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Roma: un
sadico che rapisce giovani ragazze sfida la polizia a
videopoker in una chat online. Se gli agenti perderanno, le
vittime (visibile sul monitor dei computer grazie a una
webcam) muoiono, altrimenti le libera. La poliziotta Anna
Mari, il cui padre si suicidò a causa del poker, e un
collega inglese indagano, ma stavolta non interessa a
nessuno tentare di indovinare o sapere l’identità
dell’assassino (anche perché il movente è risibile);
piuttosto mette tristezza vedere Argento alle prese con un
film indifendibile, forse per la prima volta, sotto ogni
punto di vista. Il regista romano ancora pubblicizza
l’eterno ritorno al giallo puro (stavolta, colpa del nuovo
millennio, con l’ingresso della tecnologia), ma la
sceneggiatura (sua e di Franco Ferrini) grida vendetta al
cielo e gronda di idiozie e incongruenze (le reazioni –
psicologiche e non – degli agenti impegnati a giocare con
il killer sono sì da paura) come di rado capita di vedere.
Ai tempi in cui si conosceva soltanto la trama (inizialmente
il film si doveva intitolare Nel
buio), si poteva pensare ai gialli televisivi del sabato
sera di Raidue (e infatti fu originariamente pensato come
coproduzione Rai): la realtà è,
al contrario, al di là di ogni immaginazione più
funesta. Quasi due ore di film sbrodolato, totalmente
mancante di suspense e di intelligenza cinematografica (la
messinscena naturale – tanto che Argento ha voluto il
direttore della fotografia di Gaspar Noé – o la colonna
sonora di Claudio Simonetti degli ex Goblin, tanto per
citare due esempi, sono da pubblica indignazione),
involontariamente comico, non recitato né diretto,
tragicamente doppiato: c’è davvero di tutto per
rimpiangere l’Argento che fu, ormai invece preda di crisi
senile (si veda il sottofinale o, peggio, il fulmineo finale
ambientato “un mese e mezzo dopo” gli eventi del film).
A partire dai duetti amorosi fra i due protagonisti o dalle
presunte turbe psichiche di Anna, una sagra del peggio e un
martirio insostenibile a tutti gli effetti.
THRIL
106’
½
Roberto Donati
Nonostante siano ormai tre lustri che
Dario Argento non sforna un film degno di un "Re del
brivido" di fama internazionale, le aspettative nei
suoi confronti sono sempre alte. C'e' ogni volta la speranza
di abbandonare le sicurezze della razionalita' per tuffarsi
in un nuovo viaggio nella paura, fatto di una materia
indefinita e impalpabile dove la tecnica e' al servizio di
sussulti, raccapriccio ed emozione. Purtroppo "Il
cartaio" e' l'ennesima smentita: non spaventa e lascia
tutto sommato indifferenti, il che e' quanto di peggio si
possa dire di un thriller "de paura", dove
l'obiettivo primario dovrebbe essere incollare lo spettatore
alla poltrona con gli occhi sgranati verso lo schermo. Tra i
vari elementi che non funzionano, i piu' evidenti sono la
mancanza di una storia realmente avvincente, e "in
primis" sensata", e una regia intermittente,
capace di curare alcuni aspetti, soprattutto tecnici,
tralasciandone completamente altri (la direzione degli
attori). Il plot prevede la sfida di un maniaco nei
confronti della polizia attraverso partite di video-poker,
dal cui esito dipende la sopravvivenza o meno delle vittime
designate, e la sceneggiatura cerca di porre le basi per un
confronto psicologico. Gli sviluppi, pero', virano presto
nell'assurdo. Un conto e' infatti una partita
"live", dove il bluff e' nell'aria e buona parte
del risultato dipende anche dall'abilita' del giocatore;
totalmente diverso, invece, un match con il computer, in cui
vincere o perdere deriva esclusivamente dal premere un tasto
e dalla fortuna. La ricerca di un giocatore
"bravo" e il tifo da stadio dell'intero corpo di
polizia non risultano quindi assolutamente giustificati dal
racconto. Ma sono tanti i tasselli che non combaciano e le
svolte narrative grossolane che alla luce della soluzione
finale non trovano significato. Anche la messa in scena non
convince e, soprattutto, non risulta mai credibile. I
dialoghi gridano vendetta e prevedono un'essenzialita' da
fumetto, con battute che vorrebbero essere esplicative ma
suonano il piu' delle volte ridicole. Come la
caratterizzazione dei personaggi, che sconta luoghi comuni e
banalita' a go-go, dall'irlandese attaccato alla bottiglia,
all'esperto di computer "nerd", passando per il
trauma infantile della protagonista. La scarsa qualita'
della recitazione e' una diretta conseguenza: Stefania
Rocca, Silvio Muccino, Liam Cunningham, Claudio Santamaria,
sono bravi attori e si impegnano come di consueto, ma i
personaggi a cui danno vita sono privi di sfumature e non
hanno la minima consistenza, con un effetto finale,
amplificato dall'auto doppiaggio (il film e' stato girato in
inglese pensando all'esportazione), stridente e grottesco.
Pessimi e basta, invece, ma succede spesso nei film di
Argento, i caratteristi. Grande assente, inoltre,
l'effettaccio. Gli omicidi avvengono quasi sempre fuori
scena e non ci sono varianti nuove o curiose a rinvigorire
un iter (la partita a video-poker) che finisce per smorzare
parecchio la tensione. Dal pasticcio finale si salvano la
fotografia livida di Benoît Debie, il commento sonoro di
Claudio Simonetti (comunque al minimo sindacale), i pochi
dettagli gore nellesalme martoriate ideate da Sergio
Stivaletti (anche se gratuiti) e alcuni momenti, come il
montaggio serrato che accompagna i titoli ditesta o
l'agguato nella casa della protagonista. Per il resto
calmapiatta, per tacere della risibile sfida finale. Non
resta quindi che aspettare la prossima opera del discontinuo
autore, sperando che le alte aspettative trovino sfogo in un
film davvero perturbante. O al limite divertente, come il
precedente "Non ho sonno", talmente sgangherato da
ispirare simpatia. Non ci resta, quindi, che attendere ...
Luca Baroncini (da www.spietati.it)
Da tempo
Dario Argento va sbandierando ai quattro venti il suo
ritorno vuoi al thriller, vuoi al giallo, in maniera
incomprensibile dato che i suoi unici horror puri sono Suspiria
e Inferno. Ma anche a voler considerare i thriller
venati di componenti orrorifiche, si arriva al massimo a Due
occhi diabolici del ’90 (per carità tralasciamo la
parentesi de Il fantasma dell’opera). Risultato di
questa ennesima, fantomatica promessa di “ritorno”, è Il
cartaio, che esce a tre anni di distanza dal precedente NonHoSonno,
il quale, pur essendo inconfrontabile con i capolavori del
passato, presentava qua e là delle idee e delle sequenze
decisamente riuscite, facendo ben sperare per il futuro. Ed
invece il nuovo film fa tabula rasa dei seppur timidi
segnali di risveglio, e si candida al ruolo di peggior opera
del regista. Il problema di questa “nuova fatica” non è
tanto la piattezza dell’intreccio, la recitazione degli
attori sotto il livello di guardia e la loro scarsa
caratterizzazione, del resto mai considerati pezzi forti del
cinema argentiano, ma la convenzionalità e banalità
nell’uso dello strumento cinematografico. Sembra ormai
perduto per sempre lo straordinario talento visivo del
regista, incapace di imprimere alle immagini un taglio
suggestivo, vivace, colorato (ricordate l’uso delle
cromature in Suspiria, Profondo Rosso…);
quasi totalmente ambientato nel distretto di polizia, con
riprese da telefilm, e con l’ossessiva riproposizione del
gioco del video-poker, che riconduce l’immaginario del
film all’ormai usurata estetica moderna internettiana, con
la quale ormai dobbiamo confrontarci quotidianamente. Ecco
il fallimento di Argento: uno stile personale,
originalissimo e riconoscibile, sospeso nell’irrealtà del
sogno e della fiaba, che diventa piatta riproduzione
dell’immaginario tecnologico odierno. Al regista romano
viene da consigliare una lunga vacanza lontano dai computer,
perché recuperi la naturalezza del suo sguardo. Che il film
non sia granchè lo si capisce sin dalle prime sequenze
(nemmeno le uccisioni si salvano), ed allora il fan
dell’ex-grande cineasta si rassegna ad godere di qualche
estemporanea zampata del vecchio leone; ma anche tale
speranza viene frustrata, nemmeno una scena degna di nota, né
un’idea di sceneggiatura, né un personaggio originale, ma
una trama da giallo televisivo ed uno stile analogamente
riecheggiante il piccolo schermo. E quando John vaga alla
ricerca della villa dell’assassino, non può non tornare
alla mente il recentemente scomparso David Hemmings nel più
celebre dei film del regista romano, esplicitando in tal
modo l’incalcolabile distanza tra le due opere. Alla fine
della proiezione siamo colpiti da profonda tristezza, e
viene quasi da gridare: ridateci quegli anni,
ridateci quel Dario Argento, ridateci quel
cinema!
Mauro Tagliabue |