con cognizione di causa. Un altro punto importante a favore del film è la presa di petto dell’attualità. Il cinema di Muccino è figlio di questi tempi superficiali e vuoti ma sembra essere, nel medesimo tempo, il perfetto specchio deformante di questa realtà. E’ un cinema troppo vicino al presente, spesso confonde chi lo guarda. Racconta banalmente il banale dell’attuale, ma forse proprio così lo descrive al meglio. Appare come un figlio degenere del tubo catodico, usa le stesse armi (proverbiali le apparizioni televisive, da spot, del regista) con intenti opposti. La parte più snob, intellettuale, della critica cinematografica italiana ha bollato Muccino per sempre. Io penso che la sua ruffianeria contagiosa, la capacità di comunicare indistintamente ad ogni target di pubblico, la crescente presa di coscienza della propria abilità formale, unita all’abilità di marketing della produzione (il solito Procacci), è la migliore credenziale per la credibilità, industriale, del cinema italiano del presente. Aspettiamo con impazienza il prossimo lungometraggio.
Paolo Bronzetti

Ricordati di Me – di G. Muccino

Dopo i milioni accumulati con lo straordinario successo dell’Ultimo Bacio, Muccino ritorna sugli schermi in pompa magna con questo "Ricordati di Me", sorretto da una campagna pubblicitaria assai prepotente e da dibattiti scatenati ad hoc a proposito dello "scottante" problema della presunta immoralità di succinte e arriviste veline, nuove icone del porno-soft. Il film del giovane regista si propone di rappresentare la crisi di una famiglia romana tipo, spaccata da problematiche di cui si intuisce la natura sociologica, costruendo un classico itinerario narrativo ad anello che va dall’iniziale situazione di quiete apparente alla quiete apparentemente ristabilita del finale, passando per la parossistica turbolenza centrale. Su questo impianto narrativo Muccino innesta il suo rigurgito moralista contro i falsi simulacri televisivi e la superficialità della nostra società frenetica e mediatica, pasticciando alquanto, divertendo meno, e dando l’impressione di cadere proprio nell’atteggiamento che si sforza di mettere alla gogna: la superficialità. Innanzi tutto la frettolosa e un po’ sgrammaticata messinscena delle turbe famigliari dei quattro protagonisti manca di solide motivazioni: perché realmente, secondo il nostro autore, scoppia la bufera?Perché la crisi? Apparentemente, durante il film, nessuna risposta e, ahinoi, nessuna domanda, solo dati di fatto. Accanto a ciò ecco la questione su cui Muccino è più sarcastico, quello delle veline, delle vallette e delle showgirl che sculettano nei palinsesti televisivi, di cui vediamo un ritratto tanto spietato quanto superficiale. Perché, ci si chiede infatti, prende corpo, nasce e si radica nella mente di tante giovinette di cui la Romanoff sarebbe il campione questa singolare ambizione? La risposta è totalmente assente, perché anche in questo caso è prima ancora assente la domanda. Nessuna ipotesi sociologica, anche elementare, prende corpo, nessuna spiegazione. E questo vale anche per le altre storie di cui sono protagonisti gli altri membri della famiglia, inserite nel quadro della parcellizzazione del nucleo famigliare, senza profondità, senza intensità, senza domande e senza risposte. Sembrano confezionate per piacere proprio a quel pubblico televisivo un po’ più indulgente e in grado di accontentarsi che Muccino sembra indirettamente voler colpire. Questa superficialità di fondo trasmette, come detto, una sensazione di frettolosità nel racconto, di cui risente inevitabilmente pure la recitazione, complessivamente discontinua e disomogenea anche in attori di grande spessore, come Bentivoglio e la Morante, a volte inspiegabilmente urlanti, a volte incomprensibilmente biascicanti, complessivamente poco amabili. Gli altri fanno da contorno mediocre, dalla Bellucci, che si vede ulteriormente penalizzata (oltre quindi all’handicap di doti da attrice non proprio esaltanti) da un personaggio intermittente, tralasciato, che improvvisamente scompare dalla narrazione, non solo fisicamente ma, cosa assai più grave, come presenza funzionale. In una parte minore appare Pietro Taricone, il muscoloso energumeno della prima edizione del Grande Fratello, salito alla ribalta proprio grazie ad uno show televisivo da puri esibizionisti. Tutto ciò potrebbe essere fortemente ironico, oppure assai incoerente. Inoltre anche il personaggio di Taricone sparisce improvvisamente senza lasciare traccia, e lasciandoci con grossi interrogativi sulla sua funzione narrativa. Altro personaggio incompiuto è il giovane Paolo interpretato da Silvio Muccino, fratello del regista, che non riesce ad essere un efficace e realistico ritratto giovanile, imbrigliato in un eccesso di tematiche abbozzate e mai messe a fuoco. A questi limiti strutturali aggiungiamo, nella nostra personale lettura, altre "spiacevolezze" stilistiche, come la fastidiosa voce off, che spiega a volte il superfluo e a volte ciò che sarebbe stato meglio evocare, come il mediocre e televisivo inizio, stilisticamente piatto e volte caratterizzato da stacchi di montaggio poco giustificabili e come la prezzemolina camera a mano e i copiosi piani sequenza, abbondanti e spesso incomprensibili, forse abusati, chissà, perché fanno molto "cinema d’autore". In conclusione ci torna alla mente una delle molte interviste rilasciate da Cuccino nell’ultimo periodo e pubblicata da Sette, format settimanale del Corriere della Sera, in cui il Nostro attacca senza pudore il cinema italiano degli ultimi vent’anni e si incorona erede di una tradizione popolare (!!) facente capo a Fellini, Olmi, Bertolucci (!!!!!) … Siamo in una botte di ferro…
Simone Spoladori

RICORDATI DI ME (2003, regia di Gabriele Muccino)

Torna Gabriele Muccino. Torna dopo il successo travolgente de "L'ultimo bacio", film che lo ha lanciato come uno tra i più grandi giovani registi italiani. Torna la famiglia in primo piano, stavolta affrontata nella sua interezza, in uno stato di maturità sia per i genitori che per i figli.
I Ristuccia sono una famiglia che sta perdendo la propria identità, che vuole in tutti i modi cercare un proprio spazio, ritagliarlo all'interno di una società diventata troppo prevedibile. Carlo, il padre, ha un lavoro in cui non si riconosce e un libro che dai tempi del liceo non ha ancora finito. Giulia, la madre, è un'insegnante che per dedicarsi alla famiglia a dovuto rinunciare alla sua passione, il teatro. La loro relazione si trascina stancamente attraverso un percorso che pare prestabilito, fatto di gesti e parole che si ripetono immutati ogni giorno. Intorno a loro si muovono i due figli: Paolo è convinto di non valere molto, si sente un perdente in una mondo che non riesce ancora bene a codificare, e si ritrova perciò disorientato, mediocre e solo. Valentina ha un solo sogno: entrare a far parte di quel mondo che tanto la affascina: la televisione, con tutto ciò che le ruota intorno.
Ognuno dei componenti della famiglia cercherà di uscire da questa opprimente quotidianità. Carlo si lancierà in una difficile relazione con una vecchia fiamma del liceo. Giulia prenderà parte ad uno spettacolo teatrale. Paolo cercherà di fare una festa di compleanno memorabile, in modo da poter conquistare la ragazza di cui si è invaghito. Valentina tirerà fuori le unghie per diventare una "letterina", nella nuova edizione di "Alì Baba", celebre programma televisivo.
"Ricordati di me" è un film forte, estremo. Muccino analizza le aspirazioni e le frustrazioni quotidiane, in una famiglia che incarna tutti i difetti tipici delle rispettive categorie di figli e genitori. L'ipocrisia e la falsità del mondo in cui viviamo diventano emblematicamente evidenti nelle vicende di Valentina, presa nella sua scalata verso il mondo dello spettacolo. Vie di fuga si intravedono molto poco durante il film, e anche il finale, tipicamente "alla Muccino", sembra ricordare che per quanto gli eventi cerchino di cambiarci, noi siamo sempre gli stessi. Il pessimismo tipico del regista si estende quindi a macchia d'olio per tutta la pellicola, e l'ironia che permeava i primi lavori di Muccino ("Ecco fatto", "Come te nessuno mai"), fatica sempre di più a trovare spazio tra il cinismo e la cattiveria di un mondo senza uscite.
Il film è intenso, coinvolgente. I tocchi di classe del regista, che si muove ormai con disinvoltura ed esperienza, e la straordinaria prova dei protagonisti, fanno di "Ricordati di me" un piccolo gioiello. Il cast, magistralmente diretto, funziona alla grande. La Morante si riconferma un'attrice completa e bravissima. Fabrizio Bentivoglio sembra essere "diventato" Carlo Ristuccia, tanto convincente è stata la sua recitazione. Silvio Muccino è molto maturato dai tempi di "Come te nessuno mai", e il ruolo che gli è stato ritagliato addosso dal fratello gli calza alla grande. L'esordiente Nicoletta Romanoff è addirittura sospettosamente brava nell'impersonare la diciottenne pronta a tutto pur di diventare famosa. Infine vedere recitare in maniera convincente Monica Bellucci e Pietro Taricone non può che essere un avvertimento del fatto che Gabriele Muccino è in effetti una grande speranza del futuro del cinema italiano. Siamo in buone mani.
Andrea Basti