Era mio padre

In un bel affresco dell’America anni ’30 colorata da una patina grigio-oro, si sviluppa l’avventura del gangster Michael O’Sullivan e di suo figlio. Storia di un viaggio, storia di una disperata vendetta, ma anche storia del rapporto tra un padre e suo figlio.

Apprezzabili silenzi fioccano in una godibile sceneggiatura che lascia molto spazio alle immagini, mentre un buon Tom Hanks veste gli insoliti panni di un duro vecchio stampo, di poche parole, "onesto" uomo d’onore che non perdona l’offesa, tanto più se questa odora di morte.

Dopo i fastidiosi latrati venduti per "dialetto siciliano" di Aldo, Giovanni e Giacomo, assistere ad un’opera ben calibrata in ogni sua parte, misurata ma non noiosa e soprattutto senza gangster che trascinano le parole con timbro siculo, è una vera e propria goduria per i sensi, soprattutto per le orecchie.

Le musiche accompagnano decorosamente le immagini amalgamandosi bene con un ritmo uniforme che lascia scorrere il film senza appesantimenti o improvvise accelerazioni. Su tutto si avverte la dolce mano della "medietas": niente è sopra le righe e niente è al di sotto; il gusto di narrare non si abbandona a facili e banali dialoghi, l’agire dei personaggi è racchiuso in sequenze fatte di azioni più che di parole, ma queste, quando vengono pronunciate, pesano. Una scrittura che riprende alcuni aspetti utilizzati nel precedente "American Beauty", film certamente più hollywoodiano, dal ritmo più sostenuto e una maggiore integrazione fra musica, immagini e sceneggiatura, ma vicino a Era mio padre nell’utilizzo psicologico delle scene. Il rapporto tra padre e figlio è quasi mai affrontato verbalmente, bensì attraverso ciò che Michael jr. vede fare a suo padre. Sparatorie, omicidi e sangue ribollono con frequenza, ma grazie ai rallenty e alle particolari inquadrature a catturare la nostra attenzione non è la violenza delle scene, ma la psicologia del ragazzo che quelle scene vede. Siamo sulla scia di American Beauty, quindi, trasportata in ambiente noir.

Peccato per la parte finale, che si libera della patina ‘anni 30 per aprirsi a colori vivi e luminosi, sciupata però da un retorico ed evitabile dialogo conclusivo tra padre e figlio, che, se nelle intenzioni del regista doveva firmare il significato del film, non fa altro invece che calpestare i piedi ad una scena eloquente di per se stessa. Piccola macchia che non fa certo ombra ad un ottimo lavoro.

Francesco Rivelli