Gangs of New York: altre recensioni
Il mito americano di un’equa
società multietnica, la leggenda di una nazione che si
forma dal basso, per contratto sociale tra i cittadini, va
in pezzi nel kolossal di Martin Scorsese, che torna al
film-monumento alla Casinò dopo gli episodi di Kundun
e Al di là della Vita. Proprio come in Casinò
Scorsese va a caccia di falsi miti e contraddizioni del
tessuto sociale USA, portando, questa volta, la propria
indagine al secolo scorso ed effettuando il percorso
inverso: se la rievocazione della Las Vegas degli anni d’oro
era in Casinò un po’ nostalgica e romantica, qui
la vecchia New York di metà ‘800 è una città violenta e
caotica, percorsa da violentissimi odi razziali, etnici e
religiosi e governata da bande rivali che si sostituiscono
allo stato. Questa sarebbe l’origine degli States, una
spirale di violenza su cui lo stato, prima ipocritamente
assente, impone dall’alto la propria giustizia. Vacilla il
concetto di "nativo americano", che indica, in
realtà immigrati inglesi di seconda e terza mano, che
disprezzano e combattono i nuovi arrivi irlandesi, in nome
di un non meglio identificato diritto sulla terra. Questo
nucleo di interrogativi di stampo sociologico, di grande
attualità nella rigida america dell’era Bush, costituisce
proprio il cuore di un film che solleva, invece, molte
perplessità rispetto alla forma espressiva. La prima
impressione è infatti quella di un film incompiuto,
incompleto, caratterizzato da una sceneggiatura zoppicante e
un po’ imprecisa. Se è vero che Scorsese, anche in
difficoltà, rimane di gran lunga sopra la media qualitativa
dei sui colleghi (e la prima straordinaria mezz’ora di Gangs
of New York ne è un esempio scintillante), dall’altro
lato non vengono completamente rispettate quelle attese
senza dubbio lecite rispetto ad ogni suo nuovo fil.
Difficile comprendere l’utilità di alcune sequenze
narrative, di alcuni personaggi, di alcune concessioni ad un
cinema un po’ patinato che non possono che stonare. Il
rapporto tra i frastornati Leonardo Di Caprio e Cameron
Diaz, spesso decisamente fuori posto, risulta superficiale e
a volte solo malamente abbozzato, e la sequenza finale della
battaglia nella rivolta, tanto suggestiva in alcuni punti,
quanto caotica e approssimativa in altri,
"arricchita" da particolari abbastanza grotteschi
(come l’elefante che improvvisamente attraversa la città
in rivolta. Perché?). Insomma, siamo ben lontani dalla
sinfonia morbida ed avvolgente di Casinò o di Quei
Bravi Ragazzi, e ci troviamo di fronte ad un’opera
discontinua che alterna momenti straordinari ed epici a
vertiginose cadute. Da rilevare, però, altri due elementi
estremamente positivi: in primo luogo la straordinaria prova
di Daniel Day-Lewis, che evita tutti i cliché del
personaggio malvagio e regala al suo "Macellaio"
un’ambiguità e una profondità che fanno completamente
sparire Di Caprio, la Diaz e gli altri attori; il secondo
elemento sono le sfavillanti scenografie di Dante Ferretti,
bellissime, affascinanti, straordinariamente espressive.
Simone Spoladori
L’America macellaia di
Martin Scorsese
Un film furente e tutto sopra le righe,
dove più che documentare le origini del suo paese, Scorsese
le ricrea a colpi di coltello.
Se 11 settembre 2001 era risultato alla fine un po'
tiepidino, un po' timido, con questo film Scorsese,
italoamericano nato a New York, fa il suo film su
quell'evento.
Se 11 settembre aveva, nel complesso - e con le dovute
eccezioni - un tono lirico-critico, Gangs of New York.
è un ruggito, un'esplosione, un boato. E' "L'urlo e il
furore" del cinema americano.
Dietro l'epopea degli
irlandesi immigranti di metà Ottocento si cela infatti la
genesi violenta di una nazione, una nazione che ancora oggi
si illude di possedere un'identità definita e che è invece
il risultato di un crogiolo di razze mai assortito, nel cui
inconscio collettivo giacciono mostri.
Se in Mean Street il prevalere del rosso era ancora
omaggio al suo maestro putativo Michael Powell, in Gangs
of New York il rosso è il sangue che scorre sulla
superficie di un film che è fatto di carne e sudore, il
film forse più "sensoriale" di Scorsese: se
infatti l'impatto visivo è fortissimo e a momenti quasi
insostenibile, sono gli odori che colpiscono, i suoni e gli
accenti - irrimediabilmente perduti nella versione italiana;
il senso del tatto, della penetrazione delle lame nella
carne di corpi umani o di maiali. La carne cruda macellata
dal "macellaio" Cutting ("tagliare").
Ancora una volta lo stile
fa la differenza. Un film che avrebbe potuto somigliare a
tanti altri sull'epica americana, che avrebbe potuto
spegnersi in una sceneggiatura tutt'altro che eccelsa,
valica invece il crinale dell'equilibrio comodo, della
catarsi prevedibile, e trascina tutti in un inferno di carne
e sangue, quale solo Bosch o Clive Barker hanno saputo
immaginare. Qui impariamo a conoscere il coltello, come nei
film di Peckinpah conoscevamo il proiettile: il sibilo,
l'urto, la ferita, lo strazio. Il coltello è la volontà
disperata fatta acciaio di uomini tutto sommato marginali (Five
Points è la zona portuale di New York) che lottano tra loro
per segnare il territorio.
La scena del primo combattimento dove muore il
"Prete" è uno dei momenti chiave dell'opera
scorsesiana, da confrontare con la gelida perfezione della
battaglie delle "Due Torri". Il film è più
grande dei suoi attori, tutti piuttosato bravi, ma tutti
sostituibili tranne il farsesco Daniel Day-Lewis, azzaccata
immagine-simbolo di un paese dove da sempre violenza
efferata e retorica da palco vanno a braccetto.
Vittorio Renzi