Ricordati di me
di Gabriele Muccino
Regia:
Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Gabriele Muccino,
Heidrun Schleef
Fotografia: Marcello Montarsi
Musiche: Paolo Buonvino
Scenografia: Paola Bizzarri
Costumi: Gemma Mascagni
Montaggio: Claudio Di Mauro
Interpreti: Laura Morante, Fabrizio Bentivoglio,
Silvio Muccino,
Nicoletta Romanoff,
Monica Bellucci

Ritroviamo
Giulia e Carlo qualche anno dopo il matrimonio,
profondamente cambiati. I sogni
abbandonati nel cassetto, sommersi dal grigiore del
quotidiano di una famiglia borghese, soffocati dal
disamore e dall’indifferenza che caratterizzano spesso i
rapporti familiari. Valentina e Paolo, i figli, tentano
di sottrarsi alla mediocrità dell’esistenza e ottenere
quello che desiderano veramente: l’una lavorare in
televisione, l’altro essere accettato dal gruppo di
amici adolescenti. In crisi di coppia, Carlo incontra una
sua ex e la fiamma si riaccende. Avrà il coraggio di
cambiare vita?
Il
regista ci presenta un film amaro e a tratti disperato,
cinico e che non lascia spazio alla speranza. Per assurdo
è proprio la figlia adolescente, pronta ad assecondare i
desideri sessuali di personaggi televisivi anche di
secondo piano, a risaltare in positivo.
È infatti l’unica ad avere
un sogno e a perseguirlo, pur con qualche compromesso.
Certo è un sogno di plastica, vuoto e
fatuo come la televisione ai nostri giorni. È un
sogno che nulla ha a che spartire con l’idealità. Ma è
e resta comunque un sogno.
Muccino
è molto abile nel rendere con una regia nervosa e a
scatti il disagio psicologico dei protagonisti, il livello
di conflittualità
insostenibile che caratterizza i loro rapporti. Laura
Morante è sopra le righe, la sua interpretazione è decisamente
troppo urlata. Bentivoglio
bene interpreta l’inconsistenza e l’ambiguità di un
uomo che preferisce essere scelto dalla vita invece che
scegliere la vita che desidera. Eppure,
nonostante il prodotto sia ben confezionato e sorretto da
un’abile operazione di marketing, non convince. Non è
altro che un insieme di luoghi comuni sul matrimonio e la
fine delle speranze, la televisione che omologa e il
disagio giovanile. Si avverte l’insincerità e il freddo
calcolo del regista, attento a catturare il consenso più
ampio possibile. C’è professionismo ma manca l’anima.
Mariella Minna
C’è
l’essere se stessi fuori. Un mondo dinamico, frenetico,
senza un attimo di tregua, vivace, libero, vivo. E poi c’è
il mondo delle statuine, statico, immobile, ingessato,
frigido, morto. Così è rappresentato il modo in cui si
vive fuori e dentro la famiglia. Sembra una gabbia, è una
gabbia la famiglia. Il luogo dove si smarriscono le passioni
originarie, dove si perde il contatto con la parte più vera
di noi stessi, o quella che si crede tale. Dove ci sono
responsabilità, pesantezze, grigiori. Ma a cui ci si
aggancia. Quando le cose si mettono male. Quando c’è un
trauma. E si sa che qualcuno c’è da qualche parte che è
obbligato a intervenire. Perché i rapporti sono quelli, ci
sono i doveri. I doveri che tarpano le ali, ma che servono
da rete di sicurezza. Ci sono la libertà di essere se
stessi e il bisogno di trovare un pavido riparo. Ci sono l’individuo
e la famiglia. La libertà e il compromesso. La libertà e
la vigliaccheria. La libertà e l’ipocrisia. La libertà e
la piccolezza. E se fossimo soltanto così meschini da non
sapere vivere o meritare la libertà, perché, magari, non c’è
niente di vero da esprimere?
Un bel film
quello di Muccino. Il ritmo è invidiabile. Il susseguirsi e
il sovrapporsi delle immagini potrebbero vivere da soli.
Quasi senza parole. Urlate o taciute che siano.
E sugli
attori, una Laura Morante sopravvalutata, forse perché
capace di pathos? Ma sempre quell’impercettibile grado
oltre il dovuto. Che fa precipitare tutto. E del resto lì,
accanto a lei, c’era Gabriele Lavia. Naturalissimo invece
Fabrizio Benitivoglio, con uno sguardo che parla da solo.
Bravissimo. Attore senza pensare di esserlo,
dimenticandoselo, doveva forse soffrire di qualche amnesia
in più anche la Morante. Bellissima e spavaldamente
provocante Nicoletta Romanov, personaggio azzeccatissimo.
Forse troppo di maniera, da cliché, il personaggio proposto
al comunque efficace Enrico Silvestrin. Forse fuori di età
il fratello di Muccino, ma gli si deve riconoscere una
particolare spontaneità. Che è una forza innata.
Cinzia
Bovio
Il
successo cambia le persone, lo dicono tutti e, forse, un
fondo di verita' c'e'. Non tanto, pero', chi il successo se
lo gode, quanto chi il successo lo giudica. Succede infatti
sempre piu' spesso di sentire, a proposito di cantanti,
registi, scrittori (dicia o in generale di chi gravita nel
mondo artistico), frasi tipo "quando non lo conosceva
nessuno faceva cose migliori, adesso i e' sput anato
per piacere a tutti". Come se fosse necessario mettere
una barriera tra se stessi, intelligenti, acuti e versatili,
e la massa, ignorante, qualunquista e conformista. Sta di
fatto che Gabriele Muccino, con il successo, inatteso ed
enorme, de "L'ultimo bacio", ha frenato gli
entusiasmi di parte della critica piu'
"illuminata" che lo ha trovato
cinematograficamente furbo, superficiale e borghese (quando
pero' Antonioni parlava del ceto medio-alto, tutti ad
applaudire fino a spellarsi le mani senza pensare al
proletariato!!!).
Critica
alla "critica" a parte, in "Ricordati di
me" Gabriele Muccino resta fedele alla sua idea di
cinema, che prevede conflitti affettivi e generazionali
espressi con grande energia e senso del ritmo. La storia
mostra la progressiva e irreversibile disgregazione di un
nucleo familiare in cui tutti i membr sono
ossessionati da un'affermazione personale che passa
esclusivamente attraverso un riconoscimento esterno. L'unica
reale gratificazione puo' avvenire da fuori, da un pubblico
(che sia di spettatori, lettori o amici non importa) pronto
a dare conferme. In questo quadro c'e' poco spazio per gli
affetti che assumono, anch'essi, una funzione prettamente
strumentale. Lo sguardo del regista e' cinico nei confronti
della famiglia, luogo di ansie, frustrazioni e
incomunicabilita', ma i personaggi non sono a senso unico,
come capita quando si vuole suffragare una tesi, e vengono
mostrati nella loro contradditorieta': chi tradisce (o
vorrebbe farlo) rinfaccia i tradimenti, chi non ama
sente di amare, chi e' vuoto, o svuotato, pensa di avere
tanto da dare. C'e' piu' cattiveria rispetto a
"L'ultimo bacio" e i personaggi risultano meno
tipizzati, meno simbolici. L'immedesimazione, infatti, non
scatta tanto con le nevrosi al limite del patologico della
famiglia protagonista, quanto con il contesto di
indifferenza, pura forma e incapacita' di comunicare in cui
i personaggi si muovono.
Ben scritto, nonostante le forse troppe frasi ad effetto, il
film trova i suoi punti di forza nella messa in scena,
sempre accurata e credibile, e nella direzione degli attori.
Si percepisce la ricerca di un andamento concita o che
rispecchi il tormento e la frenesia dei personaggi. In
questo senso la colonna sonora di Paolo Buonvino offre
ottimi appigli e scandisce con efficacia il racconto. Quanto
agli attori, tutti risultano in parte e ben diretti, anche
chi appare solo per poche battute: Laura Morante e'
bravissima e si dona senza riserve nel ruolo, a rischio
macchietta, della madre nevrotica, Fabrizio Bentivoglio ha
le espressioni giuste per rendere l'ignavia e l'indolenza
del suo personaggio, Silvio Muccino e' un "Come te
nessuno mai" tre anni dopo, stessa esuberanza di parole
mangiate e idee confuse, l'esordiente Nicoletta Romanoff e'
a suo agio sia come ninfetta dalle aspettative di plastica
che come figlia insofferente e menefreghista. Per una volta,
poi, sembra (quasi) vera anche Monica Bellucci che dimostra,
meno diva e piu' donna, una verve e un calore inaspettati;
tra l'altro, ma questo non dipende dall'attrice quanto dal
personaggio, e' l'unica capace di prendere una decisione e
di portarla fino in fondo, affrontandone le difficolta' e
accantonando, per una volta, i benefici a breve termine del
compromesso.
Il cinema di Muccino, piu' che fotografare la realta', rende
tangibile un modo di sentire diffuso, attraverso una
narrazione scorrevole capace di catturare quasi
visceralmente lo spettatore. Unici nei, la fastidiosa voce
fuori campo, per fortuna poco presente ma inopportuna e
ridondante nel dare parola a stati d'animo gia'
comprensibili, e lo stratagemma di sceneggiatura
dell'incidente. Pur nel suo utilizzo solo in apparenza
conciliatore (e quindi atipico rispetto agli standard in cui
dopo un incidente sono tutti piu' buoni e il pubblico
piange), risulta un modo un po' banale per sbloccare il
destino dei personaggi.
Luca Baroncini
Allo
scorrere dei titoli di coda di “Ricordati di me”, la
prima cosa che ci si ricorda, a dispetto del titolo, è il
ritmo avvolgente, il frappè di musica e immagini, il
viaggio fra le insoddisfazioni di una generazione e di una
società. Insomma, ci ricordiamo de L’Ultimo
Bacio. Questo per chiarire fin da subito come, sia nel
bene che nel male, Muccino con questa opera non muova un
passo in più del dovuto, non si evolva minimamente, non
intenda per niente approfondire. Se L’Ultimo bacio rappresenta il perfezionamento
delle capacità narrative mostrate in Come
te nessuno mai, qui non si può parlare d’altro che di
“bis”. Peccato, perché Muccino ha dimostrato di saper
far viaggiare i fotogrammi anche a livello mentale (vedi la
parte finale di Come
te nessuno mai, appunto). Le idee che il regista ha in
testa sembrano invece ormai chiare e precise, il suo stile
è ben oliato e non ha bisogno di rifiniture. Del resto,
perché sperimentare se il pubblico dimostra di apprezzare?
E allora, eccoci alle prese con la famiglia di Carlo e
Giovanna, con qualche anno e qualche figlio di più. Tema di
questa lezione: il bisogno di essere “qualcuno”, per non
scomparire nei meandri di una società che tutto inghiotte,
svuotandoti di significato. Ritorna la trama intrecciata
stile “Magnolia”, spogliata, come d’abitudine, del
ricercato equilibrio e caricata di pathos; tornano i
tradimenti, magnifica trappola in agguato dietro le nostre
insicurezze; tornano, perché no, i grandi attori (se ne
L’Ultimo Bacio la Mezzogiorno ci deliziava nelle scene
isteriche, qui è la Morante a far vibrare i nostri sensi
con la sua interpretazione ansiogena); tornano i ricercati e
bellissimi colori della fotografia; tornano un sacco di cose
insomma, perché a cambiare sono solo le pedine. Muccino,
vuole farci conoscere la natura di questa società
mostrandoci tutte le sue facce, osservandolo da punti di
vista differenti. Ogni faccia, un film. Scelta didascalica,
anche condivisibile: ma se nel frattempo si prodigasse anche
nell’esplorare il mezzo che possiede, senza adagiarsi su
ormai ripetitivi movimenti di macchina, dialoghi dei quali
conosciamo a memoria i ritmi e musiche che continuano a
rimanere incollate sullo sfondo, forse non saremmo qui a
parlare con un po’ di amaro in bocca di una fotocopia de L’Ultimo
bacio. Lasciamo fare agli americani questo genere di
cose: a loro importa esportare un modo di vedere e vivere il
mondo; da parte nostra sarebbe forse più gratificante
cercare di esplorarlo. E’ questo che manca al nostro
Muccino in questa prova, la voglia di capire: lui ha già
capito tutto, non deve far altro che insegnarcelo.
C’è un’ultima cosa che si ricorda al termine del film e
che si fa fatica a dimenticare: la consueta, sconvolgente
sensualità di Monica Bellocci. Rimane il candore del suo
viso, i gesti felpati e leggeri, la delicatezza che imprime
ad ogni personaggio interpretato. I sensi e la mente volano
al di là delle nuvole.
Francesco Rivelli
La
colonna sonora ufficiale: http://www.click2music.it/pop.asp?url=com_st.asp?ID_comunicato=132 target=_blank
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