IL CARTAIO

IT 2003 di Dario Argento con Liam Cunningham, Stefania Rocca, Claudio Santamaria, Silvio Muccino, Fiore Argento, Vera Gemma, Elisabetta Rocchetti

Roma: un sadico che rapisce giovani ragazze sfida la polizia a videopoker in una chat online. Se gli agenti perderanno, le vittime (visibile sul monitor dei computer grazie a una webcam) muoiono, altrimenti le libera. La poliziotta Anna Mari, il cui padre si suicidò a causa del poker, e un collega inglese indagano, ma stavolta non interessa a nessuno tentare di indovinare o sapere l’identità dell’assassino (anche perché il movente è risibile); piuttosto mette tristezza vedere Argento alle prese con un film indifendibile, forse per la prima volta, sotto ogni punto di vista. Il regista romano ancora pubblicizza l’eterno ritorno al giallo puro (stavolta, colpa del nuovo millennio, con l’ingresso della tecnologia), ma la sceneggiatura (sua e di Franco Ferrini) grida vendetta al cielo e gronda di idiozie e incongruenze (le reazioni – psicologiche e non – degli agenti impegnati a giocare con il killer sono sì da paura) come di rado capita di vedere. Ai tempi in cui si conosceva soltanto la trama (inizialmente il film si doveva intitolare Nel buio), si poteva pensare ai gialli televisivi del sabato sera di Raidue (e infatti fu originariamente pensato come coproduzione Rai): la realtà è,  al contrario, al di là di ogni immaginazione più funesta. Quasi due ore di film sbrodolato, totalmente mancante di suspense e di intelligenza cinematografica (la messinscena naturale – tanto che Argento ha voluto il direttore della fotografia di Gaspar Noé – o la colonna sonora di Claudio Simonetti degli ex Goblin, tanto per citare due esempi, sono da pubblica indignazione), involontariamente comico, non recitato né diretto, tragicamente doppiato: c’è davvero di tutto per rimpiangere l’Argento che fu, ormai invece preda di crisi senile (si veda il sottofinale o, peggio, il fulmineo finale ambientato “un mese e mezzo dopo” gli eventi del film). A partire dai duetti amorosi fra i due protagonisti o dalle presunte turbe psichiche di Anna, una sagra del peggio e un martirio insostenibile a tutti gli effetti.             THRIL            106’             ½
Roberto Donati
Nonostante siano ormai tre lustri che Dario Argento non sforna un film degno di un "Re del brivido" di fama internazionale, le aspettative nei suoi confronti sono sempre alte. C'e' ogni volta la speranza di abbandonare le sicurezze della razionalita' per tuffarsi in un nuovo viaggio nella paura, fatto di una materia indefinita e impalpabile dove la tecnica e' al servizio di sussulti, raccapriccio ed emozione. Purtroppo "Il cartaio" e' l'ennesima smentita: non spaventa e lascia tutto sommato indifferenti, il che e' quanto di peggio si possa dire di un thriller "de paura", dove l'obiettivo primario dovrebbe essere incollare lo spettatore alla poltrona con gli occhi sgranati verso lo schermo. Tra i vari elementi che non funzionano, i piu' evidenti sono la mancanza di una storia realmente avvincente, e "in primis" sensata", e una regia intermittente, capace di curare alcuni aspetti, soprattutto tecnici, tralasciandone completamente altri (la direzione degli attori). Il plot prevede la sfida di un maniaco nei confronti della polizia attraverso partite di video-poker, dal cui esito dipende la sopravvivenza o meno delle vittime designate, e la sceneggiatura cerca di porre le basi per un confronto psicologico. Gli sviluppi, pero', virano presto nell'assurdo. Un conto e' infatti una partita "live", dove il bluff e' nell'aria e buona parte del risultato dipende anche dall'abilita' del giocatore; totalmente diverso, invece, un match con il computer, in cui vincere o perdere deriva esclusivamente dal premere un tasto e dalla fortuna. La ricerca di un giocatore "bravo" e il tifo da stadio dell'intero corpo di polizia non risultano quindi assolutamente giustificati dal racconto. Ma sono tanti i tasselli che non combaciano e le svolte narrative grossolane che alla luce della soluzione finale non trovano significato. Anche la messa in scena non convince e, soprattutto, non risulta mai credibile. I dialoghi gridano vendetta e prevedono un'essenzialita' da fumetto, con battute che vorrebbero essere esplicative ma suonano il piu' delle volte ridicole. Come la caratterizzazione dei personaggi, che sconta luoghi comuni e banalita' a go-go, dall'irlandese attaccato alla bottiglia, all'esperto di computer "nerd", passando per il trauma infantile della protagonista. La scarsa qualita' della recitazione e' una diretta conseguenza: Stefania Rocca, Silvio Muccino, Liam Cunningham, Claudio Santamaria, sono bravi attori e si impegnano come di consueto, ma i personaggi a cui danno vita sono privi di sfumature e non hanno la minima consistenza, con un effetto finale, amplificato dall'auto doppiaggio (il film e' stato girato in inglese pensando all'esportazione), stridente e grottesco. Pessimi e basta, invece, ma succede spesso nei film di Argento, i caratteristi. Grande assente, inoltre, l'effettaccio. Gli omicidi avvengono quasi sempre fuori scena e non ci sono varianti nuove o curiose a rinvigorire un iter (la partita a video-poker) che finisce per smorzare parecchio la tensione. Dal pasticcio finale si salvano la fotografia livida di Benoît Debie, il commento sonoro di Claudio Simonetti (comunque al minimo sindacale), i pochi dettagli gore nellesalme martoriate ideate da Sergio Stivaletti (anche se gratuiti) e alcuni momenti, come il montaggio serrato che accompagna i titoli ditesta o l'agguato nella casa della protagonista. Per il resto calmapiatta, per tacere della risibile sfida finale. Non resta quindi che aspettare la prossima opera del discontinuo autore, sperando che le alte aspettative trovino sfogo in un film davvero perturbante. O al limite divertente, come il precedente "Non ho sonno", talmente sgangherato da ispirare simpatia. Non ci resta, quindi, che attendere ...
Luca Baroncini (
da www.spietati.it)
Da tempo Dario Argento va sbandierando ai quattro venti il suo ritorno vuoi al thriller, vuoi al giallo, in maniera incomprensibile dato che i suoi unici horror puri sono Suspiria e Inferno. Ma anche a voler considerare i thriller venati di componenti orrorifiche, si arriva al massimo a Due occhi diabolici del ’90 (per carità tralasciamo la parentesi de Il fantasma dell’opera). Risultato di questa ennesima, fantomatica promessa di “ritorno”, è Il cartaio, che esce a tre anni di distanza dal precedente NonHoSonno, il quale, pur essendo inconfrontabile con i capolavori del passato, presentava qua e là delle idee e delle sequenze decisamente riuscite, facendo ben sperare per il futuro. Ed invece il nuovo film fa tabula rasa dei seppur timidi segnali di risveglio, e si candida al ruolo di peggior opera del regista. Il problema di questa “nuova fatica” non è tanto la piattezza dell’intreccio, la recitazione degli attori sotto il livello di guardia e la loro scarsa caratterizzazione, del resto mai considerati pezzi forti del cinema argentiano, ma la convenzionalità e banalità nell’uso dello strumento cinematografico. Sembra ormai perduto per sempre lo straordinario talento visivo del regista, incapace di imprimere alle immagini un taglio suggestivo, vivace, colorato (ricordate l’uso delle cromature in Suspiria, Profondo Rosso…); quasi totalmente ambientato nel distretto di polizia, con riprese da telefilm, e con l’ossessiva riproposizione del gioco del video-poker, che riconduce l’immaginario del film all’ormai usurata estetica moderna internettiana, con la quale ormai dobbiamo confrontarci quotidianamente. Ecco il fallimento di Argento: uno stile personale, originalissimo e riconoscibile, sospeso nell’irrealtà del sogno e della fiaba, che diventa piatta riproduzione dell’immaginario tecnologico odierno. Al regista romano viene da consigliare una lunga vacanza lontano dai computer, perché recuperi la naturalezza del suo sguardo. Che il film non sia granchè lo si capisce sin dalle prime sequenze (nemmeno le uccisioni si salvano), ed allora il fan dell’ex-grande cineasta si rassegna ad godere di qualche estemporanea zampata del vecchio leone; ma anche tale speranza viene frustrata, nemmeno una scena degna di nota, né un’idea di sceneggiatura, né un personaggio originale, ma una trama da giallo televisivo ed uno stile analogamente riecheggiante il piccolo schermo. E quando John vaga alla ricerca della villa dell’assassino, non può non tornare alla mente il recentemente scomparso David Hemmings nel più celebre dei film del regista romano, esplicitando in tal modo l’incalcolabile distanza tra le due opere. Alla fine della proiezione siamo colpiti da profonda tristezza, e viene quasi da gridare: ridateci quegli anni, ridateci quel Dario Argento, ridateci quel cinema!
Mauro Tagliabue