Ferro
3
Una
rete protegge la statua di Venere dai colpi di una pallina da golf.
Una
rete protegge, ma una rete divide e ci allontana da quella statua: proteggerci
da una realtà violenta può voler dire creare una distanza da essa che può
svilupparsi in ascesi interiore o in annullamento totale dall’essere – al
Vuoto che, non dimentichiamo essere un elemento per niente contraddittorio per
la cultura buddista zen in cui è detto Ku = Vuoto = elemento esattamente come
lo sono l’Acqua, la Terra, l’aria e il Fuoco.
Ferro
3, film del regista coreano Kim Ki-duk, è un’opera
coraggiosa che invita a riflettere; un film che dà il valore che si merita alla
comunicazione dell’immagine intesa come portatrice di significati, che è
propria del cinema in quanto tale.
Un
film coraggioso nella totale abolizione di dialogo tra i due protagonisti che
comunicano in maniera ancor più profonda attraverso il linguaggio dei gesti e
dello sguardo.
Un
film che porta lo spettatore a riflettere ma non lo accompagna tenendolo per
mano, bensì lo lascia libero di fare la sua strada: la visione di Ferro 3
esula dal principio di immedesimazione tanto caro alla cultura occidentale e
spinge lo spettatore ad una visione critica e alla costruzione di significati
personali.
I
protagonisti vivono una storia d’amore che li trascina lentamente verso
un’unione estrema fino ad arrivare alla fusione e alla smaterializzazione (lo
zero segnato dalla bilancia sul finale) e che nel linguaggio filmico si
manifesta con l’uso della soggettiva: il materiale si annulla e prende corpo
lo sguardo del personaggio che si identifica con l’occhio della macchina da
presa.
Tae-suk
e Sun-hwa vivono una storia inconsueta, fatta di gesti e azioni silenziose,
discrete, pare vivano nelle “pieghe” della realtà tentando di sfuggire
ad un protagonismo anche quando è la realtà stessa ad aggredirli come
conseguenza dei loro piccoli gesti violenti (vd. la pallina da golf che colpisce
la ragazza in macchina). La realtà che li circonda è
denotata in maniera estremamente pessimistica (o realistica, dipende dai
punti di vista) come intrisa di ossessioni e violenze, una continua lotta per il
raggiungimento di soddisfazioni materiali, di felicità, etc.
Ecco
quindi che l’elemento sonoro verbale si annulla o meglio va ad identificarsi
nella musica, nel pianto, nel grido: ai due protagonisti non servono le parole e
il loro silenzio si fonde con il silenzio degli spettatori in sala creando una
poesia e un’intimità profonda.
Un
cinema, quello di Kim Ki-duk che è un tributo al cinema come messa in scena:
come se fossero ogni volta su di un set diverso i due protagonisti vivono, si
stabiliscono, fotografano; l’uso dello schermo quale finestra per osservare la
realtà, uno schermo che spesso ha superfici trasparenti e riflettenti in cui i
protagonisti seppur materialmente lontani sembrano unirsi nei riflessi dei loro
corpi.
Ed
è anche un cinema vicino all’idea di teatro orientale fatto di gesti, di
movimenti del corpo che cercano un contatto con lo spazio e la materia intorno,
non per fondersi in essa ma per annullarsi in essa e distaccarsene del tutto.
Il
Ferro 3 del titolo ha per il regista una doppia valenza: è la mazza da
golf meno utilizzata che testimonia la solitudine dell’essere umano
abbandonato a se stesso ma è anche l’oggetto con cui si attiva un
cambiamento, l’arma con cui Tae-suk salva Sun-hwa. Forse a significare che dal
silenzio può nascere una tacita rivoluzione?
Graziana
Spagnuolo