Chicago
Regia:
Rob Marshall
Sceneggiatura: Bill Condon
Fotografia: Dion Beebe
Musiche: Danny Elfman
John Kander
Scenografia: Andrew M. Stearn
Costumi: Colleen Atwood
Montaggio: Martin Walsh
Interpreti: Renée Zellweger,
Catherine Zeta-jones,
Richard Gere,
Queen Latifah,
Lucy Liu, John
C. Reilly, Taye
Diggs
Roxie
Hart (Renée
Zellweger) sogna di diventare
ballerina e cantante e di calcare le scene dei più
importanti teatri
della città. Per raggiungere lo scopo,
frequenta un uomo che ha promesso di aiutarla. Quando
lui la delude, però, lei preme il grilletto. Nelle patrie
galere incontra l’amica-rivale Velma Kelly
(Catherine Zeta-Jones),
già star affermata che ha lavato nel sangue una storia di
corna. Sarà l’intervento del brillante e cinico
avvocato Billy Flynn
(Richard Gere)
a fare dei due “incidenti di percorso” un trampolino
verso il successo.
Questo
l’esile intreccio che fa solo da pretesto a
un film basato sulle coreografie e i costumi, le musiche e
i balletti, come per ogni musical che si rispetti. La
particolarità è che le scene ballate e cantate
raccontano i sogni e i desideri dei protagonisti, facendo
da contrappunto a una realtà
squallida e insoddisfacente. Non manca una critica graffiante
ai mondi dello show biz e
della giustizia/giornalismo/politica, in America (e forse
anche in Italia?) quanto mai fittamente intrecciati.
Richard
Gere fa il verso a se stesso
interpretando il ruolo di un avvocato avido e ambizioso
per nulla interessato alle questioni del cuore. Balla e
canta bene, però, e ci regala una coinvolgente scena di tip
tap e un’ironica
interpretazione del “burattinaio” che resteranno
certamente impresse nella memoria dello spettatore. Cinema
di puro intrattenimento, consigliato agli amanti del
genere.
Mariella
Minna
La
stampa e il marketing hanno creato il caso "Moulin
Rouge", definendolo come l'ultimo musical possibile. Un
caleidoscopio di colori unito alla contaminazione di generi
musicali diversi, e in apparenza inaccostabili, in grado di
rompere con la tradizione del passato. Per molti, l'unico
modo per adattarsi alle dita prensili delle giovani
generazioni, abituate a tambureggiare sui tasti del
telecomando per passare senza sosta da un programma
televisivo all'altro e incapaci, a quanto si dice, di
seguire con interesse sequenze prive di almeno uno stacco
ogni cinque sec ndi. In realta' il musical e' patrimonio
genetico del cinema americano e, se "Moulin Rouge"
lo ha in qualche modo reinventato, non si deve andare poi
troppo indietro nel tempo per trovarne uno di successo.
Basta pensare a "Evita", di Alan Parker, che e'
del 1996 e si puo' considerare un esempio riuscito di
narrazione in musica apprezzato anche dal pubblico; segno
quindi tangibile dell'intramontabilita', pur con alti e
bassi, del genere. Con "Chicago" Rob Marshall,
regista teatrale di successo, compie un'operazione che
unisce sfarzo, talento e furbizia e riprende, per fortuna in
stile tutt'altro che "dogma", l'idea alla base di
"Dancer in the dark".
La protagonista, infatti, come la Selma del film di Lars von
Trier, vorrebbe vivere in un musical e tutte le performance
proposte sono frutto della sua fantasia: una sgargiante
interpretazione della realta' in contrapposizione allo
squallore del presente. La grande abilita' del regista e' di
orchestrare con certosina perizia i passaggi tra i vari
livelli della narrazione. In questo senso il montaggio e'
davvero strepitoso per fluidita' e complessita'. Nonostante
le tante invenzioni visive, pero', il film pare arrivare
ormai fuori tempo limite. Non tanto perche' musical, anzi,
ben vengano personaggi che di colpo interrompono la
linearita' del racconto per rifuggire nel canto, quanto per
l'odore di naftalina che si respira.
A partire dall'ambientazione, con i soliti anni del
Proibizionismo rappresentati da locali fumosi ad alta
gradazione alcolica e riempiti da personaggi incapaci
di uscire dallo stereotipo (l'avvocato senza scrupoli, la
Mamy, la gatta morta, la vamp, il marito cornuto); fino alla
sceneggiatura, che segue il piu' classico degli schemi con
l'immancabile processo dalla pubblica risonanza a sciogliere
i fili della vicenda. Inoltre "Chicago" punta su
una satira di costume vecchia come il cucco (l'inflazionato
mix di sesso&potere, aggiornato ai tempi nella fame di
successo delle due protagoniste) e su un cinismo piu'
formale che sostanziale. Anche la musica, quasi
completamente jazz e priva di un motivo trainante, si
dimentica in fretta e lo show ripesca da vecchi armadi
lustrini e paillettes senza troppa ironia. Gli interpreti si
prestano con volonta' e disinvoltura alla non facile prova
del canto e del ballo, anche se Renee Zellweger ripropone il
suo campionario di smorfiette e moine sempre piu'
insopportabili, mentre Catherine Zeta-Jones sfodera, oltre a
un corpo da matrona del tip-tap, una grinta da leonessa.
Richard Gere non sfigura, pur senza brillare, nel ruolo del
cinico avvocato. Tra i vari numeri musicali, a lasciare il
segno e' "Cell Block Tango", in cui le detenute in
attesa di giudizio raccontano come sono finite in carcere e
che sintetizza la grande padronanza del mezzo
cinematografico da parte del regista. In un anno minacciato
dai venti di guerra, dove il cinema sembra dover assolvere
la funzione di distogliere il pubblico dagli accadimenti
reali, "Chicago" potrebbe essere il candidato
ideale per fare incetta di statuette. Come dire, se non puoi
convincerli, confondili!
Luca Baroncini
Come gran
parte dei musical di successo che si sono poi ritagliati un
proprio spazio nel panorama cinematografico, Chicago è
innanzitutto un terremoto che fa tremare le poltrone, scuote
i sensi degli spettatori, li ammaglia e li conquista, a tal
punto che risulta difficile in alcuni momenti trattenere il
corpo dal suo ritmo fluviale. La cosa inaspettata è che
ciò accada con la sensualità del jazz.
La messa in farsa del mondo dello spettacolo è lo spunto
per creare accostamenti di scena montati magistralmente. Il
montaggio segue infatti le modalità del sogno, procedendo
per analogie, ma in alcuni punti si raggiungono vette
altissime dove le parole diventano ritmo, le intenzioni sono
immagini e le atmosfere sono sempre più cerebrali:
esemplare è la scena dell’interrogatorio di Gere alla
Zeta-Jones, alla quale si alterna nel montaggio un balletto
di tip tap eseguito dallo stesso Gere..
Non solo, in armonia col pretesto del musical (il mondo
dello spettacolo, appunto), sul piano fotografico e su
quello sequenziale ritroviamo alla perfezione il dogma
fondamentale dell’enterteinment: apparire per sorprendere.
Colori pieni ed accesi infatti si accostano a scene patinate
anni ’20, le luci sfavillanti delle esibizioni trovano il
loro contro-altare nelle statiche e soffuse illuminazioni
del carcere, mentre meravigliose canzoni jazz creano un
vuoto sonoro quando vengono seguite da scene volutamente
blande e discorsive. Richard Gere sa un po’ di plastica
nelle parti musicali, ma dobbiamo ammettere che come
avvocato rimane sempre molto convincente. C’è infine
qualcosa che, tra cotanto sfarzo, risalta su tutto: un’inaspettata
Catherine Zeta Jones. Pur se più in carne delle altre, si
scatena ruggendo come un leone e disintegra tutti gli altri
balletti (ivi compresi quelli della Zellweger, il duetto
finale è impietoso in questo senso) sminuendoli a semplice
contorno. E poi, in alcuni magici momenti, quando le labbra
le si allargano ad uncino sulle guance in un miracoloso
sorriso insieme malefico e sensuale, la mente sembra volare
indietro nel tempo, a quel grandissimo che è Tim Curry nel
Rocky Horror Picture Show…basterebbe questa reminiscenza
per giustificare l’Oscar da Miglior attrice non
protagonista!
Francesco Rivelli
Non
c'e molto da dire su questo film:
Belle musiche, belle scenografie, bravi gli interpreti,
frizzante a sufficenza per non farsi venire a noia dopo 10
minuti. Come tutti i musical ha i suoi pregi e i suoi
difetti, questi ultimi si possono ricercare nella durata
forse un po' eccessiva dei numeri musicali e una carenza
vistosa di parti "parlate". Per cui, se non amate
il genere, statevene pure a casa, perche' il 95% del film
sono canzoni in lingua originale con i sottotitoli da
leggere nella parte bassa dello schermo.
Assolutamente inutile il paragone che alcuni hanno fatto con
Moulin Rouge, questi due film sono totalmente diversi, pur
trattandosi di due musical. Contapposto all'atipicita'
kitsch del film di Baz Luhrmann, questo ricalca invece i
canoni tipici senza soluzioni visive di particolare rilievo.
Un plauso alla Zellweger, protagonista indiscussa del film,
ok la Zeta-Jones, non male Richard Gere, che gigioneggia un
tantinello, ma a cantare non e' poi cosi' male.
Tutto il resto, e' jazz.
Voto: 7
Wolf
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