Ray
Titolo originale: Ray
Nazione: USA Anno: 2004
Genere: drammatico, musicale Durata: 152’
Regia: Taylor Hackford
Cast: Jamie Foxx, Harry Lennix, Clifton Powell,
Kerry Washington, Regina King
Produzione: Howard Baldwin, Karen Elise Baldwin, Stuart Benjamin, Taylor
Hackford
Sito ufficiale: www.raymovie.com
Chi
ama la musica non può prescindere dalle canzoni di Ray Charles. The genius”
ha segnato la storia del soul e della musica nera, destrutturando il suo
approccio e reinventando il
country, le tradizioni e tutti quei suoni che fanno parte della cultura
americana. Un vero innovatore.
Nel film che narra la sua storia, il cantante, interpretato da un Jamie Foxx in
stato di grazia, si vede bambino, nel profondo sud, e poi nel suo percorso verso
la notorietà. La cecità lo ha colpito nell’infanzia, quando le cure erano
troppo costose per una povera famiglia afroamericana. Ma Ray non si è perso
d’animo e con la volontà è entrato nello show business. Chiaramente con
tutti i pro e i contro. Le donne amate e tradite, la droga, il successo facile.
Il grande artista si immerge nelle perdizioni del suo ambiente e vive momenti
drammatici e esaltanti.
La regia del film non è incisiva e segue semplicemente il cammino di charles.
E’ forse la fotografia a fare la differenza. I caldi colori dei primi anni,
gli ocra della vita, e quei primi piani così comunicativi, sono un vero viatico
per Foxx. E’ lui il mattatore. Se gli Oscar glielo riconosceranno, come
crediamo, non ci si può esimere da questo one
man band. I movimenti, il canto, gli occchiali neri, il sorriso contagioso,
ci riportano al vero e unico Ray
Charles. Quello di “Georgia
on my mind” e di “What I’d say”. Niente da dire..La lunghezza del
film si fa sentire in alcuni momenti, ma le biografie, lo sappiamo, soffrono
spessso di questo difetto. “Ray”, forse, non è
particolarmente emozionante
( dipende da quale è il vostro coinvolgimento nella musica), se non nelle
sequenze dei numeri musicali, e difficilmente, proprio per le problematiche
strettamente statunitensi, otterrà un grande riscontro dal nostro pubblico.
Comunque Jamie Foxx vale il prezzo del biglietto e lo fa entrare di diritto
nell’olimpo dei grandi performer.
Voto 6,5
Mattia Nicoletti
La
vita di Ray Charles arriva sui grandi schermi
La
componente filmica che arriva a basarsi univocamente in un’unica centrifuga.
L’attore come essenza, come corpo e anima di un’opera, un’ombra forgiata
dalla fotografia che lo rende completamente toccabile ed assimilabile. Jamie
Foxx è Ray, e Ray è il film, quindi Jamie Foxx è il film. Nell’ultima
stagione Cinematografica Ray è il film che più di tutti sottolinea
l’importanza dell’attore, che in questo caso non è più un attore ma un
corpo a disposizione del regista Taylor Hackford, che concentra in esso il
baricentro della pellicola. Quando l’attore non è più attore ma è puro
corpo, pura metempsicosi dell’anima, nella più grande tradizione dell’Actors
Studio. Jamie Foxx non interpreta Ray, è diventato Ray. I suoi tic nervosi
diventano fulcro della scena, perché Hackford, nella sua disposizione spaziale
dei dettagli e dei backgrounds, focalizza il tutto attraverso l’immagine di
questo attore, che diventa consecutivamente l’anima e il cuore pulsante del
film.
Che la musica di Ray Charles sia fenomenale lo sappiamo tutti, ma l’abilità
del regista sta nell’essere riuscito ad infondere alla sua opera questa
musicalità, grazie ad un montaggio sovrimposto di immagini e musica dinamico e
serrato. La musicalità della pellicola diventa perciò vero e proprio ritmo,
che non solo rende passabile le 2 ore e mezzo di durata totale, ma diventa anche
puro divertissement per gli amanti di questo musicista.
Le scene di concerto sono girate in modo superbo: la disposizione spaziale degli
elementi filmici assume in sé una geometrica sempre ordinata, la macchina da
presa di Hackford inquadra il tutto in modo preciso nella sua ricerca di forma.
L’analisi introspettiva del personaggio è ben sviluppata, rendendo l’opera
un qualcosa di puramente umano, umanissimo, perché del Signor Charles non ci
viene mostrato solo il talento, ma anche le paure, i cambiamenti
positivi/negativi, fino a sprofondare nella tossicodipendenza.
“Piantala con quel veleno”
“Ma sai cosa significa essere cieco? Avere ancora paura del buio?”
Hackford non intende giudicare gli errori di Ray, bensì mostrare come questi
errori l’abbiano cambiato; non intende giustificarlo per essere stato un
drogato di eroina, ma ci espone le due facce della medaglia, facendo parlare Ray,
facendo spiegare a lui il perché di quelle azioni, del perché di quella
dipendenza che lo portò quasi alla rovina. Hackford riesce a farci amare il
protagonista, perché innanzitutto lo ama lui il protagonista, e ne fa
un’icona del sogno americano, non solo per infondere coraggio agli spettatori,
ma anche e soprattutto raccontarci in modo umano, la vita di questo
cantante/pianista, esplorando tematiche “extra” come il razzismo, l’amore,
la famiglia.
PS: Una nota di merito a Sharon Warren, che interpreta la madre di Ray: una
performance sensibilmente potente che merita molta considerazione.
Pierre Hombrebueno
Ray come
“raggio”, di sole, quello che invece per ironia della sorte Ray Robinson
Charles non poté più vedere. Cieco dall’età di 7 anni, Ray ebbe
un’infanzia difficile, tra la perdita del fratellino di cui si sentiva
responsabile, la scuola per ciechi lontana da casa, la morte prematura della
madre. Ma Ray non si arrende, mai, all’età di 19 anni intraprende da solo un
viaggio in pullman per Seattle, dove fa i primi incontri musicali (Quincy Johns,
naturalmente agli inizi, naturalmente in miseria) e conosce presunti manager da
quattro soldi. Pian piano impara sulla propria pelle il prezzo della vita nella
grande città, abbandona chi lo sfrutta approfittando del suo handicap
ricordando le parole della madre “Tu sei cieco, non stupido”. La madre è
una figura fondamentale, accompagna Charles per tutta la vita. Donna coraggiosa
con una forza interiore fuori dal comune ha fatto crescere il suo bambino con
durezza per insegnargli come stare al mondo senza farsi aiutare da nessuno. E
l’educazione ricevuta si riflette nella sua carriera. L’escalation musicale
di Ray è pazzesca, presto firma un contratto con la Atlantic Records e va in
tournée con la leggendaria Miss Rhythm, Ruth Brown. Nel '55,
con "I've got a woman" Ray diventa
Ray Charles. E da qui si manifesta il genio, amato e odiato.
Contamina il jazz e il blues con il gospel, venendo accusato di blasfemia dai
suoi stessi compagni e viene cacciato dalla Georgia per essersi opposto alle
leggi di segregazione razziale. Successivamente attinge dal country e dal rock
‘n’roll conquistando il grande pubblico con canzoni leggendarie, un pubblico
bianco e nero. E’ il putiferio. Ray è osannato ovunque. Ma la sua vita è
come il suo pianoforte, un tasto bianco, un tasto nero, bianco, nero, e così
via. Un’infanzia miserabile, i primi successi, il matrimonio, i tradimenti, la
nascita del primo figlio, la droga. Eroina pura, dentro cui affogare debolezze
psicologiche e paure regresse. Ma la forza della sua musica alla fine vince
anche su quella.
E’ un film eccitante, inebriante, commovente. Soprattutto commovente. Il
regista Taylor Hackford presenta Ray-uomo (sia bambino che adulto) e
Ray-compositore, con la stessa intensità. E’ questo il punto di forza del
film. Le scene da bambino sono così toccanti da turbare gli animi, una per
tutte, un tamburo che batte forte, solo per sentirne il rumore, accucciato
davanti al suo albero fatto di bottiglie di vetro colorate con gli occhi pieni
di malattia e una pioggia incessante. Così quando impara a sentire i rumori
della natura con una sensibilità tale da far piangere di gioia la madre. E come
combatte contro gli spasimi dentro alla clinica di recupero dalla droga.
Allo stesso modo Ray-musicista. Davanti al pianoforte, ciondolante, sempre
sorridente come se volesse sopperire col suo sorriso al suo handicap visivo,
quasi si dispiacesse e non volesse farlo pesare a chi gli sta di fronte; e non
importa se è davanti a una platea o a un teatro, dentro una sala di
registrazione o in un piccolo locale, Ray è così, e suona così, sempre con la
stessa forza, lo stesso ritmo, la stessa incredibile energia. Coinvolge tutti,
come una droga. Ed è tutta qui la
magia dell’ equilibrio che il regista è
riuscito a raggiungere: forti emozioni di scene tristi, melodrammatiche,
toccanti, alternate a scene di fortissima energia e ritmo tali da spingere lo
spettatore (sicuro di non essere visto nel buio della sala) a muovere i piedi a
tempo di musica. E’ una grande forza visiva e cinematografica che muove
entrambi gli aspetti della vita di Ray. E’ questo il capolavoro (che
difficilmente eviterà l’Oscar, per il merito del protagonista Jamie Foxx,
straordinario, su cui si è detto tanto e qui mi limito a dire che senza di lui
sarebbe stato un altro film). Insomma, esci dalla sala appagato, canticchiando
con le lacrime agli occhi.
Marta Fresolone
"Baby,
quando io cammino fuori da quella porta io cammino da solo nel buio..."
Il genio della musica non illumina il cinema
Dopo le conquiste e le ambiguità di Alessandro Magno, spazio ad un altra
biografia cinematografica, Ray, sulla vita del Genius Ray Charles. Da 10 anni
Hackford aveva il progetto di portare sullo schermo la complicata e affascinante
vita del re del rhythm'n'blues. Alla morte di Ray il progetto ha subito un
accelerazione diventando un tributo postumo all’artista. Ray Charles ha avuto
una vita davvero speciale, perso il fratellino, affogato bambino sotto i suoi
occhi impotenti, ha dovuto combattere la malattia agli occhi e la precoce cecità.
La sua esistenza, da quelle due tragedie in poi, è il tentativo di un riscatto
e di una rinascita grazie alla comunicazione offerta dalla musica. Seguiamo così
circa 30 anni della carriera del genio Ray Charles e nello stesso tempo 30 anni
di cambiamenti culturali e sociali della società americana. La biografia messa
in piedi da Hackford segue i consigli dello stesso Ray Charles che visitando il
set aveva chiesto di non essere raccontato come un uomo rinsavito e senza
macchie. La celebrazione del suo genio non tralascia i problemi legati all’uso
dell’eroina e la sua infedeltà coniugale proverbiale (comunque edulcorata),
componendo il ritratto di un uomo reale, con un talento speciale. Jamie Foxx non
interpreta Ray Charles, è Ray Charles. La sua è una immedesimazione completa.
Un occasione che nella vita di un attore avviene poche volte. La scenografia è
sofisticata, l’attenzione ai particolari della ricostruzione di epoche così
diverse è al di sopra della media Hollywoodiana. Ma la pellicola comunque non
funziona. Si limita a presentare gli eventi intramezzandoli alle celebri canzoni
dell’artista. Nonostante la lunga durata, non riesce mai ad entrare nel
profondo e i tentativi di psicanalisi sono davvero didascalici e grossolani così
come l’uso continuo del flashback.
La regia di Hackford è davvero piatta e stereotipata, probabilmente rivolta
nelle intenzioni ai vecchi giurati dell’Oscar. La pellicola, priva di
personalità, galleggia nel vuoto in cerca di un colpo d’ala che non arriva.
Affidata a Michael Mann o Eastwood sarebbe stata un altra musica. E’ un vero
peccato che la vita dl un genio sia narrata con mediocrità.
Paolo Bronzetti
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