La Passione di Cristo
(THE PASSION OF THE CHRIST)
di Mel Gibson, con Jim Caviezel, Monica Bellucci, Rosalinda Celentano, Ivano Marescotti, Claudia Gerini, Maia Morgenstern (2004). Durata: 2 ore 15 minuti.

"Fu crocifisso per la nostra salvezza patì sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto. Il terzo giorno è resuscitato secondo le Scritture; è salito al cielo e siede alla destra del Padre."
Il film e' tutto qui. Non una virgola di piu' e non una di meno. Quante volte abbiamo sentito e ripetuto queste parole, quante volte ci sono state spiegate. Eppure la sensazione - forte e comune - che si ha quando si riaccendono le luci della sala e' di sbigottimento. Possibile che si sia inventato tutto? Eppure le parole dette e i fatti rappresentati coincidono... che cos'e' che non torna? Un qualcosa che scuote non solo le emozioni ma anche la mente, che tocca corde capaci di entrare in risonanza tra loro ed amplificarsi con una forza totalizzante. E' la realizzazione di una distrazione tra coscienza, conoscenza e percezione. Mel Gibson, alla sua terza performance da regista, esprime una vivida tecnica narrativa pregna di contaminazioni proprie di altri generi, rendendo la sequenza delle scene mai scontata, persino avvincente, ed estremamente piu' vicina alla nostra sensibilita'
percettiva. In effetti ha visualizzato cio' che tutti noi conosciamo e ce lo ha sbattuto in faccia in tutta la sua crudezza e drammaticita'. Una doverosa licenza ai Testi, del tutto condivisibile vista la natura figurativa del cinema, e' la personalizzazione del Male (sia esso Satana, che e' la debolezza, il rimorso, la solitudine, la paura) in cui l'interpretazione della Celentano, sebbene monotona, mi sembra superi per intensita' sia quella della Bellucci che della Morgensern, le quali risultano, in contrasto con il resto del film, ancora troppo vicine alla loro classica rappresentazione iconografica).
La scelta di mantenere l'aramaico e il latino impongono una attenzione totalizzante, ed esaltano ancora di piu' il realismo dell'opera che riesce a coniugare la propensione al titanismo dello stile narrativo di Mel Gibson (vedi Braveheart) con una fedele ricostruzione storica, o almeno aderente a quanto scritto nella Bibbia. L'esatta antitesi del truculento iper-realismo manieristico dello Spielberg di "Salvate il soldato Ryan".
Di Italiano nel film c'e' davvero tanto, e non solo in termini di cast, produzione e ambientazione (il film e' stato girato in Basilicata). Forse, prima di tutto, percettibile e' l'influenza dell'incontro con Zeffirelli per "The Hamlet", ed un legame con il "Gesu' di Nazareth" credo non possa essere negato; cosiccome la figura di Ponzio Pilato ricalca in maniera simmetrica da un punto di vista introspettivo il nostro "Secondo Ponzio Pilato" (di Luigi Magni, con Nino Manfredi, 1988).
In barba alle pretestuose polemiche che stanno continuando a infuriare negli Stati Uniti, tra comunita' ebraiche, cristiane, repubblicane e democratiche, e quanti altri non resistono a non dire la loro (tra i quali, evidentemente, ci sono anch'io), alle difficolta' di distribuzione incontrate, all'atteggiamento di Hollywood e ai tentativi ripetuti di boicottaggio, abbiamo finalmente un film che non bada al "politically correct" e che non ha paura di mostrare cio' che tutti sanno.
Piu' che probabilmente non vincera' nessun Oscar, quando potrebbe
arrivare il suo turno (avanti, facciamoci del male, ricopriamo d'oro il
rumore di niente di Master&Commander e per consolarci sorbiamoci
quella boiata di "Pirates of the Carribean", candidata a ben 5
nominations... Tolkien ce ne scampi!), ma senz'altro un film con tutti i
crismi per diventare un "vero" classico (non sempre poi i classici sono
i film tecnicamente migliori) da consegnare alla storia del cinema e da tenersi stretto in cineteca.
Memphis, TN (USA)
25 Febbraio 2004
Mattia Bonsignori
Una
premessa è doverosa accostandosi a questo The Passion,
terza fatica registica di Mel Gibson: si tratta solo e
soltanto di un film. Una precisazione non così scontata
come a prima vista potrebbe sembrare, visto lo sconcertante
interesse mediatico e, purtroppo, non solo che questo nuovo
film su Gesù ha suscitato. Una testimonianza emblematica
dell’incredibile potere di penetrazione psicologica di
quest’opera è il sito www.themiraclesofthepassion.com,
dove ci possiamo imbattere in incredibili testimonianze di
vite profondamente cambiate dalla visione di questo film: si
va da chi ha preso i voti, a chi si è semplicemente
convertito, fino ad un pluriomicida che si è costituito ad
anni di distanza dalla fine della sua “carriera”,
consegnandosi all’esterrefatta polizia schiacciato dal
senso di colpa che il film di Gibson gli ha suscitato.
Abbiamo anche i tristi casi di due donne stroncate in sala
dall’emozione suscitata dalla cruda violenza del film. La
precisazione che si tratti solo di un film serve anche per
“censurare” stupefacenti attestati di stima nei
confronti del regista, come quello di Giuliano Ferrara su Il
Foglio, che definisce Gibson “il Quinto
Evangelista”, senza, peraltro, aver ancora visto il film.
Proseguendo con le premesse ma avvicinandosi gradualmente al
film, è buona cosa soffermarsi proprio su Mel Gibson, sia
sul piano artistico, sia su quello personale. Si è detto in
precedenza che il regista australiano vanta solo due
precedenti esperienze registiche, L’Uomo Senza Volto
e Braveheart. Il primo è un commovente racconto che
ha per protagonista un uomo sfigurato, il secondo è la
storia del patriota scozzese William Wallace, un kolossal
storico di cui però, nel nostro discorso, prendiamo, per un
attimo, in considerazione soltanto una sequenza: la brutale
ed efferata tortura del protagonista, un’unità narrativa
di grande violenza e assolutamente slegata dal contesto del
film. Interessante notare come Wallace abbia una pesante
trave di legno legata sulle spalle, in una posizione che
ricorda da vicino quella della Crocifissione. Queste
osservazioni ci consentono di notare come Gibson abbia una
sorta di predisposizione alla rappresentazione di corpi
sfigurati, un interesse, forse, morboso, per la sofferenza
fisica e le ferite della carne.
Sul piano personale, è pertinente ad un discorso sul film
in questione una ricognizione generale sulla visione
religiosa del regista australiano. Gibson, infatti,
appartiene ad un movimento cattolico conservatore che non
riconosce il Concilio Vaticano II, tenutosi tra il 1962 e il
1965 e “aperto” e voluto da Giovani XXIII. I punti
salienti del Concilio rigettati sono “l’apertura”
della testimonianza evangelica ai laici (il che stride con
la volontà di rappresentazione della Passione di Cristo da
parte di un regista “laico”), la riforma della Messa (Gibson
si è fatto costruire nel giardino della propria villa a
Malibù una cappelletta in cui la Messa è rigorosamente
recitata in latino e l’Eucarestia non è facente parte
della Celebrazione), l’apertura verso le altre religioni e
la cancellazione delle responsabilità ebraiche nella morte
di Cristo. Da queste considerazioni, passando all’analisi
del film, possiamo comprendere la provenienza di alcune
scelte stilistiche, narrative, estetiche e
“linguistiche” di Gibson.
Partiamo proprio dalle scelte linguistiche. Come ormai tutti
sanno il film è parlato in aramaico e latino, sottotitolato
nella lingua del paese in cui è distribuito. Questo per una
sorta di realismo maggiore e per aderenza alla celebrazione
classica della Messa. Alcuni studiosi hanno sottolineato
come, con massima probabilità, nelle regioni
periferiche dell’Impero Romano del I secolo d.C., la
lingua parlata, specialmente nelle interazioni fra i popoli
indigeni e i romani conquistatori, fosse il greco. Un greco
assai semplificato, forse, di natura pratica e commerciale,
ma probabilmente lingua più diffusa.
Dal punto di vista narrativo Gibson si è dichiarato assai
fedele ai Vangeli, tuttavia è facile riconoscere alcuni
episodi che non ne fanno assolutamente parte. La maggior
parte di questi non provengono, come è stato scritto, da
Vangeli apocrifi, bensì dalle “visioni” di una mistica
tedesca in odore di beatificazione dal nome di Anne
Catherine Emmerich. I più evidenti fra questi episodi sono
quelli legati alla figura del Diavolo, interpretato da
Rosalinda Celentano, figlia di Adriano, doppiata con voce
maschile.
Sulle scelte stilistiche e di “taglio”, il film ha
suscitato polemiche e reazioni contrastanti principalmente
su due questioni: la violenza di alcune sequenze e
l’antisemitismo che il film sottenderebbe.
A proposito della violenza, il mondo religioso, quello
cattolico in particolare, si è diviso in due, tra chi, da
una parte, difende a spada tratta il film ritenendolo un
fedele e devoto ritratto di ciò che realmente è accaduto a
Gesù, e chi ha trovato eccessivo e insopportabile il
“macello” filmato dal regista. La critica
cinematografica ha, con poche eccezioni, trovato poca logica
nelle scelte del regista australiano. In particolare
colpiscono due sequenze, la flagellazione e la
crocifissione, preceduta dall’ascesa al Calvario. Sulla
flagellazione premettiamo doverosamente che la legislazione
romana prevedeva 39 frustate, cioè quaranta meno una, per i
condannati, mentre quelle di Gibson sono un’ottantina.
Gibson si è giustificato in ciò dicendo che “l’uomo
della sindone è un uomo senza più pelle”. Allora, ci
permettiamo di osservare, l’uomo della sindone ha i
pollici girati verso il palmo della mano, perché i chiodi
gli sono stati conficcati nei polsi e non nei palmi. Perché,
allora, seguire la Sindone in un caso e nell’altro no?
Resta comunque l’enorme perplessità di fronte alla scelta
di filmare un’azione ripetuta così tante volte in tutto
il suo svolgimento, senza ellissi, senza variazioni
temporali. Il risultato è che, superata l’innegabile
shockante emozione iniziale, la scena risulta noiosa. Sulla
crocifissione, si è già detto sopra sui chiodi nelle mani
e non nei polsi. Questo, si badi, non è un errore, perché
spesso i romani usavano questa forma di crocifissione
servendosi di lacci per tenere il condannato sulla croce.
E’ questo il caso del Gesù di Gibson, che però, si è già
detto, non coincide con quello della Sindone. La salita al
Calvario è un’altra sequenza lunga e ripetitiva, in cui,
tra l’altro, Gesù porta l’intera croce e non solo la
trave longitudinale, come vorrebbe la tradizione e che
giustificherebbe la lussazione alla spalla che,
tradizionalmente, costringe il Centurione a lussare il
gomito di Cristo per distendergli il braccio, presente nel
film. Queste imprecisioni storico-evangeliche si sommano ad
altri errori addirittura più grossolani: in un flashback
tutto sommato riuscito, Gesù ricorda il rapporto con Maria,
la madre, in tempi felici. Ricorda una mattina di lavoro nel
costruire un tavolo, e il gioco affettuoso con la madre che
lo invitava a rientrare per il pranzo. Un unico neo: Gesù
non era un falegname, come il padre, ma un carpentiere.
Altra imprecisione: Monica Bellucci è la Maddalena, ma,
deduciamo da un altro flashback, è anche l’adultera, la
donna che Gesù salva dalla lapidazione. Gibson mescola i
due personaggi, non sappiamo se volontariamente. Non
sappiamo come mai, inoltre, sulla croce l’iscrizione
irrisoria posta sopra il capo di Cristo, il “titulus
crucis” non sia scritto anche in greco.
Passando all’antisemitismo, forse sarebbe opportuno
ricollocare la presunta visione antisemitica del film in
un’ottica più generale concernente lo spessore dei
personaggi di The Passion. Con poche eccezioni, che
analizzeremo più avanti, sconcerta l’assoluta piattezza
delle figure tratteggiate dal regista australiano. I
centurioni sono tutti sadici, efferati e pure assai brutti,
i sacerdoti del sinedrio sono malvagi e mancano di
complessità, risultando come incomprensibili giudici di
morte. Ma l’apice è raggiunto con Barabba. Il criminale,
ci viene tramandato, era il leader degli zeloti, una frangia
anti romana degli ebrei. Era un capo politico, quindi,
presumibilmente, un uomo carismatico, di personalità,
tant’è vero che ha sempre acceso la fantasia di scrittori
e intellettuali, originando una letteratura a lui dedicata
incentrata sugli eventi successivi all’incontro con Gesù
che ha come punto più alto il romanzo del 1950 del belga
Par Lagerkvist, da cui è stato poi tratto il bel film con
Anthony Quinn. Gibson ci mostra un Barabba ferino,
bestiale,una specie di uomo-bestia, che salta tra la folla
dopo aver mostrato, trionfante, la lingua ad un centurione.
Chissà se Gibson sa che Bar-Abba vuol dire “Figlio
del Padre” ed era il nomignolo degli orfani di padre. Che
sia questa l’origine delle movenze ferine del ribelle?
Si diceva sopra di personaggi ben riusciti. L’esempio più
importante è quello di Maria, ben interpretata da Maia
Morgentsern, attrice rumena, che ne accentua il lato umano,
di madre sofferente e rassegnata, creando una figura
commovente e delicata. Straordinario, e quindi raro, il
flashback in cui la donna accosta la caduta del figlio sotto
la croce durante l’ascesa al Calvario, ad uno scivolone di
Gesù da bimbo, constatando l’impossibilità di
soccorrerlo come allora. Bellissima anche la scena in cui,
dopo l’orrenda flagellazione, alla Madre, sconvolta, non
resta che asciugare il sangue del di Gesù che ricopre il
pavimento. Positivo anche il personaggio di Giuda, e
soprattutto pregevole è la sequenza del suicidio di Giuda,
il cui delirio intessuto dai sensi di colpa è reso
attraverso la presenza di piccoli, demoniaci bambini che lo
inseguono urlando, a rappresentarne i rimorsi. Per cui,
tornando ad rem nostram, la visione antisemitica ci sembra
una risultante di un appiattimento dei personaggi verso il
basso, salvate queste eccezioni, che porta ad una manichea
visione della storia e del mondo narrato, e che produce uno
strappo profondo tra i “buoni” della storia e i cattivi.
Gli ebrei, naturalmente, sono fra i più cattivi.
Su altri due punti è necessario spezzare una lancia in
favore del film. In primo luogo il film è indubbiamente
suggestivo sul piano visivo. Gibson, infatti, si rifà, per
la costruzione fotografica della propria opera, ben
coadiuvato dal direttore della fotografia Caleb Deschanel,
ad alcune opprimenti raffigurazioni pitoriche medievali del
XIII secolo, riprendendone, soprattutto, le tonalità
livide, la predominanza del beige e il colore cupo del
sangue, e cita alcune opere di natura religiosa del
Caravaggio.
Altra nota positiva per l’assurda ma coraggiosa sequenza
finale del Pianto di Dio. Spirato Gesù, infatti, la
telecamera si alza a volo d’uccello sul Calvario, quasi a
creare un’inquadratura satellitare e si ferma ad osservare
la scena dall’alto; poi una leggera patina deforma
l’immagine, fino a cadere sulla terra sotto forma di
goccia d’acqua. E’ una pazzesca soggettiva di
Dio,impensabile, teologicamente discutibile (perché Dio
dovrebbe piangere proprio al compimento della missione
salvifica di Gesù?), ma emozionante e, finalmente
originale, che risalta in una sterminata sequela di rallenty
scontati e, spesso, fuori luogo, di sequenze assurde da
kolossal (il terremoto finale) o film d’azione, di
flashback che liquidano in pochi secondi momenti che,
sebbene estranei alla Passione di Gesù, ne esplicano il
messaggio e sono alla base del sacrificio Cristiano. E
soprattutto risalta davanti alla deludente sequenza
successiva, la Resurrezione, esaurita in venti secondi e
sbrigativamente, mettendo ancora in primo piano le ferite di
Gesù, le stimmate, quasi a sottolineare, ancora una volta,
che a sofferenza e la morte sono la parte fondamentale del
messaggio.
Un’ultima notazione è resa indispensabile dalla
concomitante uscita al cinema della versione restaurata dal
Centro Sperimentale del Vangelo Secondo Matteo di
Pasolini. Il film di Gibson condivide con quello pasoliniano
l’ambientazione: Matera. Gli esterni di The Passion
sono infatti stati girati nella città della Basilicata, ed
è l’unico legame fra le due opere, nonostante il regista
australiano abbia spesso citato Il Vangelo Secondo Matteo
come un modello. Ci permettiamo di ricordare a Mel un
proverbio che dice: scherza coi fanti, ma lascia stare i
santi. In tutti i sensi.
Simone Spoladori
Il
lungometraggio di Gibson impone a mio modo di vedere una
riflessione: è sufficiente una fotografia incisiva,
scenografie curate ed una galleria di costumi notevoli a
fare un film? “La Passione di Cristo” rievoca le vicende
bibliche che dal Giardino del Getsemani giungono sino alla
Resurrezione, episodi che qualunque occidentale, credente o
meno, conosce alla perfezione sin dalla tenera età. Ed
allora se la storia non narra nulla che non si conosca già,
il regista di turno si trova dinnanzi alla sfida più ardua
che si possa offrire ad un cineasta: narrare attraverso le
immagini (movimenti di macchina, scelte stilistiche, in una
parola la regia) raggiungendo con esse e solo con esse
l’originalità. Ebbene, questa sfida Mel Gibson l’ha
perduta, confermandosi regista mediocre. Lo dico per
sgomberare il campo dall’equivoco che l’attore
australiano debba essere considerato un “autore” in
quanto vincitore della statuetta alla regia per “Braveheart”,
film di un certo pregio, ma che trovava la propria forza
espressiva e visiva nelle ottime sequenze di battaglia,
girate ahimè dal regista della 2ª unità Peter MacDonald,
abituè degli action al quale l’Accademy non si sognerebbe
mai di dare nemmeno una nomination. Temo nella ricaduta in
un nuovo equivoco: quello per il quale il film sia definito
“tecnicamente” valido ancora per motivi altrui, in
questo caso, come già ho detto sopra, il direttore della
fotografia, lo scenografo, il costumista.. Eliminata
l’interessante scelta di evitare le sfarzosità,
preferendogli una messa in scena a tratti minimalista, il
resto dell’immaginario gibsoniano è piatto, monotono, e
scade nel ridicolo per un eccesso di ralenti che appare l’unica cifra stilistica
dell’opera, adottato per ogni caduta di Gesù, ogni
frustata, un vero “calvario” per il cinefilo (magari
memore delle “cattoliche” visioni di Pasolini, Ray,
Jewison…). Numerosi sono poi gli ammiccamenti
holliwoodiani celati tra le righe: Pilato introduce Barabba
quasi fosse un “wrestler” o comunque un divo
massmediatico, Gesù che si rialza eroicamente dopo la prima
serie di fustigate più che il figlio dell’Uomo sembra il
Kurt Russell dei tempi di “Iena”; ed ancora, le cinghie
che volteggiano in aria seguite dal brusco stacco di
montaggio a mostrare gli spruzzi di sangue, un centurione
che lancia a Giuda il sacchetto col compenso del tradimento
come fosse John Wayne, in un susseguirsi di cattivo gusto e
di immagini banali culminante nella ripresa dal basso della
croce degna di un filmaker alle prime armi che al contrario
è stato insignito dell’Oscar, onore del quale non sono
stati degnati personaggi come Scorsese, De Palma, ecc.
Holliwood smarrisce sé stessa, oltre a sequel e remake
(come questo “La Passione”) non riesce più a produrre,
ed il cinema popolare del quale avremmo tanto bisogno si
riduce ad asservire i più bassi istinti del pubblico
medio-televisivo, attratto dal sadico, dal macabro, dalla
violenza insistita.
L’impostazione esclusivamente cinematografica della mia
analisi è volutamente in contrasto con tutti i dibattiti
etico-filosofico-religiosi originati dal film, il quale,
criticato o meno, è stato riconosciuto di buona “fattura
artistica”; ed allora “Il re dei re” (peraltro non
annoverabile tra i capolavori di Ray) sarebbe probabilmente
il film più bello della storia del cinema. Una sola parola
sull’aspetto ideologico: l’elogio del sacrificio per una
giusta causa a suon di carni squartate e fiotti di sangue mi
pare, senza voler apparire un fanatico dell’ateismo,
l’opera di un esaltato (Gibson ha pubblicamente confessato
il piacere da lui provato per l’uccisione e la
flagellazione degli animali!), tanto più pericolosa a
fronte dell’attuale situazione internazionale.
Mauro Tagliabue
Immaginiamo una
favola a tutti nota raccontata da uno zio ubriaco, che
anziche' anelare all'essenza si perde nei dettagli piu'
raccapriccianti, per stupire e sconvolgere. Ecco, il Vangelo
secondo Mel Gibson si puo' riassumere cosi': una versione
horror e grottesca della passione di Cristo. La visione del
regista e' sicuramente originale e molto personale, quindi
coraggiosa e indubbiamente rispettabile, ma questo non fa di
"The Passion" un bel film. Anzi, tutt'altro.
Pompato a dismisura dalla gigantesca macchina del marketing,
sembra il delirio di un integralista religioso che fa del
cattivo gusto il suo mentore espressivo. Tutte gratuite e
finalizzate alla promozione le polemiche e il gran parlare
intorno al film, che trova un motivo per essere visto
unicamente nel tentativo di capire l'entita' del fenomemo.
Ed e' incredibile il riscontro conseguito, con tutta
probabilita' impensabile anche per lo stesso Gibson, perche'
sulla carta (e nei fatti) il progetto appare fallimentare
sotto ogni punto di vista. L'originalita' sta nella scelta
linguistica (aramaico e latino con sottotitoli) e nel
compiacimento attraverso cui nulla ci viene risparmiato del
calvario di Cristo, ma su tutto grava il peso non
indifferente del cattivo gusto e della superficialita'.
Personaggi macchiettistici (un Barabba che pare Bombolo
redivivo; i flagellatori romani, sopra le righe anche per un
docu-fiction sull'uomo di Neanderthal) e scelte di regia
grossolane, fatte di ridondanti ralenty (srotolato il film
durerebbe una mezz'ora), inespressivi e plastici primi piani
che suonano irrimediabilmente falsi, inutili momenti
didascalici (Maria chinata stringe la terra tra le mani
chiuse a pugno per poi alzarsi e aprirle di scatto, roba da
teatrino parrocchiale o telenovela brasiliana), simbolismi
d'accatto (Satana, ma che c'azzecca?), flashback infantili,
virate trash (le visioni allucinogene di Giuda, il corvaccio
che toglie l'occhio al ladrone, il piccolo mostro
ciribiribikodak in braccio a Satana) e un'enfasi retorica a
sottolineare, ce ne fosse bisogno, ogni gesto e battuta di
dialogo. La violenza e' il fulcro della messa in scena e
viene sostanziata di dettagli morbosi, facendo leva sul
voyeur che alberga in ogni spettatore e dando scaltramente
l'idea che all'eccesso di crudelta' corrisponda un maggiore
rigore storico. Come se finalmente qualcuno fosse in grado
di spiegare COME SONO ANDATI "REALMENTE" I FATTI
senza tante censure per addolcirli, quando, invece, per un
cristiano, cio' che importa non e' tanto come Cristo sia
morto, ma il fatto che sia morto per poi risorgere e salvare
l'uomo. Invece la visione personale di Gibson prevede una
diretta proporzionalita' tra i litri di sangue versati e la
possibilita' di redenzione. Solo se soffri come un cane
avrai la vita eterna. Ma la ricerca di verita', ad esempio
attraverso la peculiare scelta linguistica, cozza con
l'impianto retorico della messa in scena e con l'afflato
epico del commento sonoro. Non e', per assurdo,
soffermandoci sul doloroso parto di Maria ancora vergine,
con impressionanti dettagli genitali evidenziati da potenti
stacchi musicali, che potremmo capire il suo non facile
compito e dedurre COME SONO ANDATI "REALMENTE" I
FATTI. Come dire, alcune informazioni hanno valore aggiunto,
altre no e quelle a cui si attacca Gibson rientrano in
quest'ultima categoria. Emotivamente gelido, nonostante gli
affondi di regia, il film manca quindi totalmente di grazia
e spiritualita', riducendo la figura di Cristo a quella di
un supereroe privato dei super-poteri, che, dopo atroci
sofferenze, cade e si rialza come un Terminator qualsiasi.
E' proprio l'umanita' di Cristo che non arriva, prigioniera
di una maschera di sangue che cela una forza fisica
sovrumana (chiunque dopo un paio di vergate come
quelle mostrate, sarebbe dichiarato clinicamente morto), e
non lascia trasparire alcun carisma, nessun messaggio
d'amore. Gli attori si impegnano, ma spesso la loro resa
espressiva e' condizionata dall'inefficacia della messa in
scena. Jim Caviezel ha le phisique du Christ, ma e' poco
piu' di un Muppet. Monica Bellucci continua a darsi da fare
rispetto agli esordi, ma (sempre escludendo la parentesi
mucciniana) continua a non brillare per espressivita'. In
ogni caso non e' tutta colpa sua. Dopo i clamori e lo shock,
ovvi data la delicatezza del tema e le diverse sensibilita'
attraverso cui puo' essere interpretato, sara' il tempo a
dare il giusto metro di valutazione del film. Restera' nella
storia del cinema per gli incassi stratosferici, ma nel
ricordo verra' probabilmente riconsiderato fino a
raggiungere la dimensione che piu' gli si confa': quella di
autentico "scult".
Luca Baroncini (da www.spietati.it)
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