|
Uno degli stratagemmi per incollare il
pubblico allo schermo e' creare una sceneggiatura fondata su
un forte contrasto e popolata da personaggi memorabili. Di
persone che semplicemente vivono cavalcando il quotidiano,
in fondo non sappiamo che farcene. E' gia' quello che
facciamo ogni giorno! Meglio quindi, molto meglio,
incontrare protagonisti, possibilmente in antitesi, che si
trovano, e' preferibile all'improvviso, davanti a un
ostacolo insormontabile. Partire dall'ordinario per arrivare
allo straordinario. A questo aspetto (ovviamente opinabile,
ma di pressoche' sicuro effetto) l'esordio nel
lungometraggio dell'ucraino Vadim Perelman e' molto attento.
Sono completamente opposti, infatti, i due ruoli principali.
Lui e' un ex-colonnello iraniano che ha vissuto da nababbo
all'epoca dello Scia' e ha dovuto ricominciare da zero dopo
che il regime degli Ayatollah lo ha costretto all'esilio.
Lei e' una ragazza un po' allo sbando, con alle spalle un
marito e una dipendenza alcolica. In comune non hanno nulla,
ma la casa di lei li fara' incontrare. Basta infatti una
tassa non pagata per sfrattare lei e imporre lui come
legittimo proprietario. A questo punto il conflitto e'
inevitabile. L'imparzialita' della narrazionee' l'aspetto
migliore della pellicola. Entrambi i protagonisti hanno
infatti validissime ragioni per non rinunciare a quello che
ritengono un loro sacrosanto diritto e la sceneggiatura
assume uno sguardo lucido che sviscera le personalita' di
ognuno senza glissare sulle naturali contraddizioni.
L'interessante dissidio tra legge e morale, diventa pero',
nelle manidi Perelman, un facile drammone. Davvero un
peccato, perche' l'ennesimo crollo del sogno americano sfuma
le possibili implicazioni in una sottotrama amorosa a
credibilita' zero, invadente come la colonna sonora di James
Horner. E' quindi il melo' a prendere il sopravvento, con
una regia concentrata sull'intimita' dello scontro, attenta
a non perdersi in fronzoli, ma alla ricerca della lacrima a
tutti i costi. La tragedia finale arriva inevitabile, ma ha
il sapore posticcio dell'escamotage per risolvere la
situazione e mandare in qualche modo gli spettatori a casa
e, nonostante il dettaglio dello strazio, gli esiti sono
grotteschi. Non aiutano nemmeno gli interpreti. Ben Kingsley
e' fin troppo bravo, ma il suo colonnello, dal carattere
forte e dalla volonta' di ferro, rischia di apparire un po'
di maniera. Molto meglio sua moglie, la dolce e comunicativa
Shohreh Aghdashloo. Jennifer Connelly e' bella e sa piangere
bene, ma questo non fa di lei una brava attrice. Nonostante
le tante scene madri, la sua recitazione e' infatti priva di
dinamica e bloccata da una sorta di immobilita' espressiva.
Pessimo e basta, invece, Ron Eldard, ma la responsabilita'
e' anche di un personaggio narrativamente irrisolto. Di
dubbio gusto la cacofonia del titolo italiano ("House
of sand and fog" aveva una differente musicalita'), ma
in qualche modo adatto alla ridondante grevita' degli
sviluppi.
Luca Baroncini (da www.spietati.it)
Recensioni
Home Archivio |