Il
cuore altrove
Regia:
Pupi Avati
Sceneggiatura: Pupi Avati
Fotografia: Pasquale Rachini
Interpreti: Neri Marcorè, Vanessa Incontrada, Giancarlo
Giannini, Anna Longhi,Giulio Bosetti, Sandra Milo, Chiara
Sani, Francesco Crivellini, Nino D’Angelo
Amor
ch’al cor gentil ratto s’apprende
Primi
del ‘900. Nello Balocchi, insegnante di letteratura
latina e figlio del sarto del Papa, viene inviato dal
padre a Bologna per cercarsi una compagna.
Il
soggiorno dà i suoi frutti: Nello si innamorerà infatti
di una ragazza bella, ricca, capricciosa…e cieca.

Impossibile
non provare un’istintiva simpatia per il goffo Nello
Balocchi (il bravo Neri Marcorè) che, figlio di un sarto
romano (Giancarlo Giannini) che si fregia di aver vestito
ben tre papi e che scalpita per avere il tanto desiderato
nipote a cui lasciare in eredità la sartoria, si trova
catapultato a Bologna alla ricerca di una moglie. In
realtà è ancora vergine e, dopo un paio di tentativi
andati a male, incontra Angela Gardini, rampolla di una
famiglia alto borghese e che ha di recente perso la vista.
La viziata Angela è ancora innamorata del cinico ex
fidanzato e userà il malcapitato giovane per tentare di
ingelosire quest’ultimo e anche come “bastone” a cui
appoggiarsi nei momenti di maggior sconforto. Ma Nello,
nella sua sconfinata ingenuità e trabordante generosità,
la chiederà addirittura in moglie.
Il
film ha l’indiscutibile merito di rappresentare
fedelmente la provincia italiana, unica e irripetibile,
autentico patrimonio culturale nazionale. Su questa solida
base, si inserisce un tema di malinconica nostalgia per la
giovinezza perduta. È facile intuire sotto le mentite
spoglie di Nello, un Pupi Avati giovane e inesperto,
idealista e puro. E poi, la storia d’amore a senso
unico, che diventa totalizzante perché frutto di un’estrema
idealizzazione. E che rischia di far deragliare il pur
equilibrato protagonista che, a seguito della delusione,
rientra nei ranghi e sceglie di lavorare con il padre. Ma
è proprio nel finale, sottolineato egregiamente dal
commento musicale straordinario di Riz Ortolani che
peraltro arricchisce emotivamente l’intera pellicola,
che Nello trova il suo riscatto. Non è stato solo un
sogno giovanile, era l’Amore con tutte le sue pene e il
suo splendore.
Con questo film, Pupi Avati coglie nel segno. Il film è
ben calibrato e misurato, cambia spesso di registro in
modo da non annoiare, ci racconta della delicatezza e
della dolcezza dell’animo umano, con una vena di
malinconia a cui il regista ci ha da sempre abituato. La
Storia entra solo di sguincio, l’operazione è
squisitamente privata e intimista. Ma questo non è un
difetto, è solo un punto di vista personale sulla
realtà. Insomma è buon cinema e, soprattutto, è cinema
italiano!
Mariella
Minna
"C'era
una volta" continua a raccontare Pupi Avati
ambientando, nella Bologna degli anni Venti, la storia
dell'iniziazione amorosa di un introverso professore di
italiano con una giovane ragazza cieca, capricciosa e
smaliziata. Nonostante una certa grazia di insieme e una
malinconia, che (per fortuna!) non diventa mai nostalgia,
pero', la minestra e' riscaldata e ci si ritrova in uno
sceneggiato televisivo per la prima serata dove tutto e'
prevedibile e piatto, dalla confezione allo spessore del
racconto.
La
sceneggiatura attraversa senza fantasia i luoghi comuni
del melodramma contratto e banalizza il protagonista,
invece ricco di possibili sfumature. Sembra quasi di
sfogliare i capitoli riassuntivi di un libro illustrato,
con immagini che non trasmettono mai l'interiorita' dei
personaggi, limitandosi ad una superficie che copre e
svilisce qualsiasi coinvolgimento. Anche la "bolognesita'",
marchio di fabbrica del regista, e' pura facciata: non
bastano le solite battute con accento cadenzato per
trasmettere lo spirito di una regione e di un'epoca. In
altri film, ad esempio "Storia di ragazzi e
ragazze", Pupi Avati era riuscito a fare entrare lo
spettatore in un'atmosfera d'altri tempi, curando i
dettagli e la caratterizzazione dei personaggi, soprattuto
quelli minori. Ne "Il cuore altrove", invece,
non si esce da un quadretto di banali macchiette che non
diventa mai davvero comunicativo, aggravato da un
doppiaggio mal calibrato che toglie anche quel poco di
naturalezza previsto dalle battute.
Per cio' che
riguarda gli interpreti, Neri Marcore' e' in parte e
presta la sua fisicita' dinoccolata al protagonista con
timida convinzione, mentre Vanessa Incontrada, oltre alla
sua bellezza, regala ben poche sfumature al non facile
personaggio di Angela. Il doppiaggio con dizione perfetta,
poi, probabilmente aiuta la sua resa recitativa ma ne
azzera la spontaneita' e provoca un effetto di straniante
distacco. Quanto agli altri, Nino D'angelo incarna il
"tipo napoletano", ovviamente verace, Giancarlo
Giannini e' il "tipo romano", ovviamente sopra
le righe (ma e' sempre un piacere vederlo recitare) e
Sandra Milo e' il tipo "donnone padano", ma non
evita il disastro nonostante le poche battute. E anche il
film scivola nel tipo "Pupi Avati", ma piu' che
ampliare un punto di vista personale pare trovare nel
riciclo il suo punto di forza.
Luca Baroncini
Che
belli questi due personaggi ritratti da Pupi Avati con
tanta delicatezza.
Che bello guardare Neri Marcoré e specchiarsi di fronte
ad un tale timido d’altri tempi.
Che freschezza questa Angela, una Vanessa Incontrada piena
di vita, ninfa ammaliatrice dal sorriso lucente.
E poi, che sorpresa questo lavoro incipriato di tenerezza,
una favoletta con l’amaro in bocca: Marcoré non è
certo Robert De Niro in quanto a recitazione, ma il ruolo
sembra essergli stato cucito addosso; lo stesso vale per
la Incontrada che, sebbene con un pizzico di recitazione
in più, ci mette tanto istinto.
Ma è una scelta azzeccatissima: due non-attori le cui
personalità ricalcano i rispettivi personaggi, sono una
miniera d’oro di sguardi, sussurri e atteggiamenti
assolutamente naturali.
Pupi Avati ne sa sfruttarne appieno le potenzialità,
anche se il film stenta a mantenersi su livelli decenti
per tutta la prima mezzora. Raccordi tra scene a dir poco
raccapriccianti, dialoghi scritti con i piedi ed un Marcoré
un po’ intimidito, fanno pensare inizialmente ad una
buona idea mal realizzata. Per non parlare del grande
Giancarlo Giannini, in leggera difficoltà nei panni del
papà romanaccio, alle prese con una pronuncia romanesca
un po’ artefatta che lo costringe a lavorare di
mestiere, come solo lui può fare, per dare credibilità.
In realtà il film è un motore diesel: una volta
carburato, Marcoré si cala nella parte, appare la
freschezza della Incontrada e la storia, comincia a
viaggiare su toni lirici sempre più alti (la scena in cui
i due fanno l’amore ne costituisce l’apice assoluto),
ma anche di soffuso umorismo ed un pizzico di cinismo.
Tale diventa il candido Nando, quando sente che sta
crollando il pavimento sotto i piedi del suo amore,
rivelando così un aspetto spiazzante che una trama così
ordinaria non sembrava poter concedere.
Al solito, gli ambienti sono fantastici, curati al minimo
dettaglio e raffinatissimi: Pupi Avati è un maestro in
proposito.
Ma ciò che resta è questo Nando Balocchi, che dopo
un’ora e mezza passata a sussurrare, dando voce sincera
all’anima malinconica del film, si libera in un canto
dalla voce rombante e potente: ce lo porteremo addosso per
un po’, in quella parte di noi stessi timida e
impacciata che tutti abbiamo nei confronti della vita.
Francesco
Rivelli
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