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Medea
di
Lars von Trier 1988
Medea: Kristen Olesen
Giasone: Udo Kier
Creonte: Henning Jensen
Glauce: Ludmilla Glinska
Fotografia: Sejr Brockmann
Colonna sonora: Joachim Holbek
All’interno
del palazzo Medea urla di dolore e di follia, informa la nutrice. Figlia del re
di Colchide, ha aiutato Giasone a conquistare il vello d’oro, tradendo così
la propria famiglia. Lo ha seguito fino in Grecia, credendo che il suo amore per
lei e per i figli avuti da lei sarebbe stato sufficiente a farle dimenticare il
disagio della condizione di forestiera. Ma ora Creonte, il re, offre a Giasone
il matrimonio con la sua giovane figlia Glauce. Medea minaccia vendetta.
Così, nel 431 a.C., si apriva la Medea di Euripide.
Lars von Trier apre sul mare.
La sua resa della Medea non è filologica, come l’aveva immaginata invece Carl Theodor Dreyer, autore della sceneggiatura
a cui von Trier si è ispirato per la realizzazione del suo film.
Il regno di Creonte è spostato nello Jütland, Medea uccide i suoi figli
impiccandoli e non colpendoli con un pugnale, non c’è coro a garantire una
percezione collettiva della tragedia di Medea, che in von Trier diventa, più
modernamente, del tutto individuale. Lo scontro tra l’istinto e il calcolo,
tra l’elemento femminile e quello maschile, tra le ragioni dell’amore e
quelle del potere, tra il greco e lo straniero, che tanta letteratura secondaria
ha cercato di vedere dietro la storia di Medea, lasciano qui il centro della
scena al puro senso del tragico. Assoluto, acronico, eppure tremendamente
ancestrale.
Senza più alcun elemento tematico di contorno, tutto si concentra sulla figura
nera di una donna sola e determinata ad uccidere.
Gesti lenti e rituali, quelli di una maga quasi strega, segnano tutte le scene
del film. Dall’incontro iniziale con la barca di Egeo in viaggio verso
l’oracolo, fino alla partenza verso Atene su quella stessa barca, ogni atto di
Medea è segnato da solennità sacrale e lucidità folle:la raccolta di semi
velenosi durante la negoziazione con Creonte, che impone l’esilio a Medea e ai
suoi figli e dal quale lei riesce a farsi concedere ancora un giorno; la
fabbricazione del veleno che cospargerà sulla corona, dono di nozze e di falsa
riconciliazione per Glauce; i due discorsi a Giasone, l’uno di minaccia,
l’altro di mansueta sottomissione al suo volere; il trascinamento dei bambini
addormentati in una lettiga di pelle; l’impiccagione prima del più piccolo,
poi del più grande.
Il senso del male, del marcio di questa Danimarca euripidea, si fa visibile nel
vento gelido che tormenta i volti e nel colore virato delle immagini, sgranate,
pesanti per gli occhi come la storia deve esserlo per l’anima.
Un film lento e penetrante, che si muove al ritmo oscillante, quasi fermo eppure
mai immobile, dell’acqua, leitmotiv visivo di tutta la pellicola.
Un film che merita di essere inseguito per giorni. Nato per la televisione
danese, in Italia è apparso solo nella TV a pagamento nell’ambito di qualche
rassegna tematica e non ha avuto distribuzione cinematografica.
Bisogna cercarlo da videotecari cultori e poi leggere i sottotitoli in italiano,
godendosi di sottofondo un danese insieme dolce e gutturale, una specie di
lingua sacra del male, se si ha la fortuna di non capirlo.
Ludovica Maggi
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