Ma che colpa abbiamo noi
Italia 1h e 56' Commedia
Regia: Carlo Verdone
Sceneggiatura: Carlo Verdone, Piero De Bernardi, Pasquale
Plastino
Interpreti: Margherita Buy, Carlo Verdone, Anita Caprioli,
Stefano Pesce, Antonio Catania, Lucia Sardo, Max Amato,
Raquel Sueiro, Luciano Gubinelli, Maurizio Millenotti
Tutto va' come deve
andare...

Chissa'
perche' ad ogni film di Carlo Verdone si parla sempre di
"svolta matura" rispetto agli esordi, svilendo la
comicita' di quel senso di "tragica realta'",
interpretato con ironia piu' o meno sottile. Carlo Verdone,
poi, ci ha abituati gia' da tempo ad unire una vena
malinconica di fondo con i tempi leggeri della commedia e,
in questo senso, "Ma che colpa abbiamo noi" non
presenta davvero alcuna novita'. Come anche l'idea di
imbastire un racconto corale, gia' ispiratrice nel 1988 di
"Compagni di scuola", o di immergere i personaggi
in un mondo di nevrosi e psicanalisi, come nel piu' riuscito
"Maledetto il giorno che t'ho incontrato" del
1992.
Sta di fatto che il nuovo film di Carlo Verdone si propone
come una rimasticatura di cliche' e gag, alcune funzionanti,
altre meno, con alla base un'idea brillante non sempre
valorizzata da sceneggiatura e regia. Lo spunto del film,
con i partecipanti ad una terapia di gruppo che si trovano
ad assistere in diretta alla morte della loro psicologa, e'
interessante e originale. Come anche il fatto di non dare
per scontati i successivi passaggi narrativi che portano
alla ricostituzione del gruppo in analisi. Cio' di cui si
sente la mancanza e' una direzione personale da imprimere al
racconto, in grado di affrancarsi dalla voglia di
accontentare un po' tutti con scelte spesso scontate. A
partire dai protagonisti, tutti ben caratterizzati, anche
nel look, in modo da essere riconoscibili, ma al confine con
la macchietta: l'insicuro vessato dal padre, la cacciatrice
di uomini disillusa dalla vita, la nevrotica senza un uomo
accanto, la bulimica, l'omosessuale, e cosi' via. Si
percepisce il tentativo di non banalizzare le singole
psicologie, ma un gruppo cosi' variegato e' gia' di per se'
banale, una sorta di "Bignami" delle insicurezze
che ci circondano. Gli interpreti sono a loro agio, ma
prigionieri di personaggi che in qualche modo ingabbiano la
loro espressivita' in atteggiamenti, mossettine, reazioni,
perlopiu' codificate e quindi prevedibili. La regia non
evita cadute di tono (la carrellata sui protagonisti
affacciati ad un ponte, ognuno con una battuta in
successione), momenti didascalici (la discussione tra padre
e figlio riflessa dall'esito della gara automobilistica al
computer) e sciatterie (l'incontro finale con moglie e
figlia di Antonio Catania, ai limiti del filmino tra amici).
Su tutto un'aria di mestizia, a partire dai funerei titoli
di testa, condita da momenti spassosi (la "velina"
compagna di Verdone, le fotografie scattate sul binario
della ferrovia) che sembrano piu' nascere da esigenze
produttive di alleggerire i toni che dal tessuto del
racconto. Di tutto un po', insomma: in teoria come nella
vita, in realta' come nella vita secondo un certo tipo di
cinema che vuole tutto calibrato, prevedibile e
consolatorio.
Luca Baroncini
Verdone è tornato...dopo i deliri di
Viaggi di nozze e di Cinesi in coma..Verdone torna con una
commedia tra "Compagni di scuola" e
"Maledetto il giorno che t'ho incontrato" con
qualche limite, non scritto bene e approfondito come il
primo, non divertente come il secondo..
Al grido di : " Non andate in analisi, è un utopia !"
questo gruppo eterogeneo, in analisi assiste durante una
seduta la morte dell' anziana analista, di qui l'utopia di
poterne uscire da soli...il gruppo come detto è eterogeneo.
Verdone crea personaggi e patologie ad hoc...omosessuali,
donne sole, ragazze bulimiche, edipici e le conseguenti
problematiche , ansie, angosce paura della morte...da questo
quadretto ne esce un'umanità sconfitta, in fuga, sensibile
ed incapace alla fine di sostenere la miseria della vita.
I suddetti personaggi non trovano spiragli, cercano rimedi a
volte peggiori dei mali, e solo alla fine di un percorso (in
verità troppo breve per la realtà della psicanalisi)
qualcuno di loro reagirà, sebbene alla propria maniera ed
in un certo senso accontentandosi, alle difficoltà della
vita.
La psicanalisi in realtà non è il tema
dominante, non potrebbe esserlo, troppo superficiale il modo
in cui le tematiche sono affrontate, non basta far vedere
una ragazzina che mangia di notte per parlare di bulimia nè
far comprare un paio di scarpe in più ad un personaggio per
spiegare l'ipomania e le sue sfaccettature, ma piuttosto
Verdone se ne serve per innescare le dinamiche di un gruppo
di persone "qualsiasi" e mostrare "a
noi" una serie di piccoli uomini e donne uguali a tutti
quelli che ci circondano e che siamo.
Se questo era l'intento Verdone ci è riuscito, non
perfettamente ma quasi..
La sceneggiatura è buona ma non perfetta, la regia semplice
e lineare ma senza spunti, le interpretazioni meritano un
discorso a parte.
Verdone si ritaglia un buon personaggio
adatto alle sue corde, la Buy invece è tenuta
"troppo" a freno, Antonio Catania è efficace come
sempre, Lucia Sardo è una bella faccia quasi Almodovariana
(a segnalare nel ruolo della figlia sebbene breve la bella
napoletana Carmela Danise ), Anita Caprioli è la sosia
della cantante Sirya e Verdone ha avuto un fiuto incredibile
ma forse non il buon gusto di mettere nel ruolo destinato in
principio ad Accorsi un suo sosia Stefano Pesce troppo
somigliante e in verità inespressivo come il suo modello.
Infine Massimiliano Amato parte male, recitazione innaturale
ed impostata ma si riprende, insieme a tutto il tono e il
ritmo del film, nella parte centrale.. Il
finale, anzi i finali, costellati di liberazioni,
sollevazioni, reazioni, sono un po' stentati, scritti
velocemente.
Un buon film che comunque rappresenta bene la commedia
italiana e pone un esempio concreto a chi dissimula
parolacce per tale genere, spero che Verdone non smarrisca
più la strada come fece dopo il godibile e forse il suo
miglior film "Maledetto il giorno che t'ho
incontrato" ***
Nicola Guarino
Ma
che colpa ha Carlo Verdone?
Non quella di aver involontariamente
realizzato un cult-movie (ma d'altronde quale cult non è
involontario?) con la sua seconda prova registica,
ovvero quel macchiettistico, eppur entrato nella memoria
collettiva, "Bianco, Rosso e Verdone" (dai, non
sbeffeggiatemi inutilmente: mi rendo benissimo conto che
non sta al passo con altri VERI cult, ma so
altrettanto bene che ogni volta che lo trasmettono vi
ritrovate -guarda caso!- anche voi incollati allo schermo
a ripetere gag risentite e straviste mille e mille
volte...);
Carlo Verdone non ha neppure la colpa
di essersi adagiato sugli allori inseguendo un facile
successo con scontati one-man-film perché, in fondo,
anche in quei casi ha quasi sempre cercato di scrivere uno
straccio di sceneggiatura prima di urlare "ciak, si
gira!" (certo, da qui a dire che la sua è una
filmografia esemplare ce ne passa...);
Carlo Verdone non ha nemmeno la colpa di
aver trascurato le attrici italiane, essendo tra i
pochi registi-sceneggiatori ad aver scritto parti che
le sapessero valorizzare;
Carlo Verdone non ha, forse, neppure la
colpa di aver illuso milioni di 40/50enni mezzi calvi e
con la pancetta che è possibile trovarsi una partner
ventenne e gnocca (ebbene sì, qualche volta succede anche
nella realtà ed i casi si sprecano...);
Ma, per farla breve perché mi sto
appisolando sulla tastiera, che colpa ha veramente Carlo
Verdone?
Forse di aver capito troppo tardi, malgrado
la cosa fosse più che evidente, che i suoi film più
maturi e riusciti da un punto di vista
strutturale-registico sono "Compagni di scuola"
(1988) e "Maledetto il giorno che t'ho
incontrato" (1992): il primo un film corale e cinico,
il secondo una commedia sofisticata sulle nevrosi di una
strana coppia di malati -quasi- immaginari alle prese con
le proprie fobie. E allora, dopo tutto questo tempo e dopo
alcuni risultati al botteghino non troppo
entusiasmanti degli ultimi suoi lavori, che cosa si sarà
detto il buon Verdone? "Ma sì, perché non cercare
di unire i miei due film migliori e mettere in piedi un
film corale sulla psicoanalisi di gruppo? Magari a qualche
critico ci potrebbe anche scappare un parallelo con Altman
ed il suo "Terapia di gruppo"! Mo' ce penso io a
trovare un produttore, magari americano che je dico "uoz
ammerican boi" e se mette pure a ride...".
Detto, fatto.
Warner Bros Italia è lieta di presentare
l'ultima fatica di Carlo Verdone, un film gradevole,
ben realizzato, con dei buoni attori e con una
sceneggiatura degna di chiamarsi tale.
Signore e signori, buona visione.
DA TENERE:
Attori tutti di buon livello, ma solo (e qui ci potrei
mettere la mano sul fuoco) perché ben diretti. Certo, un
Antonio Catania ed una Margherita Buy sono ormai una
certezza con o senza Verdone, ma gli altri... Chissà...
Anche se Anita Caprioli in effetti è bella e brava
(e ultimamente mooolto fotografata, basta aprire qualsiasi
rotocalco).
DA BUTTARE: Alcune
inutili lungaggini o pseudo colpi di scena telefonati;
capisco che dividersi equamente su sette personaggi non
sia una cosa facile, ma bisognerebbe rendersi
conto che qualche volta tagliare può anche
essere il male minore.
NOTA DI MERITO: Non
c'è sempre Verdone in scena: il
regista-attore-soggettista-sceneggiatore guarisce
dalla "Sindrome di Nuti" (*) e
lascia ampio spazio al resto del cast.
NOTA DI DEMERITO:
Non è poi così divertente. Ebbene sì: è una commedia
che si può definire "brillante", ma, a parte
qualche sporadico momento, non fa certo piegare dalle
risate. E' un film medio, che si vede con il sorriso sulle
labbra e lo si apprezza per quello che è: il tentativo,
in gran parte riuscito, di realizzare una commedia
italiana pulita e diretta a tutti. E non è poco.
Ben, aspirante Supergiovane
Cinema
e psicoanalisi, connubio felice e fortunato da sempre.
Certo, nel film di Verdone, il tema è appena sfiorato
e accennato ed è la commedia a fare la parte del
leone. La terapia di gruppo serve più da pretesto
alla presentazione dei personaggi che altro. Tanto che
non è un caso che l’analista muoia e nessuno se ne
accorga! Prevale l’attenzione caricaturale sull’approfondimento
psicologico: otto personaggi, diversi eppure
accomunati dalla difficoltà di vivere e, soprattutto,
di relazionarsi serenamente con gli altri.
Il
più credibile è sicuramente il figlio insicuro,
schiacciato dalla figura paterna, interpretato dal
regista. Brava anche Margherita Buy che ci ridà il
ritratto di una donna fragile e sola, che si
accontenta dei ritagli di tempo e d’amore di un uomo
sposato. E convince anche Lucia Sardo nell’interpretare
una donna in là con gli anni che non si arrende a
veder sfiorire la propria bellezza. Più in generale
è proprio il ben affiatato cast uno degli aspetti
migliori del film.
La
storia d’amore fra Chiara e Marco, che nasce in chat,
ben rende il senso della nevrosi moderna: la fuga nel
sogno a fronte della paura di amare e quindi di
perdere l’oggetto d’amore. Ma si rischia di
problematizzare troppo quella che vuole essere solo
una commedia. Che vuole fare ridere e anche un po’
pensare, ma non troppo. Che vuole che lo spettatore si
identifichi nei problemi oggi molto comuni dei
protagonisti per poi sperare all’uscita che siano
risolvibili. E poi ridere è già un modo per
prenderne le distanze e ridimensionarli.
Si
avverte lo sforzo del regista di dire qualcosa di
nuovo, di fare cinema-cinema pur restando nel filone
della commedia. È sicuramente apprezzabile la totale
assenza di volgarità, sia nei dialoghi sia nelle
scene. Ma l’esperimento rimane come a metà, sospeso
fra il Verdone che tutti conosciamo e la commedia
tenera e malinconica. Il film manca di verve, è lungo
e a tratti troppo lento. Si ride ma non troppo. Si
riflette ma mai in profondità.
Mariella
Minna
Un
approfondimento a cura di Giovanna La Torre
Recensioni
Home
Archivio