Prova a prendermi
di S.Spielberg
Sceneggiatura: Jeff Nathanson
Fotografia: Janusz Kaminski
Scenografia: Jeannine Oppewall
Costumi: Mary Zophres
Musica: John Williams
Frank Abagnale Jr: Leonardo Di Caprio
Carl Hanratty: Tom Hanks
Frank Abagnale: Christopher Walken

Succede,
a volte, che la realta' superi la fantasia. E' quello che
accade nell'ultima fatica di Steven Spielberg che racconta,
con taglio brillante e moderato divertimento, l'impossibile
storia vera di Frank W. Abagnale Jr., un uomo che incarna
tutte le contraddizioni del mito americano. L'intraprendente
giovane, infatti, grazie al suo charme e a un'invidiabile
faccia tosta, riesce con camaleontica destrezza a fingersi
pilota d'aereo, medico e avvocato e ad arricchirsi
attraverso assegni falsificati alla perfezione.
Siamo negli anni Sessanta, anni in cui una facciata di
sorrisi e benessere economico culla i germi di una profonda
crisi individuale e collettiva: il vacillare della struttura
familiare, la perdita di valori nella totale identificazione
del successo con il denaro, il crollo del sogno con il
fallimentare conflitto in Vietnam. Ma il film di Spielberg,
piu' che soffermarsi sul contesto sociale, solo suggerito,
racconta la storia del giovane imbroglione e della caccia
datagli da un cocciuto e ingrigito agente dell'F.B.I. Se non
fosse per Leonardo Di Caprio, che conferma le sue doti
interpretative, Tom Hanks, perfetto uomo comune, il sempre
carismatico Christopher Walken, la riconoscibile fotografia
di Janusz Kaminski, ricercata ma pretenziosa, l'evocativa
colonna sonora di John Williams, qualche sequenza magistrale
(la separazione dei genitori con il dilemma della scelta, la
scoperta del tradimento della madre), il lungometraggio di
Steven Spielberg sarebbe una commedia tra le tante.
Difficile raccontare una storia cosi' straordinaria
riuscendo a renderla credibile e la sceneggiatura sceglie
l'effetto dimenticando spesso la causa, finendo con il
proporre situazioni che richiedono una dose di ingenuita' in
eccesso per poter conquistare (la fuga dall'aereo, il
reclutamento delle hostess nella scuola). L'unica àncora
pare la didascalia "tratto da una storia vera" con
cui il film si apre e che dovrebbe giustificare le tante
incongruenze. Sembra quasi l'ennesima sfida di Spielberg:
girare un film lontano dalle sue corde, una commedia a basso
budget, e riuscire ugualmente a fare centro. Gli incassi
confermano l'intuito del regista, ma il film, pur simpatico,
non morde e qualche volta sonnecchia.
Luca Baroncini
Il titolo originale - Catch me if you
can - sembra essere un segno premonitore (oltre che
ambiguo) per una pellicola che ha diviso, comprensibilmente,
la critica americana. Forse perché un film su una fuga così
poco movimentata non passa facilmente nelle sale Usa; o
forse perché da Spielberg ci si aspettava il solito
pirotecnico, edificante e costoso prodotto da blockbuster; o
forse perché il film, coerentemente con la storia che
racconta, è in effetti anche un po’ astuto.
Di certo Prova a prendermi è una
pellicola godibile, girata - neanche a dirlo - in maniera
impeccabile e che trova un non trascurabile punto di forza
nella semplicità e nella compattezza di una sceneggiatura
ingengnosa e divertente. Tratto dalla biografia di Frank W.
Abagnale e tradotto per il cinema da Jeff Nathanson,
sceneggiatore che ha alle spalle una serie di modesti
filmetti d’azione (Speed 2 e Colpo Grosso al
Drago Rosso), Prova a prendermi ripercorre, con
leggerezza, la vita di un imbroglione e di un agente della
F.B.I. ossessionato dalla straordinaria abilità del suo
“uomo”. Per quel che riguarda le interpretazioni
c’è da dire che Tom Hanks stanca, e già da un pezzo: si
sopporta in Forrest Gump ed è bravo in Cast Away
- dove però il suo volto assume sempre più sembianze
caricaturali -, ma in Era mio padre è senza
giudizio, anche se molti si sono trattenuti
dall’ucciderlo. Leonardo Di Caprio, a parte il discorso in
sospeso sugli ormoni della crescita - recita infatti con
eccessiva spavalderia stanislaschiana la parte del sedicenne
-, ha alle spalle un’infinità di interpretazioni né
brutte né belle. La parte che gli regala Spielberg è
valida e l’attore riesce comunque ad allinearsi alle sue
precedenti prove, forse con qualche accenno di maturità.
Imbarazzante il confronto con Christopher Walken nella parte
del padre di Di Caprio: l’attore è straordinario in un
ruolo di certo ben pennellato, ma che risulta addirittura
esplosivo grazie al suo talento.
Forse due ore e venti appesantiscono il
prodotto finale, ma la pellicola ha lo straordinario merito
di tratteggiare con padronanza le singole figure, molto efficaci all’interno dell’articolato impianto
motivazionale, senza scalfire l’originalità degli snodi
narrativi - mai sopra le righe (peccato!) - e la scorrevolezza di un film maliziosamente bello.
Giuseppe Silipo
Guardia
e ladro anni ' 60..
Spielberg molla momentaneamente il futuro e si tuffa nel
passato, nei favolosi anni ' 60 !
Lo fa con stile scegliendo una storia incredibile che sembra
vera, anzi è vera...la biografia di Frank Abagnale,
truffatore giovanissimo mosso dalla "sindrome" di
Robin Hood che all'indomani dei problemi che il padre ebbe
col fisco decide di "riprendersi" tutto iniziando
all'età di soli diciasette anni una serie di truffe
clamorose a danno delle più grosse banche del paese,
accumulando milioni di dollari, tre identità, e iniziando
uno splendido rapporto con colui che sarà un
"secondo" padre, l'agente speciale dell'FBI Carl
Hanratty, colui che gli diede la "caccia" per 4
anni.
La storia è piena d'ingredienti, permette a Spielberg di
rispolverare inquadrature, fotografia e stile degne dei
primi 007, muove i personaggi all'interno di una struttura
che gli permette di "giocare" con quel cinema
"meraviglioso".
Sceglie bene gli interpreti, Di Caprio, fuori luogo in Gangs
quì ci appare più in partita, è convinto e appassionato,
veste tranquillamente i panni di tutti e tre gli Abagnale,
che durante la sua "carriera" divenne co-pilota
Pan Air (perchè gli piaceva l'uniforme), Avvocato
(superando un esame) e Pediatra (guardando i telefilm del
Dottor Kildaire) , d'altronde non un uomo facile, scosso dal
fallimento del padre (un bravissimo Walken),
dall'opportunismo della madre (che abbandona il marito per
sposare un uomo agiato), dal tradimento della ragazza che
ama (che spinta dalla famiglia tende una
"trappola" a Frank), dal carcere duro in Francia,
dall'isolamento nel carcere USA, alla difficoltà della
propria lotta ad accettare una vita "onesta". Un
personaggio "colmo" di aspetti che Di Caprio
accetta lasciandolo "scorrere" tra le proprie
corde. In "ombra" ma anche volutamente, il paterno
Hanks, la "guardia" sconfitta e umiliata, ma anche
"bisognosa" del rapporto di forza che spesso si
crea tra "l'inseguito e l'inseguitore" nell'eterno
gioco dei contrari. Il film ha qualche caduta di ritmo, un
finale troppo lungo e pedante, la scelta della
"macchina" nelle varie fasi ci pare sempre
appropriata, d'altronde lo standard qualitativo di Steven
Spielberg è sempre è comunque ben al di sopra della media.
Questo è un divertissement di un uomo che se lo puo'
permettere, che ha il merito di aver narrato la storia a noi
sconosciuta di un "genio" , quel Frank Abagnale
che dopo aver lavorato per l'FBI ha progettato tutti i clichè
degli assegni sicuri adottati da tre quarti delle banche
americane, divenendo milionario onestamente. In un certo
qualmodo i soldi li ha "ripresi" lo stesso.
Nicola Guarino
"Li frego
tutti" diceva Haber nel bellissimo La Vera Vita di
Antonio H. Li frego tutti.
Beh, Frank W. Abagnale, aka Frank Taylor, aka Frank Conners
e quant'altro li fregava tutti davvero.
Linee aeree, banche, ospedali, avvocati, FBI.
Si fatica credere che sia tutto vero e si fatica a credere
che l'America di allora fosse cosi' genericamente ingenua.
CMIYC è un film stupendo, soprattutto nella sua
onnipresente melancolia. E' un film dove non ridi ma semmai
sorridi e qualche volta a denti stretti, piu'
spesso ti commuovi. E ogni volta che Frank e Carl, l'agente
FBI, si incontrano
faccia a faccia il film corre sul filo del capolavoro.
Se' è vero che CMIYC in effetti somiglia a tratti più ad
un Zemeckis, Spielberg è preciso, puntuale, delicato e
attento ai valori che da sempre porta sullo schermo.
Ritrae un'America vergine, pre-vietnam, pre-jfk,
pre-berkeley e glissa elegantemente su tutto ciò che un
altro regista avrebbe tranquillamente mescolato nel telling,
per aggiungere coerenza. Frank come Kildare, come Mason,
come Bond, camici, assegni, divise, tre-pezzi, Aston-Martin,
e tanti tanti soldi, un variegato caleidoscopio gestito da
Spielberg con mano sicura, cosi' come gli attori, un
formidabile di Caprio e un grandioso Hanks in uno dei suoi
ruoli migliori.
Inutile citare Walken, immenso come sempre.
Qualche momento meno fluido, e sopra tutto quel "ce la
posso fare", quel "li frego tutti" che non è
mai vinto, mai domo e che alla fine ha fatto di Frank un
vincente.
Guglielmo Pizzinelli
Basato sull’autobiografia di Frank W.Abagnale, il film
narra la storia di un ragazzo scappato da casa per non
assistere al disgregarsi della famiglia (divorzio).
Il ragazzo ha uno straordinario talento nella truffa. Per
accumulare soldi indosserà i panni di un pilota di linea,
di un medico e di un avvocato. Prima dei 21 anni avrà
accumulato diversi milioni di dollari.
Fin dall’inizio è inseguito dall’agente FBI Carl
Hanratty…
Dopo il futuro dark di Minorità report, Spielberg,
riaffermando la propria proverbiale poliedricità, ha scelto
la leggerezza. Si è tuffato in questa storia di guardie e
ladri, in un’America ingenua, quella dei primi anni
sessanta. Le tinte color pastello, le musiche alla Henry
Mancini, fanno da sfondo all’epoca della fiducia. Un
ragazzo scaltro come Frank, con il viso d’angelo di Di
Caprio, può facilmente giocare su questa fiducia e
accumulare svariati milioni di dollari con i suoi frequenti
cambi di personalità.
Frank per tutto il film è in fuga, inseguito dall’agente
dell’Fbi Carl (Tom Hanks).
La sua fuga è l’inseguimento dei propri sogni. Il
tentativo di ricomporre la famiglia, ridandole quel
benessere economico venuto a mancare. Il giovane Frank non
comprende, che proprio l’inseguimento di quel benessere e
la spasmodica ricerca del prestigio sociale hanno
contribuito al disgregarsi della stessa.
Prova a prendermi è anche la storia dell’educazione
morale di un ragazzo.
In
pieno boom economico, i sogni sono quelli fatui e
superficiali dettati dal denaro. Le
maschere indossate dallo scaltro truffatore, sono le vie di
fuga dall’immorale mondo degli adulti. Ritorna qui una
delle tematiche più diffuse nella cinematografia
Spielberghiana, la sindrome di Peter Pan. Questa
voglia di non crescere, in Prova a prendermi, è
necessaria, proprio perché lo sfavillante mondo lasciato
dai genitori di Frank è un mondo falso. Un mondo dove,
ognuno, può fingere d’essere altro.
Il vero padre di Frank è il suo inseguitore. Carl è la
maturità che insegue l’adolescenza, a tratti, ne è
affascinato. La fuga di Frank termina proprio quando non c’è
nessuno più che lo insegue. Ora dovrà camminare con le
proprie gambe.
Molto bella la scena in cui Frank si farà acciuffare, dopo
aver visto attraverso il vetro, proprio il giorno di Natale,
la madre risposata, con una bimba e la sua nuova famiglia.
Prova a prendermi funziona quando insegue la leggerezza e l’evasione,
quando riporta in vita con i colori, le musiche, il mondo
dei sogni (e il cinema) dei primi anni sessanta. Quando
gioca con quella macchina del falso che è il cinema.
Molto meno quando si sofferma ad analizzare psicologicamente
i personaggi, cercando di dare spessore alla storia, bella
proprio nella sua evanescenza. Spielberg, non si è lasciato
trasportare fino in fondo dalla follia pirotecnica dell’inseguimento
(vicina alla semplicità delle strisce di Willy il coyote e
beep beep). Il film a tratti appare didascalico e
approssimativo, nelle giustificazioni psicanalitiche.
Davvero troppo lungo il metraggio, che appesantisce, come un
macigno, una pellicola che ambiva a tutt’altra leggerezza.
Sarà per la prossima volta, Mr Spielberg.