NATURAL
CITY
REGIA: Byung-Chun Min
CAST: Ji-Tae Yoo, Rin Seo
FANTASCIENZA
CON CUORE
La prima scena ci spiazza immediatamente: La cinepresa a 180°, una
panchina con due personaggi, un cielo azzurro, delle navi volanti, una
costruzione architettonica non ben decifrabile.. insomma, un altro mondo, tutto
un altro mondo. Un po’ ci ricorda Guerre Stellari, un po’ il più
recente Il Quinto Elemento, la ricchezza visiva di questo film asiatico
ci trasporta immediatamente nel mondo dei sogni, facendoci viaggiare nel tempo
fino ad arrivare nel 2080.
Pochi minuti dopo comincia la prima scena d’azione: fotografia dark con pochi
fasci di luce accentuate, una ripresa stretta per sottolineare la claustrofobia
di una spedizione punitiva e il silenzio del suspence alternato agli scatti di
massacro. Il ritmo accelera, vengono proiettate frame su frame non stop.. a
rendere il tutto ancora più incalzante è il buio, molti stanno muorendo, ma il
tempo filmico è talmente accelerato che non sappiamo se sono i buoni o i
cattivi.
Un po’ Matrix e un po’ Tekken, assistiamo al primo
combattimento corpo a corpo, mentre gli effetti sonori e la colonna musicale,
come un climax ascendente circonda la sala cinematografica avvolgendo lo
spettatore nell’opera.
Byung-Chun Min si presenta subito agli spettatori italiani,
ci mostra la sua abilità iper-dinamica nelle scene d’azione, ma anche la sua
capacità di cogliere le sfumature nello sguardo degli attori, quelle sfumature
che danno un cuore alla pellicola, non facendo prevalere l’azione estetica sul
cuore e sulla mente meta-filmica. E’ questa la forza dell'opera: è un
prodotto d’azione per intrattenere, ma nel contempo stesso esplora i suoi
personaggi e il tema futuristico della guerra tra esseri umani ed esseri
meccanici.
Gli androidi stanno a Natural City come i replicanti stanno a Blade
Runner. Sono esseri così perfettamente simili agli esseri umani che il
protagonista si innamora di una di loro, ed è nelle scene d’amore che Byung
si distacca dalla meccanica routine d’azione per cimentarsi nella poesia
visiva: la scena sotto’acqua è carica di romanticismo, l’acqua che soffoca
l’ossigeno diventa il luogo dove i due amanti riescono a respirare meglio, un
substrato quasi astratto dove i sogni sono concessi, una sorta di rifugio dal
mondo esterno che però ritorna sempre per svegliarci, perché prima o poi
bisogna tornare a galla, ad affrontare il mondo, i problemi e le paure.
Nel corso della pellicola, il regista inserisce diversi dettagli, il mondo che
ci è presentato è talmente ricco di significati e allegorie che è impossibile
coglierli tutti a prima visione; il puzzle è destinato ad essere risolto
completamente solo più avanti.
Natural City è un ottimo film di fantascienza, e fa la beffa a quei
registi hollywoodiani che sembra abbiano dimenticato il significato della parola
Cinema, dandosi a filmacci senza valore come Alien VS. Predator o Resident
Evil 2.
Pierre Hombrebueno
Nel 2080 il
genere umano è quasi estinto a seguito di una guerra nucleare. I cyborg vengono
impiegati come forza lavoro. Alcuni di essi, provvisti di DNA umano, iniziano a
ribellarsi, capitanati da Cypher. R è un poliziotto incaricato di catturare i
cyborg devianti.
“L’ATTACCO DEI CLONI”
Resta davvero un mistero il motivo per cui molte produzioni kolossal, orientali
ma non solo, nel momento in cui decidono di affrontare un soggetto
fantascientifico non trovano di meglio che saccheggiare un immaginario più che
consolidato. Anche "Natural City", dalla Corea del Sud, si limita a
riciclare, con solido mestiere ma poca verve, i pilastri del genere. La storia
ricalca infatti la contrapposizione tra androidi e umani di un caposaldo come
"Blade Runner" e anche l'estetica non si distanzia molto dal film di
Ridley Scott, con l'aggiunta di fondali digitali che vorrebbero dare un tocco
apocalittico ma tradiscono sempre la loro natura di sintesi. Non manca poi,
soprattutto nelle scene d'azione, un occhio alla saga dei fratelli Wachowski,
unici fautori di una vera rivoluzione tecnologica nel modo di concepire
l'applicazione degli effetti speciali al cinema. Quanto alla sceneggiatura,
parte in modo molto confuso, accumulando personaggi di cui non si capiscono le
motivazioni e situazioni dalle dinamiche ignote. Poi, poco prima del punto di
non ritorno per lo spettatore, il copione inizia a delineare con maggiore
chiarezza i caratteri e i perché del racconto, che si evolve in un melodramma
cupo e pessimistico. Nonostante la totale assenza di originalità, l'abbondare
degli stereotipi e la banale ripetitività di situazioni prevedibili, si
percepisce comunque una ricerca nella composizione delle inquadrature e almeno
un'immagine, patinata (che non e' per forza un demerito) e poetica, si fissa
nella memoria: la giovane droide in procinto di scadere seduta su una panchina
in riva al mare, in attesa della fine definitiva. Qualche momento riuscito,
unito a un'indiscutibile professionalità (il regista Byung-chun Min ha già
diretto "Phantom: the Submarine"), non bastano però a sollevare il
lungometraggio da una roboante routine, in cui conflitti visti e stravisti
finiscono per sonnecchiare insieme all'interesse dello spettatore.
Al film e' abbinata un'iniziativa benefica: la Moviemax, che distribuisce il
lungometraggio, devolverà il primo giorno di incasso ai bambini colpiti dallo
tsunami nel sud-est asiatico.
VOTO: 5,5
Luca Baroncini de Gli Spietati
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