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Prendimi l'anima
di Roberto Faenza
Interpreti:
Emilia Fox, Iain Glen, Craig Ferguson,Caroline Ducey, Jane
Alexander, Michele Melega

A metà strada tra il polpettone
melodrammatico e uno stanco e piatto docu-drama,
"Prendimi l’anima", è una pellicola soporifera
e terribilmente old-style. La storia, scritta dal regista,
Roberto Faenza (Sostiene Pereira, Copkiller. Jona che visse
nella balena), in collaborazione con una lunga lista di
personaggi, è stata ispirata dalla corrispondenza tra Freud,
Jung e la giovane paziente-amante di quest’ultimo Sabina
Spielrein, trovata nel lontano 1977 a Ginevra negli
scantinati dell’Istituto di Psicologia. Pubblicati per la
prima volta da Aldo Carotenuto ("Diario di una segreta
simmetria"), lo scambio epistolare è stato al centro
di una elitaria e superflua polemica sulla paternità
artistica di Sabina e in merito delle ricerche condotte
sulla sua affascinante ed eroica vita.
Storia che conserva
in sé un nucleo d’interesse molto alto, non a caso sulle
vicende che legano il grande "esploratore dell’inconscio",
come lo definiva la sua stessa amante e la giovane, sono
stati scritti in passato diversi saggi e romanzi, oltre a
due spettacoli teatrali a Broadway e a Londra.
"Prendimi L’anima" non è un film che partendo
dal carteggio tra i due amanti, si spinge nei meandri della
mente; il film di Faenza non ha la pretesa di districarsi
tra concetti come "sistema motivazionale
inconscio" e "causalistica freudiana", ma è
una più modesta e asciutta, anche troppo, ricostruzione
storica di un amore folle e impossibile. Il regista ci
rifila una pellicola insignificante quanto a contenuti
(aiutatemi a trovarne almeno uno), e a messa in scena, priva
di istintualità estetica e imbevuta di una stucchevole
eleganza formale, che allontana dal già tiepido script.
L’interpretazione della brava Emilia
Fox (Faenza ha sempre guidato molto bene i suoi attori)
rendono il tutto più sopportabile (da ogni punto di vista
è straordinaria la scena del ballo), intenso e mai banale
il suo volto e il suo talento meriterebbero ben altri
teatri; non a caso la sua ultima esperienza è stata al
servizio di Polanski nella palma d’oro "Il
pianista". Discutibile è poi la ragione a monte di
fare un film del genere, legando la sua legittimità a un
dovere quasi storico nei confronti di uno dei padri
fondatori della psicoanalisi, operazione che ricalca
fedelmente, alcune analogie narrative ne confermerebbero il
trend forzato e inutile, quella di "Un viaggio chiamato
amore", pellicola di Michele Placido, visto (purtroppo)
in occasione dell’ultimo Festival di Venezia.
Giuseppe Silipo
Maledetta
felicità
All’inizio del ‘900, i
facoltosi genitori ebreo-russi accompagnano a Zurigo
Sabina Spielrein perché sia ricoverata nella clinica del
Dr. Bleuler. La diagnosi è isteria. Il giovane Carl
Gustav Jung, già pupillo di Freud, sperimenterà per la
prima volta su di lei una nuova cura: il dialogo e le
libere associazioni al posto delle punizioni fisiche e
morali che venivano inflitte all’epoca ai pazienti
psicotici. Il giovane medico prenderà particolarmente a
cuore le sorti della paziente al punto che, una volta
guarita, fra i due nascerà un sentimento. La rottura
sarà però inevitabile e Sabina tornerà in Russia dove
condurrà amorevolmente l’asilo bianco, un luogo di
recupero dei bambini a problema. Sarà poi la Storia con
la morte di Lenin, la dittatura di Stalin e l’arrivo
delle truppe naziste a deciderne il destino.
Il nuovo film di Faenza è
estremamente ambizioso: ricostruire una delle pagine più
complesse e controverse della storia della psicoanalisi e
seguire lo sviluppo del personaggio femminile anche nei
trent’anni successivi al suo legame con Jung. Trent’anni
oltre tutto estremamente densi di avvenimenti. L’intento
divulgativo è evidente: avvicinare il pubblico ad un
personaggio pressocché sconosciuto ai più. Ma a questo
si accompagna l’accenno ad uno dei problemi che la
psicoanalisi non ha ancora risolto: qual è il momento in
cui l’amore, necessario alla terapia, diventa un
pericolo per il medico ma soprattutto per il paziente?
Perché anche gli analisti sono uomini e come tali prede
delle proprie passioni e pulsioni.
Il film è equilibrato e ben
calibrato, non scade mai nel melò. È coinvolgente vedere
come la protagonista femminile (la brava Emilia Fox)
evolva da una situazione di disperazione totale e rinasca
a nuova vita. Come l’amore che ha ricevuto, forse per la
prima volta, da un essere umano riempia il suo vuoto
interiore fino a fare di lei un’educatrice, una
psicoanalista ma anche una moglie e una madre. E anche
Jung, pur trattandosi di un personaggio avvolto nell’alone
del mito, è reso in tutta la sua umanità e fragilità.
Un film intelligente e colto, certo non perfetto e a
tratti didascalico, che deve necessariamente semplificare
una materia molto complessa perché possa essere resa sul
grande schermo.
Mariella Minna
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