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Darkness
Regia di Jaume Balagueró
con Anna Paquin, Lena Olin, Iain Glen, Giancarlo Giannini,
Fele Martínez, Stephan Enquist
il peggior horror di sempre?

Nel
precedente film di Balagueró, Nameless, una setta di
squilibrati satanisti tentava di produrre su questa Terra
l’essenza del male allo stato puro, incarnato nel corpo di
una bambina. L’idea torna prepotentemente (e
spudoratamente, si direbbe…) in questo nuovo film del
regista spagnolo.
Esseri immondi che strisciano nell’ombra, ectoplasmi
sfaccendati che gironzolano per una lugubre villa, bambini
che entrano in contatto con entità sconosciute,
complicatissimi riti esoterici, figure paterne che Jack
Torrance pare uno scioperato, in confronto: in Darkness c’è
tutto questo e anche di più. Ovvero una tale quantità di
luoghi comuni e cliché dell’immaginario horror da rendere
inutile la stessa caccia alla citazione (esercizio che molti
considerano –con una buona dose di ragione – piuttosto
sterile).
In realtà la forza del film sta proprio nel rielaborare
questi cliché con uno stile che trascende le debolezze
della trama, concentrandosi sulla ricerca del massimo
effetto attraverso le immagini disturbanti, il montaggio
rapido, una notevole fotografia e una ben curata colonna
sonora (rumori e musiche).
E qui, per fortuna, il gioco risulta quantomeno divertente e
la sospensione della credulità richiesta massicciamente
dalle convenzioni del fantastico cinematografico, alla fin
fine, è più digeribile di quanto ci si aspetterebbe. Anche
se il senso di dejà vu ci assale ad ogni snodo della storia
e non mancano vere e proprie cadute di tono, le atmosfere
sospese e angoscianti, insieme a qualche sano brivido,
possono ripagare lo spettatore più smaliziato.
D’altro canto Darkness, nella sua sfacciata
mancanza di originalità, non soffre delle forzature tipiche
dell’ultimo Shaymalan, in cui il pretesto del fantastico
sembra necessariamente doversi far carico di qualche istanza
metafisica, per poi risolversi in una consolatoria
dichiarazione d’ottimismo. Qui l’horror è horror,
sufficientemente negativo e disturbante, con un finale che
non delude, adeguandosi al tono malsano dell’intera
pellicola. E senza nemmeno il fastidioso ingombro
dell’ammiccamento metalinguistico post-scream...
Occhio al produttore: è Brian Yuzna, maestro riconosciuto
dell’horror cinematografico contemporaneo.
Da notare, infine, come il gioco delle citazioni e dei
prestiti sia ormai esteso al territorio più recentemente
conquistato dall’immaginario dell’orrore, cioè quello
dei videogiochi. Come si può non pensare a quel capolavoro
(in assoluto uno delle esperienze horror più terrorizzanti
di sempre) che è Silent Hill, osservando le pareti
viscide di sangue della casa di Darkness?
Sasha Di Donato
Periodicamente le intramontabili case
stregate tornano ad abitare incubi e sale cinematografiche.
Difficile aggiungere nuova linfa a un luogo orrorifico cosi'
ampiamente visitato, ma lo spagnolo Jaume Balaguero' ci
riprova. Il risultato lascia perplessi perche', se da un
lato si riscontra il tentativo di creare un'atmosfera di
attesa e di imbastire una storia dai risvolti inquietanti,
dall'altro la cornice prevale sul quadro, con una regia
prevalentemente sensazionalistica. In questo senso
Balaguero' amplifica i difetti del precedente "Nameless",
confinando i momenti di tensione a effetti sonori e stacchi
di montaggio perlopiu' gratuiti. La sceneggiatura prevede
vari colpi di scena che sortiscono l'effetto di disorientare
e il regista riesce con furbizia ad assecondarli catturando
l'attenzione dello spettatore. La maggior parte degli
eventi, pero', analizzata alla luce della razionalita',
perde gran parte del suo significato.
Cio' di cui si sente maggiormente la
mancanza e' quindi una motivazione nei personaggi in grado
di renderli autonomi dal gioco causa ed effetto attraverso
cui i fatti si succedono. La concatenazione funziona
nell'immediato, ma pare avere unicamente lo scopo di
distrarre lo spettatore dai tanti buchi del racconto. I
personaggi, poi, sono abbozzati senza lesinare sulla
grossolanita'. La madre ha unicamente battute tipo
"Tranquilli va tutto bene!" o "Sono
esausta!", quando la narrazione suggerisce con evidenza
il contrario, il padre abusa delle espressioni di follia del
poco rassicurante Iain Glein, il bambino ha una funzione
mistificatoria della verita' e non si capisce (tra le altre
cose) per quale motivo la giovane protagonista resti
inizialmente immune dal maleficio casalingo. A una prima
parte fin troppo preparatoria, segue la cupa resa dei conti.
Niente mostri inprimo piano o sangue a fiotti, come la
produzione di Brian Yuzna (suo il cult "Society - the
horror") lascierebbe intendere. Balaguero', infatti,
suggerisce anziché mostrare. Ma la scelta, sulla carta
coraggiosa e controcorrente, e' minata da espedienti fini a
se stessi che rivelano presto l'inconsistenza del progetto.
Luca Baroncini
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