La casa di sabbia e nebbia
con Jennifer Connelly e Ben Kingsley

Uno degli stratagemmi per incollare il pubblico allo schermo e' creare una sceneggiatura fondata su un forte

contrasto e popolata da personaggi memorabili. Di persone che semplicemente vivono cavalcando il quotidiano, in fondo non sappiamo che farcene. E' gia' quello che facciamo ogni giorno! Meglio quindi, molto meglio, incontrare protagonisti, possibilmente in antitesi, che si trovano, e' preferibile all'improvviso, davanti a un ostacolo insormontabile. Partire dall'ordinario per arrivare allo straordinario. A questo aspetto (ovviamente opinabile, ma di pressoche' sicuro effetto) l'esordio nel lungometraggio dell'ucraino Vadim Perelman e' molto attento. Sono completamente opposti, infatti, i due ruoli principali. Lui e' un ex-colonnello iraniano che ha vissuto da nababbo all'epoca dello Scia' e ha dovuto ricominciare da zero dopo che il regime degli Ayatollah lo ha costretto all'esilio. Lei e' una ragazza un po' allo sbando, con alle spalle un marito e una dipendenza alcolica. In comune non hanno nulla, ma la casa di lei li fara' incontrare. Basta infatti una tassa non pagata per sfrattare lei e imporre lui come legittimo proprietario. A questo punto il conflitto e' inevitabile. L'imparzialita' della narrazionee' l'aspetto migliore della pellicola. Entrambi i protagonisti hanno infatti validissime ragioni per non rinunciare a quello che ritengono un loro sacrosanto diritto e la sceneggiatura assume uno sguardo lucido che sviscera le personalita' di ognuno senza glissare sulle naturali contraddizioni.
L'interessante dissidio tra legge e morale, diventa pero', nelle manidi Perelman, un facile drammone. Davvero un peccato, perche' l'ennesimo crollo del sogno americano sfuma le possibili implicazioni in una sottotrama amorosa a credibilita' zero, invadente come la colonna sonora di James Horner. E' quindi il melo' a prendere il sopravvento, con una regia concentrata sull'intimita' dello scontro, attenta a non perdersi in fronzoli, ma alla ricerca della lacrima a tutti i costi. La tragedia finale arriva inevitabile, ma ha il sapore posticcio dell'escamotage per risolvere la situazione e mandare in qualche modo gli spettatori a casa e, nonostante il dettaglio dello strazio, gli esiti sono grotteschi. Non aiutano nemmeno gli interpreti. Ben Kingsley e' fin troppo bravo, ma il suo colonnello, dal carattere forte e dalla volonta' di ferro, rischia di apparire un po' di maniera. Molto meglio sua moglie, la dolce e comunicativa Shohreh Aghdashloo. Jennifer Connelly e' bella e sa piangere bene, ma questo non fa di lei una brava attrice. Nonostante le tante scene madri, la sua recitazione e' infatti priva di dinamica e bloccata da una sorta di immobilita' espressiva. Pessimo e basta, invece, Ron Eldard, ma la responsabilita' e' anche di un personaggio narrativamente irrisolto. Di dubbio gusto la cacofonia del titolo italiano ("House of sand and fog" aveva una differente musicalita'), ma in qualche modo adatto alla ridondante grevita' degli sviluppi.
Luca Baroncini (da
www.spietati.it)

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