Gangs of New York
di Martin Scorsese

Un caotico mezzo capolavoro 
Un grande Daniel Day Lewis
Il teatro, il mito, le radici di una nazione

Raffaella Ponzo racconta il set di Scorsese

"Storia d'amore e de cortelli"

3 anni di preparazione invece che 1 significano sempre qualcosa...di solito che il film non è quel che hai pensato...questo è uno dei casi più
eclatanti.

Filmone per eccezione, grandi scenografie e migliaia di comparse, molto movimento e buon ritmo, molti carrelli e panoramiche, costumi grandiosi, ricostruzione storica un po' disneyana...
Sullo sfondo storico, molto sfondo del periodo della nascita di New York, si affrontano le due gang dominanti, un cattivo (Lewis) uccide il buono, il buono ha un figlio piccolo (Di Caprio) che medita vendetta. Il bambino cresce ed in una rinnovata New York in cui sbarcano orde di Irlandesi alla ricerca di un posto in cui vivere, in cui il potere politico manipola tutto e corrompe qualsiasi cosa, in cui il caos è volutamente reso tale, il bimbo cresciuto, diciamo "bimbone" conosce il "macellaio" il cattivo che ha ucciso il padre che non sa' nulla della sua provenienza. Si affeziona al ragazzotto (un po' come accade nell'"Isola del tesoro" di Stevenson) ma il ragazzotto -che medita vendetta- viene tradito dal suo migliore amico per via di una donna ( Cameron Diaz)... da quì il seguito immaginabile..
Non ci è interessato questo filmone, che ci è parso "pompato" e ammiccante soprattutto nella scena dei disordini civili a New York, messi forse per dare una vena politica al film e "spiazzare" con questo "baroccamento" la povertà della storia e dell'interpretazione.
Ugualmente l'uso del "cattolicesimo" mi è parso "strumentale" e abbastanza integralista.
Scorsese è un ottimo regista, ma i 90 milioni di dollari spesi mi sono parsi "sprecati" per una storia "de cortelli" , super "americana" con la celebrazione finale della New York che si trasforma nell'odierna megalopoli con le torri  gemelle che si stagliano nel cielo. Le torri gemelle non esistono più, Scorsese ha "dimenticato" che tutto cambia, nel bene e nel male e nulla è indistruttibile. Nemmeno L' AMERICA
Nicola Guarino

Amsterdam, bambino irlandese, assiste allo scontro fra le gangs dei conigli morti (irlandese) e quella dei nativi. Suo padre, il prete, guida la prima e viene ucciso in battaglia da Bill il Macellaio (leader della seconda). Amsterdam rimasto orfano viene rinchiuso in un riformatorio.Lo ritroviamo, sedici anni dopo, a fianco di Bill.
Con destrezza diventa il suo braccio destro, gli salva la vita, ma non dimentica il suo scopo: la vendetta.
Non è facile riassumere in poche parole un film sognato da una vita dal maggiore regista americano vivente: Martin Scorsese.
Fin dagli anni settanta, subito dopo la lettura del libro di Herbert Asbury, sulla vita criminale nel quartiere dei Five points nella New York di metà ottocento, il regista ha coltivato il sogno di portare sullo schermo, attraverso un Kolossal epico, la storia della nascita della città che ama, New York. Assieme ad essa, la storia della nascita di un popolo (quello americano) e il racconto di una delle pagine più buie, la guerra civile e i riots (i quattro giorni di scontri a New York contro la chiamata alle armi, i più violenti della storia Americana).
Con un budget di 100 milioni di dollari, dopo estenuanti litigi con il produttore, Scorsese ha coronato il suo sogno, realizzando probabilmente l' ultimo Kolossal in " cartapesta"del cinema, l' ultimo baluardo analogico e materico in un' età figlia del digitale. E' ovvio che la stupefacente ricostruzione della New York dell' epoca, operata da Dante Feretti, è indispensabile fondale di un film fatto di corpi, sangue, sudore e polvere.
Il sottosuolo della città brulica di una babele di popoli e di lingue, che si combattono con una violenza barbarica e primitiva per ottenere lo spazio vitale e il diritto di cittadinanza. Nei gironi infernali, dentro il ventre della città vivono prostitute senza denti, assassini, mendicanti, marinai beoni. In u  vaso davanti al bancone di un bar si gettano orecchie e nasi, orrendi trofei strappati ai nemici. La vita si svolge nelle bettole e nei bordelli, sulle strade polverose, e nelle caverne sotterranee dove gli uomini si spartiscono bottini frutto di razzie e violenze. Questo è il medioevo della New York del 1863.  Le gangs sono vere e proprie tribù metropolitane, si rifanno ad antichi valori che li accomunano (la religione, la lingua, il colore della pelle), attraverso la violenza brutale affermano la propria esistenza.

Nella stupefacente scena iniziale, assistiamo alla chiamata alle armi e alla successiva lotta, combattuta a colpi di mazze e coltelli. Scorsese gira in modo sontuoso, attraverso volè della camera, continuamente mostra il particolare e il generale della battaglia. Alla fine della stessa il colore candido della neve è ormai diventato rosso per il sangue. Sangue come humus per le radici della città.
Tutta la pellicola sarà un continuo alternarsi fra il particolare (come la storia d' amore fra Di Caprio e la Diaz) e il generale, con un centinaio di personaggi che entrano a far parte dell' affresco. I sentimenti, le ambizioni degli individui come fulcro della Storia.
L' ambizione è grande, far rivivere l' intera storia di un popolo raccontandola " dal basso".
Una storia che non s' insegna. Scorsese usa tutte le carte in suo possesso, alterna i registri che vanno dal drammatico, al melò, al farsesco. Esce ed entra dal quadro generale, stringendo ed allargando l' obiettivo. Racchiude nel racconto le gangs, i mendicanti, le prostitute, ma anche i ricchi ignari che visitano five points come fosse uno zoo. I politici che " usano"gli immigrati come bacino di voti, " comprano le elezioni comprando gli scrutatori". Così facendo Scorsese demolisce i falsi valori di un popolo, che si celebra continuamente come unico detentore della democrazia e della libertà. Dopo l' undici Settembre, il progetto appare davvero sfrontato ed è ovvio che non sia stato gradito dal pubblico americano. Tutto il lungometraggio ruota attorno alla violenza, una violenza ineludibile. Valvola di sfogo delle tensioni e contrapposizioni sociali e razziali, di quel laboratorio di convivenza che era ed è New York.
Vengono alla luce due importanti spunti: la nascita di una nazione, giovane, bagnata e battezzata dal sangue e la paura che governa il tutto. Solo attraverso la paura sembra governabile ciò che appare ingovernabile. Vi attingono a piene mani sia le gangs che i poliziotti, i criminali ed i politici. L  paura come unico motore sociale (come nel documentario Bowling for Columbine di Moore).

Le derive del racconto sono tantissime, l' abilità del regista è ammirevole e inarrivabile, così come la sua sfrontatezza che lo accomuna a Griffith (" nascita di una nazione") e a Ford. Il film che ne viene fuori è potente, epico, lirico, bello nella sua incompiutezza. Resterà sicuramente nella storia del cinema, anche se in molti ci chiederemo cosa vi fosse nell' ora di tagli ope
rata dal regista. Con un ora in più Scorsese avrebbe potuto mantenere l' arioso ritmo epico della prima mezz' ora del film. Le tematiche così varie e importanti forse non sarebbero state compresse nella seconda parte. Rimane comunque molto. La nascita di una nazione, nata orfana (come orfani sono i due protagonisti), figlia della violenza e del sangue degli immigrati che hanno cercato di edificarla e il sogno di un uomo (Martin Scorsese), che grazie alla sua abilità nella manipolazione delle immagini, ha coltivato la speranza di racchiudere nella pellicola inorganica (di celluloide), la vita e la morte.
Paolo Bronzetti

Gangs of New York – Il teatro, il mito, le radici di una nazione.

Piace vedere un’opera che respira di saggezza letteraria, costruita intorno a decine di antiche invenzioni artistiche, tappe di centinaia d’anni di tradizione culturale. Monumentalità e passione. Queste sono le due bacchette magiche con le quali Scorsese anima la sua creatura. Lungo quasi tre ore di pellicola si passa agilmente dall’epica dell’Iliade, con i suoi capi guerrieri che capeggiano e insieme rappresentano eserciti di soldati senza nome, alla tragica passione degli scontri di Braveheart, ma colorati di una drammaticità inedita che è tutta della tragedia greca. E brulicando nello stretto intreccio con lo sfondo storico, da meritare addirittura l’accostamento a Guerra e Pace, si sviluppano trame shakespeariane e battaglie di colori tra le avvampanti bolgie degli interni e la fredda realtà degli esterni. Insomma, nel portare in scena la travagliata nascita di una nazione, il regista decide di prendere di petto il tema ricorrendo a tutta la potenza visiva della macchina da presa: utilizza dolly e gru nelle scene di raccordo e di attesa, fa palpitare il cuore con la camera a mano durante le battaglie, stringe sui primi piani per entrare nei bollori che ardono negli occhi dei protagonisti.
Incastrata a perfezione fra tanto sfarzo visivo sta l’interpretazione di Daniel Day-Lewis, nei panni di Bill Poole, un pirata di fine Ottocento, ultimo patriarca di una società sulle cui ceneri sorgeranno gli Stati Uniti d’America. Il sorriso sarcastico lo rende spietato, lo sguardo carismatico lo rende condottiero, la camminata tentennante rende alla perfezione la malfermità di un imperatore che tieni in pugno il suo impero col terrore del suo nome. Accanto a lui, brilla la fioca luce di un Di Caprio poco convincente. Se nella prima parte il suo sguardo non riesce a caricarsi dell’audacia di cui la trama lo doterebbe, nella seconda parte, nella quale deve trasformarsi in leader…beh, proprio non ci siamo. Lo sostengono l’ottima sceneggiatura e la sempre brava Cameron Diaz.
In ogni caso, Scorsese dipinge la pellicola con l’intensità di un quadro di Tiziano, e per favore, che non lo si chiami estetismo: dall’incipit drammatizzato e grandioso della battaglia fra clan fino all’epilogo sentimentale e patriottico degli U2, scorre tutta la voglia di valorizzare le radici del proprio Paese, trasportandolo in una dimensione teatrale e mitica. Perché sotto quei grattacieli così sofisticati e glaciali, sembra voler dire Scorsese, giacciono le fiamme e le spoglie di eroi che si sono contesi un tempo gloria e potere.
Francesco Rivelli

Il sangue delle generazioni che hanno fatto l’America.
Questo vuole rappresentare Martin Scorsese nel suo ultimo film.
"Gangs of New York" non è altro che l’affresco di una realtà cruda, violenta, vera…ciò che la più maestosa e drammatica metropoli americana nasconde nel suo passato.
E’ il fardello di un’eredità scomoda che Scorsese è riuscito a sviscerare, non in modo puntuale, preciso e perfetto, ma con ardore. Un ardore che si arma di lame affilate e scatena la più terribile delle guerriglie.
Lo sfondo è quello della placida baia newyorkese, la prima zona ad essere colonizzata, teatro delle barbarie con cui i discendenti di immigrati vogliono liberarsi degli immigrati più recenti, gli irlandesi. Ma quella che può sembrare una primitiva guerra all’ultimo sangue per la conquista del territorio, è in realtà ambientata nel XIX secolo e tratta da una cronaca del 1929.
Dalla pellicola emerge una democrazia-non democrazia di metà ottocento, basata sulla corruzione politica, sulla legge del più forte e sullo sfruttamento dei poveri da parte dei ricchi.
Abolite le leggi razziali, i neri non sono ancora accettati, domina la recessione e il paese è in guerra. Mentre dei vecchi soldati tornano a casa soltanto i cadaveri, le nuove reclute vengono arruolate prima con il denaro poi con la forza.
Intanto la città cresce ed è contesa tra le bande (le tribù come vengono chiamate nel film). Sono proprio due di queste, i "Nativi", comandati da uno straordinario Daniel Day Lewis, e gli irlandesi "Conigli morti", capitanati dai Vallon (prima Liam Neeson e poi Leonardo di Caprio), che si sfidano per la conquista di Five Points, sobborgo infernale ma anche nucleo vitale della città (che oggi chiama Wall Street).
C’è tutto in Gangs of NY. C’è il desiderio di violenza di un ragazzino che vede uccidere il padre sotto i suoi occhi, ma c’è anche l’intelligente introspezione della crisi di coscienza di quel ragazzino che comincia a vedere nel nemico il padre che non ha potuto avere e che prima di arrendersi al suo affetto cerca di dar sfogo alla rabbia.
Ci sono infinite caratterizzazioni politiche. Dal concetto di mafia che tutto comanda alla forma dell’attentato come principale metodo di eliminazione dei rivali. C’è lo stato nella sua più bieca accezione e i più fantasiosi possono persino vedere, nella folla disperata che assalta i negozi e le case, i black block dei giorni nostri, impegnati a rivendicare uno o nessun diritto.
E’ la guerriglia urbana che trascina il film, vittima di una, a volte , inesistente trama. Il collante è il sangue perché si ha la sensazione che nel percorso della non facile regia venga meno un filo logico, quel qualcosa che tiene insieme le continue esplosioni di violenza che hanno comunque il pregio di mantenere accesa la tensione.
Manca qualcosa per poter parlare dell’ultima fatica di Scorsese come di un capolavoro. Eccelsa per gli affreschi epici che regala, per la foga e la paura che crea e per qualche geniale intuizione che il regista disegna sulla pelle dei suoi personaggi, l’opera rimane, a tratti, povera di anima.
In questo dipinto storico e politico sulle origini della Grande Mela c’è di certo la sensazione di trovarsi di fronte a un lavoro immenso e immensamente ben riuscito (meravigliose sono infatti le scenografie realizzate a Cinecittà), ma calato il sipario, sulle note di Hands that built America degli U2, rimane un senso di incompiutezza, giustificato dal fatto che la pellicola in effetti è stata tagliata di circa un’ora.
Un discorso a parte andrebbe fatto per il vero protagonista della storia.
Senza nulla togliere a un Di Caprio ben inserito nel suo ruolo e a una Cameron Diaz, per l’occasione lievemente imbruttita, lo scettro del migliore spetta a un eccezionale Day Lewis, il Macellaio di Five Points, che più di tutti suscita emozioni vere.
Nonostante le imperfezioni e la confusione narrativa che ne deriva, Gangs of New York è e rimane un magnifico scorcio di passato, molto attuale nelle paure che scatenano le guerre di oggi.
Reale è infatti il senso della paura che affiora sullo schermo e ancora di più lo è quel misto di angoscia e sbigottimento che si lascia scivolare sui titoli di coda.
Giorgia Zamboni

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