Primo
Amore
di
Matteo Garrone
Anno: 2003 Nazione: Italia
Distribuzione: Fandango Durata: 100' Data uscita in Italia: 13 febbraio 2004
Genere: drammatico
Regia: Matteo Garrone Sceneggiatura: Vitaliano Trevisan, Massimo Gaudioso Matteo Garrone Fotografia: Marco Onorato Musiche: Banda Osiris Montaggio: Marco Spoletini Interpreti:Sonia: Michela Cescon; Vittorio: Vitaliano Trevisan
“Primo amore” non è un film facile da
metabolizzare. E sarebbe un errore farsi ingannare dal
titolo, ispirato ad un verso di Beckett: di amore non ce
n’è molto. Non quello che siamo abituati a vedere sullo
schermo, almeno: forse, c’è l’altra faccia
dell’amore, quella dell’ossessione, del possesso,
dell’annichilimento di sé, della solitudine.
Vittorio - un personaggio antipatico come pochi,
interpretato dallo scrittore Vitaliano Trevisan - è alla
ricerca di una donna, o, come dice lui, di un corpo e di una
testa, nell’ordine. Trova invece in Sonia prima la testa,
e poi il corpo. Approssimativamente tra i 55 e i 57 kg.
Troppi. Il film racconta la loro storia, il loro incontro e
poi la loro difficile convivenza. Vittorio vuole modellare a
suo piacimento il corpo della compagna: la sua è una vera e
propria ossessione. Solo quando avrà perso almeno 10 kg
potranno cominciare a vivere. Come un fiore senz’acqua,
pian piano la ragazza appassisce. La bilancia segna
un’inesorabile perdita di peso. L’unica traccia
d’amore forse è proprio lo slancio di Sonia: annienta se
stessa e i propri bisogni elementari
per fare spazio ai
desideri di quell’uomo che a malapena conosce, si
autoinfligge pranzi e cene a base di carotine e insalata per
realizzare i sogni (le manie) di Vittorio. E renderlo un
po’ meno triste.
Ma può una relazione basarsi sull’annientamento di sé,
sulla prepotenza, sul sogno di perfezione, di un corpo che
rispecchi un ideale?
La risposta sta nel finale, inevitabile. E indecifrabile:
happy end o tragedia? Dipende solo e soltanto dal punto di
vista.
“Primo amore” è un film sulla perdita, senza fronzoli e
senza pretese di spettacolarità.
Lasciarsi tutto alle spalle, perdere ogni contatto con il
passato. E quando sembra non sia rimasto più niente,
continuare a scavare, togliere lo strato di catrame che
riveste la superficie delle cose, e bruciare tutto nel
fuoco. Quello che resta è la cosa più importante.
E’ un po’ attorno a questa filosofia che ruota questo
secondo film del giovane regista romano Matteo Garrone, già
autore dell’applaudito “L’imbalsamatore”.
Il ritmo è pacato, la storia fa frullare in testa pensieri
strani e disturbanti sulla violenza di cui si può nutrire
l’amore. La voce off del protagonista strascica le parole,
infastidisce. L’accento veneto non corretto immerge i
personaggi in un ambiente reale. Insomma, non è solo il
corpo della protagonista - interpretata da Michela Cescon,
che durante le riprese è dimagrita davvero - a venire
spogliato, ma la stessa idea di cinema viene messa a nudo:
niente più vestiti sgargianti, niente pettinature raffinate
o gioielli ad impreziosire il film.
Cosa resta allora? Restano le ossa, resta lo scheletro
portante, resta il potere e la forza della pura immagine,
l’essenza del cinema. L’inquadratura è sempre
ricercata, ma la macchina da presa alla fine viene sempre
calamitata sui corpi di Sonia e Vittorio. A volte l’occhio
si avvicina così tanto alla loro pelle da sfocare. Sono
dettagli che non consentono una visione d’insieme del
corpo, e che quindi, in un certo senso, nascondono.
In un’epoca sempre più tecnologica e virtuale, farcita di
effetti speciali e organismi cibernetici, “Primo amore”
è un film che cerca di bruciare tutto il superfluo e di
recuperare l’essenziale: l’immagine e il corpo.
Operazione interessante, ma per ogni scelta c’è un prezzo
da pagare. E “Primo amore” paga il suo intellettualismo
perdendo un altro ingrediente fondamentale del cinema: la
spontaneità dell’emozione.
Stefano
Borgo
Al suo quinto film Matteo Garrone raffina
lo stile, gia' molto personale ne
"L'imbalsamatore" ma vincolato a una narrazione
disequilibrata, e mette in scena il gioco di potere alla
base dei rapporti affettivi. Come spesso succede al cinema,
sono gli estremi ad attirare le storie, e infatti i due
protagonisti vivono all'ennesima potenza cio' che qualsiasi
coppia ha modo di sperimentare senza per forza sforare nel
patologico. Capita di frequente, infatti, che uno dei due, o
anche entrambi in ambiti diversi, eserciti sull'altro un
potere che fa leva, il piu' delle volte involontariamente,
su un senso di inadeguatezza. Nel film Sonia ha venticinque
anni, e' simpatica ed espansiva, lavora in un negozio
equo-solidale di giorno e alla sera presta il suo corpo agli
sguardi discreti degli studenti dell'Accademia. Si sente
magra, ma per l'orafo Vittorio non lo e' abbastanza. E'
davvero ben condotto e comunicativo il loro primo incontro
alla stazione degli autobus di una cupa eppure luminosa
Vicenza, fatto di silenzi, imbarazzi e delusioni. Non
sappiamo come sono entrati in contatto, ma capiamo che basta
una frase, un rifiuto, per legarli indissolubilmente e in
modo tutt'altro che bilanciato. L'insoddisfazione di
Vittorio verso il fisico troppo in carne di Sonia trova
infatti un varco inatteso, come se la ragazza potesse
finalmente dare sfogo a un senso di frustrazione covato a
lungo, in cui atavici sensi di colpa si fondono con una
profonda e autodistruttiva disistima verso se stessa. Quello
che inizia come un rapporto solo un po' particolare si
evolve cosi' in una vera e propria caduta agli inferi.
Dimagrire diventa un'ossessione e l'obiettivo dei quaranta
chili un miraggio in grado di riportare il corpo alla sua
essenzialita', condizione imprescindibile per Vittorio, che
trasferisce negli affetti cio' che ha imparato dal padre e
subìto nel suo lavoro di orafo fin dall'infanzia:
l'eliminazione del superfluo per arrivare a cio' che e'
davvero prezioso, per cui vale veramente la pena, la sublime
purezza. L'emotivita' dei personaggi e' resa perfettamente
dalla regia di Garrone, attento a sfruttare la naturalezza
dei due credibili interpreti. L'attrice teatrale Michela
Cescon si annulla nella progressiva scarnificazione di
Sonia, a cui cede con sconvolgente aderenza fisica. Lo
scrittore Vitaliano Trevisan (anche co-sceneggiatore) non
esaspera la nevrosi di Vittorio, ma ne vive il disagio
attraverso l'agghiacciante immobilita' dello sguardo; un
disagio che trova nello straniante effetto della cadenza
veneta una efficace cassa di risonanza. La regia, coadiuvata
dall'intenso commento sonoro della Banda Osiris, cura molto
la composizione delle immagini, che si distinguono per
bellezza ed armonia, rischia il gratuito vezzo d'autore (la
corsa di Sonia tra gli alberi in cui l'occhio della macchina
da presa diventa invadente) e raggiunge l'apice dell'espressivita'
nella sequenza della gita in barca. I primissimi piani
sfocati dei due protagonisti sono infatti una perfetta
sintesi della distanza che li separa dal resto del mondo.
Inevitabile, e forse proprio per questo da evitare, la
tragedia finale.
Luca Baroncini (da
www.spietati.it)
Una
storia d’amore e di malattia esemplare e tragica,
attraverso la quale suggerire variegate interpretazioni
degli ambivalenti benefici (e malefici) del sentimento
amoroso. Il nuovo film di Matteo
Garrone vive annegato nella solitudine e nella dicotomia
corpo-mente che
guida i desideri del protagonista Vittorio, perennemente
attratto da giovani anoressiche ma che improvvisamente trova
un tesoro nella testa di una donna che magra non è, o
almeno non quanto lui vorrebbe. Solitudine poi è la cifra
stilistica predominante, i due protagonisti si incontrano,
pare esserci dato di capire, da un inserzione, sintomo
dell’estrema difficoltà di costruire rapporti
interpersonali nella società contemporanea. E le vite dei
due appaiono sintomatiche di ciò, lei posa nuda per
aspiranti pittori, suo compito è restare muta ed immobile,
Vittorio ha una bottega artigiana ma non ha alcun rapporto
con i suoi collaboratori, e beffardamente l’unico dialogo
presente nel film è quello nel quale questi gli comunicano
le loro dimissioni. Garrone illustra le vicende con uno stile
elegante e ricercato, ci mostra i dettagli del corpo di lei,
ci costringe a vivere i loro silenzi, le loro
incomprensioni, metaforizza lo stile come nella splendida
sequenza del gioco a nascondino tra gli alberi (labirinto di
passioni e di ambiguità), ci meraviglia immergendoci nei
meravigliosi scenari naturali della collina veneta, per
giungere a soluzioni estreme come la liquida sequenza della
fusione dell’oro. Ha un grande talento visivo e lo sa, il
suo modello è il cinema d’autore europeo, in particolare
italiano e francese, non relegandosi alla venerazione dei
tempi che furono bensì adottando la visione di alcuni
registi d’oltralpe che lo attualizza all’immaginario
contemporaneo; visivamente l’affinità maggiore mi pare
quella con Assayas
(Irma Vep, L’eau froide).
Eppure il film alla distanza appare fiacco, latita di
emozioni, quando invece le vicende ne richiedono
un’utilizzo generoso: il sacrificio dell’amante, che
dimagrisce contro la sua volontà solo per far piacere al
suo uomo, appare poco comprensibile allo spettatore, che non
riesce a condividerlo e ad appassionarsi ad esso. E questo
perché Garrone
“vuole” fare l’autore e costruisce una storia sofferta
sì ma fredda, poco originale, che sa di studiato a
tavolino, un teorema programmatico per accreditare la
propria opera come rigorosa e senza cedimenti al pubblico,
insomma gode della propria elitarietà. Dispiace che uno
stile così ricco di soluzioni sempre diverse ed originali
debba dar voce ad una storia, consentitemelo, povera di
eventi, che infine la fanno risultare noiosa. Certo in
passato c’era chi riusciva a realizzare capolavori solo
“di regia” abbozzando solamente il narrato per dar
libero corso all’immaginazione dello spettatore, mi
riferisco in particolare ad Antonioni.
Ma il maestro ferrarese non lo mise certo in atto al primo
film, lo stile venne a maturazione col tempo e la presa di
coscienza delle proprie potenzialità artistiche. Viene da
suggerire a Garrone
di ripartire dall’Imbalsamatore,
scrivere una storia più emozionante ed articolata ed in
futuro, con un po’ di esperienza in più, potrebbe
regalare al cinema italiano un capolavoro di cui è da tempo
orfano.
Mauro Tagliabue
E’ passato circa un mese da quella sera in un
cinema estivo all’aperto. Circa un anno dall’uscita di questo film. Un testo
diretto sulla scarnificazione, sull’essenza come realtà fuorviata dalla
miseria delle interpretazioni umane. In breve: un uomo ( Vittorio )che lavora
con il fuoco(un fabbro? Un artigiano? Scopro che è un orafo) incontra una
ragazza serena, solare (Sonia). Si lega a lei come se il loro fosse un amore
primigenio, il primo vero impulso alla vita piena e, forse, al suo esatto
contrario. Parlano una lingua glaciale, le sillabe strette come il loro universo
sempre più esclusivo e irreale. Come quell’ assenza voluta di contatti con
l’esterno, rappresentato da poche figure che gravitano attorno agli affari
dell’uomo e alla vita pubblica e privata della donna. La storia si fa presto
incomprensibile, un coacervo di forze indecifrabili dall’esterno ma incise
nell’immaginazione degli spettatori. Come accade nel procedimento per ottenere
i diamanti dal fuoco, da quella colata lavica di vitalità che Sonia rappresenta
Vittorio vuole trarre artigianalmente il cuore. Un cuore brillante, inscalfibile,
prezioso al punto da rappresentare una droga. Nelle campagne venete quasi mai
rischiarate dal sole l’uomo impone alla sua compagna un digiuno forzato, quasi
totale. Una liberazione violenta e rapida da tutte le “scorie” del corpo,
con una meticolosità morbosa e fissa che scolpisce ad ogni fotogramma il corpo
nervoso dei lei. Le scorie… forse le scorie sono la carne stessa,
l’espressione, da scheletrire, la storia personale inscritta nei muscoli e
sulla pelle di una persona. Una persona che oscilla pericolosamente, grazie alla
vivezza prontamente smorta dell’interprete, tra l’annullamento e l’energia
compulsiva, che blocca le inquadrature feroci davanti ai nostri occhi. La stessa
ferocia che ritroviamo nella scena del ristorante, il cui il calore noto del
cibo, i suoi colori, finiscono nell’avida disperazione della protagonista, e
successivamente in quegli umori acidi in cui è costretta a ridurli.
Questa è una storia autenticamente crudele e realmente morbosa. La forza
veritiera ed affine di ogni fotogramma sconvolge chi scrive: l’ossessione di
una plasticità esclusiva e perfetta, l’ossessione del liberarsi dal superfluo
conducono il protagonista e i suoi occhi infernali in un gorgo automatico,
grigio. L’essenza…un concetto illusorio che si accompagna al suo superfluo,
che ne trae vividezza e forza, qui si riduce nell’asfissia di una religione
pagana e perversa, di un astrattismo insopportabile. Mi affido alla corporeità
di queste immagini che mi scorrono davanti per liberarmi dall’illusione. Per
riacquistare la coscienza che qualcosa di splendente emerge da un flusso di
“sporcizia” necessaria. Anche nei corpi, nei loro angoli e nelle loro
soffuse morbidezze. Anche nel paesaggio sfocato e imperfetto su cui scorrono i
titoli di coda, e le note cicliche della banda Osiris.
Chiara F
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