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Vincitore al Festival del Cinema Latino Americano di
Trieste,
edizione
2003, come miglior film e miglior sceneggiatura
La
Espera di
Aldo Garay
- Uruguay- 2002- 65'
Amara
esistenza -
In questa opera prima del regista uruguaiàno
Aldo Garay, siamo trascinati dall'inizio alla fine in
luoghi comuni di una situazione che ha come accessorio il
tema del tempo: l'attesa. Ma il racconto, che
sistematicamente organizza i personaggi del film in una
continuità ossessiva fedele a questo significato, riesce a
mostrare anche altre situazioni fluttuanti, allargando così
l'universo tematico della storia.
Oltre alla circostanza concreta che opprime Silvia che deve
curare la madre inferma da dieci anni, la vicenda ci porta
verso una riflessione sugli aspetti della morte come
conseguenza finale della vita: l'immobilità come prodotto
della quiete nel tempo, l'inerzia come deterioramento
dell'esperienza, l'attesa come forma paradossale della
sospensione della vita.
La tragedia della madre è anche quella
della figlia: questo sdoppiamento potrebbe essere
l'effetto naturale nel vincolo di un convalescente con la
persona amata che l'assiste. Ma Silvia cura sua madre in
modo severo. In lunghi anni di routine,
le ristrettezze economiche e l'assenza di altri
famigliari sono fattori che obbligano a pensare che la
ragazza non è in condizioni morali di adattarsi a un altro
ruolo. Tuttavia, in questa lineare e ripetitiva quotidianità,
senza cambiamenti repentini, c'è posto per la fuga. Alcune
lettere anonime che Silvia riceve, un fidanzato che è
escluso dagli effetti dell'attesa, un vicino che aiuta
entrambi le donne, sono gli elementi che conducono verso la
soluzione inattesa e inquietante.
Il regista riesce ad adattare il racconto a un montaggio
molto compatto, trasmettendo l'atmosfera di quiete con una
cinepresa lenta e paziente e proponendo, in alcuni momenti,
una precisione di stile simbolico, come l'analogia stabilita
tra i piani della facciata della casa e la parete del
cimitero. Qualcosa però delude nella costruzione della
storia: il suo finale è scontato. Probabilmente
questo è dovuto alla scarsa durata del racconto-
solo 65 minuti- e la necessità di dire molte cose in poco
tempo.
Valentina
Casagrande
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